Quattro chiacchiere con Paolo Castaldi
Paolo Castaldi è un ottimo amico. Ci si vede spesso in pausa pranzo (io lavoro a Settimo Milanese, lui vive e disegna a Cornaredo) e ci facciamo lunghe chiacchierate sul mondo, la vita e tutto il resto. Anche sui fumetti, certo. Perché lui è un fumettista che stimo molto. Quest’anno, a marzo- nel giro di due settimane – con due libri (L’appel des bouts du monde, scritto da Catherine Monnot-Berranger e pubblicato da La Boîte à Bulles nel 2025, e Le dernier costume n’a pas de poche, scritto da Laurent Galandon e uscito per Futuropolis nel 2025) ha vinto addirittura tre premi tra Brest, Parigi e Ginevra. Non capivo perché non avesse fatto i fuochi d’artificio e non se ne bullasse con tutti. Allora ho approfittato di uno dei nostri momenti di cazzeggio, un aperitivo insieme, a base di formaggio e Cremant, per chiederglielo.

Boris. Senti un po’… c’è una cosa che voglio chiederti, anche se in parte lo so già, ma il tuo… hai vinto tre premi nel giro di un mese, ora… non saranno il Grand Prix o il Fauve d’Or di Angoulême, comunque sono tre premi, tra l’altro assegnati da un pubblico abbastanza giovane…
Paolo. Due sì.
B. …ma il tuo understatement…
P. …da cosa nasce?
B. No, voglio sapere se è genuino o è una sorta di snobberia all’incontrario, tipo: sono così superiore che me ne sbatto e ti mostro quanto so restare umile?
P. Ma no, vincere i premi è la tipica cosa che interessa solo chi li vince. Però quando li vinci ne sei molto lusingato. Di questo meccanismo sono consapevole, quindi non è che resto umile, in realtà, un po’ di post li ho pure pubblicati, però contestualizzo e so che al resto del mondo, soprattutto a quella parte di mondo che fa il tuo stesso mestiere, non gliene frega un cazzo. Non è questione di umiltà ma di consapevolezza. Cerco di essere il meno egoriferito possibile nel mio rapporto con gli altri e con il mondo. Poi, davvero, i premi lasciano il tempo che trovano… cioè, mi spiego, a “Geopolibulles”, il festival di Brest, tra i tre finalisti c’era La 3e Kamera, di Cédric Apikian e Nicolas Férard, un libro che ha venduto 60.000 copie, contro le nostre 3.000… di cosa stiamo parlando? Capisci? Ti puoi anche bullare di avere vinto tu, però resta il fatto che quello ha venduto 60.000 copie!


B. Sì, d’accordo. Ma lascia perdere il mercato… alla prova di un pubblico selezionato comunque è stato scelto L’appel des bouts du monde, di Catherine Monnot-Berranger e tuo.
P. Certo, mi fa piacere che dei liceali con in mano un libro che è andato in classifica e uno che ha venduto poche migliaia di copie, abbiano votato, in 800 su 1200, per il nostro libro senza preoccuparsi dei dati di vendita…è una cosa che mi lusinga.
B. Ecco, per carità tutti vorremmo vendere 60.000 copie, ma dato che purtroppo non succede… volevo arrivare proprio qui. Chi ti ha dato quei premi? Dei giovani lettori! Mi sembra una cosa interessante


P. Quello di Brest, che è un premio per il fumetto geopolitico – credo l’unico che esista in Francia così specifico – lo hanno attribuito 1200 liceali a cui è stata sottoposta, con lettura e discussione in classe, una decina di titoli. Quello del Campus Condorcet di Paris-Aubervilliers invece è stato assegnato a Le dernier costume n’a pas de poche da una giuria di studenti universitari, che hanno scelto tra una cinquina di titoli. Anche qui c’erano titoli di editori importanti, che fanno grossi numeri, eppure gli studenti non se ne sono preoccupati. Cosa vuoi, è ovvio che un fumetto che parla di migranti, abbia sollecitato il loro interesse, visto che vivono in un quartiere in cui la questione è molto sentita, anche dai giovani.

B. Dici che quello che ha pesato nel loro giudizio, quindi, è più l’argomento rispetto al segno e alla struttura narrativa?
P. Sicuramente, in quello del Campus Condorcet hanno vinto l’idea alla base del libro, la storia scritta da Laurent, la tematica, la problematica. Negli altri due, devo dire con soddisfazione, il disegno ha sicuramente pesato. Perché durante le interviste e le chiacchierate che sono seguite alla premiazione sono stati fatti molti riferimenti e domande sul segno e sulle scelte narrative. Ma a Parigi ha sicuramente contato la tematica.


B. Che comunque sarà stata una condizione comune a tutta la cinquina. Immagino che anche gli altri titoli avranno avuto tematiche di carattere sociale.

P. Certo, per farti un esempio: uno dei finalisti era Sindrome Italia di Tiziana Francesca Vaccaro e Elena Mistrello, in Italia pubblicato da Becco Giallo, che per me è un fumetto incredibile, bellissimo, però con un tema molto italiano – da noi è uscito nel 2021 – e di conseguenza partiva svantaggiato…
B. Aspetta… intendi svantaggiato perché entrambe le autrici sono italiane o perché…
P. No, perché il volume, che racconta tutto quello che c’è dietro e attorno alle badanti straniere, è costruito da un’ottica molto italiana… immagino che in Francia la realtà di queste persone sia simile, ovviamente, però il fatto di citare luoghi e contesti italiani ti svantaggia rispetto alla storia del pescatore tunisino… già il fatto di parlare della Tunisia ti avvicina di più alla sensibilità dei francesi.
Ma detto tutto questo, voglio aggiungere che vincere un premio è un appagamento che dura pochissimo.
B. Vabbè, come tutti gli appagamenti. Gli orgasmi durano una manciata di secondi…
P. Non fraintendermi, sono contento quando vinco un premio, ma godo di più nell’apprezzamento diretto, uno a uno. Quando qualcuno che ha letto il libro e gli è piaciuto, mi avvicina, me ne parla, mi fa domande… ancora di più quando l’apprezzamento mi arriva da qualcuno che ritengo un bravo artista. Alla fine… non ho mai pensato di dover avere un pubblico. Quando ho cominciato a fare questo mestiere, non pensavo al fumettista come a una figura pubblica che va a ritirare premi, che viene intervistato, che viene seguito sui social… credo che tutto derivi da questo, cioè dal fatto che io non mi immagino il fumettista come uno che ha un’esposizione pubblica al di là della sua storia.


B. Mi stai dicendo che a spingerti a voler fare questo mestiere è stata la figura dei misconosciuti travet che lavoravano per il fumetto seriale?
P. In realtà no. Non avevo per niente in mente quelli. Ho cominciato a realizzare la figura del fumettista professionale quando ho letto, su un “Kappa Magazine” di un milione di anni fa…
B. Sei vecchio, non come me, ma sei vecchio.

P. Eh, sì, sono vecchio… era l’intervista a un mangaka che si chiama Kenichi Sonoda… bravissimo. La prima intervista che ho letto in vita mia a un fumettista di cui leggevo i fumetti. Lui raccontava la sua giornata di lavoro. Questa cosa mi aveva gasato tantissimo… l’ho riletta più volte…
B. Ho capito, ma la cronaca della giornata tipo di un mangaka sarà la cosa più noiosa e impiegatizia che esista… tutto il giorno e la notte al tavolo da disegno, probabilmente quella di un impiegato dell’INPS è più variegata!
P. Noiosissima, lo so… hai ragione, ma la vita professionale che sognavo per me era esattamente quella roba noiosa lì… è qui che nasce quel cortocircuito per cui poi mi sono anche autosabotato in alcune cose… perché proprio per questa aspirazione iniziale non ho mai lavorato per ricercare sempre il di più… non so come dirti… quando penso a quello che ha venduto un sacco di copie, che gli fanno il film dal graphic novel… io già che sono tutti questi anni che mi pago le bollette e metto insieme il pranzo con la cena, capisci, ho raggiunto il massimo a cui aspiravo allora, quindi tutto ciò che mi arriva in più, come questi premi, lo prendo come una botta di culo, una vincita alla lotteria.
B. Scusa, fammi capire… aspiravi a fare l’impiegato e invece ti sei trovato a dover girare per festival tra Lucca, Brest e Tolosa, ad andare a Parigi e Ginevra a ritirare premi…
P. Un po’ sì, però aspetta… l’impiegato sì, ma come scansione della giornata lavorativa. Una cosa di cui sono stato sempre consapevole è il fatto di voler raccontare storie specifiche, la mia bibliografia parla chiaro… Ho provato anche a fare delle prove per grossi editori seriali da edicola, ma dopo una settimana su quei testi mi sono rotto le palle e ho capito che non era cosa per me. Ho capito che non mi andava bene tutto, dovevo trovare il mio… ma una volta trovato il mio, sì, desideravo quella vita regolare…
B. Tutta casa, tavolo di lavoro, osteria in pausa pranzo e chiesa la domenica!
P. No, la chiesa non la frequento. Ma il senso è quello, aspiravo a una vita ordinaria, senza lo status dell’autorialità, dell’artista maledetto. Quando facevo la scuola del fumetto io, non c’erano gli autori intesi come… non so, delle star. Forse qualche americano, Jim Lee, Todd McFarlane. Ma anche di quei disegnatori non mi affascinava lo status di “disegnatore famoso”. Io volevo semplicemente rubargli il dono di poter fare di una passione che mi ossessionava dall’età di otto anni, un lavoro vero, per tutta la vita, disegnare per tutto il giorno, stop.
B. Su questo non sono d’accordo, di fumettari che hanno avuto ruoli da star ce ne sono stati eccome, magari solo in questo universo limitato, ma mica puoi liquidare la vita di gente come Hugo Pratt, Bonvi, Andrea Pazienza come vite ordinarie… erano delle stracazzo di star!
P. Sì. Negli anni Settanta, ma poi c’è stato un vuoto, almeno in Italia. Avevamo tutti il mito di Pazienza come di una rock star, ma era una cosa relegata là, agli anni Settanta. Poi non c’è stato più niente di così dirompente. Non c’erano gli autori di fumetti in TV. La prima volta che ho visto uno, che riconoscevo come autore di fumetti, in TV è stato Gipi alle “Invasioni Barbariche”.
B. Uh, che tristezza quell’intervista! Ma comunque, era già il 2015, avevi già una mezza bibliografia all’attivo.

P. Appunto, è li che ho detto, guarda possiamo anche finire in TV… però quando ho cominciato la Scuola del Fumetto dí Milano all’inizio degli anni 2000 non c’era una sega, giusto Coconino, appena nata. E infatti mi ero iscritto con l’idea di voler fare i super-eroi. Poi, al terzo anno, leggo Blankets di Craig Thompson e scopro Joe Sacco e cambio idea, rimango fulminato ma quando esco dalla Scuola del Fumetto nel 2003 non esisteva tutto il sistema della Graphic Novel, delle presentazioni in libreria, i tour, dei fumetti candidati allo Strega… Seguivo le fanzine e le autoproduzioni. L’idea del fumettista come parte attiva della vita culturale era una roba relegata al passato.
B. Sarà perché, anche solo come lettore, ci sto in mezzo almeno dalla metà degli anni Settanta, non l’ho mai guardata sotto questo aspetto…
P. Capisci? Per gli autori della mia generazione il massimo della vita sarebbe stato mantenerci con i fumetti, mica diventare maître à penser o modelli di vita. Il mio compagno di banco alla Scuola del Fumetto, era Gigi Cavenago. Se gli chiedevi qual è il sogno della tua vita, probabilmente ti avrebbe risposto: disegnare i fumetti di Dylan Dog. Poi lo ha fatto, ma vedi, non c’era l’aspirazione a diventare autori da premi. Certo, forse c’era il Gran Guinigi…
B. Sì, il premio di Lucca diventò Gran Guinigi quando Rinaldo Traini si portò lo Yellow Kid a Roma… meschinerie familistiche da operatori del fumetto che niente hanno a che vedere, almeno con la parte migliore degli autori.
P. Ecco, capisci? Mentre io lo vedo, anche a scuola, che adesso le nuove generazioni, a cui insegno alla Scuola Internazionale dei Comics, agognano quell’appagamento mediatico…
B. Beh, sai che io non so dargli torto… anzi.
P. Non dico che è sbagliato. Dico che io, e credo che valga per tutta la mia generazione, non sono cresciuto con quelle aspettative, semplicemente perché non esisteva il contesto che adesso le alimenta. Per farti capire, Pazienza e tutto quel collettivo bolognese per noi era un fenomeno isolato, che era accaduto in quel preciso momento ma che non si sarebbe mai ripetuto.
B. Una sorta di mito delle origini.
P. Sì, una cosa irriproponibile… anche Milo Manara, autore che molti in classe avevano come riferimento, per noi era uno che faceva una vita normale, stava a casa a disegnare e a quello aspiravamo. Nessuno pensava di diventare un Pratt, gente che aveva fatto l’avventura ma che non esisteva più e che probabilmente non sarebbe più esistita. Poi però è successo qualcosa per cui non dico che dovevi buttarti nell’avventura, ma per cui ti chiedevano di restare in ballo a lungo. Quando ho fatto Maradona mi hanno chiesto di fare 54 presentazioni in un anno. Per me era una cosa anomala. È stato fighissimo, e lo rifarei mille volte, però quando ho cominciato non pensavo facesse parte del mio lavoro. Pensavo che il mio lavoro fosse avere una storia, disegnarla, pubblicarla e stop. Quello era. Non sapevo nemmeno che esistevano i premi per chi faceva fumetti. Non lo sapevamo, parlo al plurale perché credo che fosse così per tutta la cerchia che studiava fumetto in quegli anni, e non ce ne fregava una sega. Per noi era già incredibile l’idea di ricevere dei soldi veri in cambio di disegni, il goal della vita era quello!
B. Che non ve ne fregasse niente ci sta. Erano e sono premi simbolici, familisticamente attribuiti da giurie incompetenti per accontentare tutti i pochi editori di settore, senza corrispettivo in danaro e senza la minima rilevanza dal punto di vista degli incrementi delle vendite. E sono ancora così… però quelli che sei andato a prenderti tra Parigi e Ginevra, passando da Brest, sono premi attribuiti da lettori… giovani oltrettutto…
P. Parigi e Brest sì. Ginevra è stato un premio classico, con la giuria di esperti e di giornalisti… Un premio dato da “vecchi” per “vecchi”…
B. All’interno di un Festival?
P. All’interno del Salone del libro di Ginevra… ma che gli altri due li abbiano attribuiti dei giovani lettori mi ha fatto molto piacere, perché io ho sempre l’impressione di invecchiare con i miei fumetti… forse è più una paura, nel senso che ognuno di noi vorrebbe sempre essere attuale…
B. Non dirlo a me che aspiravo ad avere per sempre 30 anni e mi sono ritrovato, quasi senza accorgermene, ad averne il doppio.
P. È così, non è che vorresti sempre essere giovane, quello non si può, ma sì… però ho continuamente l’impressione di parlare solo alle persone della mia età, cosa che mi terrorizza. Scoprire che dei lettori davvero molto giovani, stiamo parlando di liceali che per me sono poco più che bambini, che hanno letto la mia storia e l’hanno votata come quella che hanno preferito… apprezzando anche il disegno… mi hanno fatto domande interessantissime, molto tecniche, ma questa è una cosa assolutamente francese.
A proposito del rapporto che hanno i francesi con il fumetto, ti racconto un aneddoto: durante questo tour di premiazioni mi sono dovuto portare dietro il lavoro – un libro per Glénat che mi sta facendo correre per la consegna a fine luglio – e mi sono ritrovato a colorare pagine e pagine sull’iPad tra aerei, aeroporti e stazioni.
Sugli aerei Air France sia il personale di bordo sia i passeggeri seduti vicino a me erano molto affascinati nel vedermi all’opera. Mi facevano complimenti e domande, mi chiedevano per chi pubblicassi e quali “bedé” avessi già all’attivo. E c’era questo signore sul volo Brest – Parigi, dove facevo scalo per tornare a Milano, che continuava ad osservare incuriosito, per tutto il viaggio. Una volta a terra ci siamo incontrati nuovamente nei bagni del Charles de Gaulle. Mi ha fermato lui, io non lo avevo riconosciuto inizialmente, e ha iniziato a farmi domande sul mio lavoro, voleva sapere come mi chiamassi per cercarmi su Instagram. Abbiamo conversato qualche minuto, è stato piacevole.
Questa roba, che lì il fumetto è parte importante del tessuto culturale del Paese, mi lascia ogni volta senza parole. E ovviamente fa bene all’anima, e anche all’ego, lo ammetto…
La loro competenza come lettori di fumetti è incredibile, anche da giovanissimi. Ecco, essere premiato da dei giovani mi ha fatto molto piacere, però il merito è molto anche della sceneggiatrice, di Catherine. La sua storia, letta in questo preciso momento storico, tra l’altro, è attualissima… La verità è che prima o poi dovrei mettermi alla prova con un libro completamente autoriale anche in Francia… magari scrivendolo scoprirei di non essere adatto a un pubblico così giovane.
B. Perché, hai intenzione di farlo?
P. Prima o poi sì. Il problema è che devo inseguire il lavoro. Non ho mai tempo. Ho una lista di idee, alcune più concretizzabili di altre, ma mi serve tempo. Scrivere il soggetto, realizzare delle tavole di prova da sottoporre agli editori. Dovrei staccare due mesi dal mio lavoro per farlo. Ma non me lo posso permettere. È il sogno della mia vita, prendermi una NASPI per tre mesi e dedicarmi a un progetto tutto mio… è il paradosso che ti dicevo: il fatto che, la mia idea iniziale di professione sia quella che, alla fine, sto facendo, mi sabota. Il mio voler avere a che fare professionalmente con il fumetto a ogni costo ha trasformato il fumetto in un mezzo per pagarmi lo stipendio, il che non mi permette di prendermi tre mesi del mio tempo libero per pensare a un progetto mio, per due motivi: il primo è che di tempo libero facendo fumetti non ne hai, il secondo è che di far fumetti ne hai pure a noia per metterti a pensare a un fumetto dopo averne disegnati per magari 10 ore.
B. Ti capisco. Qualsiasi cosa, quando diventa lavoro, fa schifo.
P. Infatti, questo è un elemento di frustrazione a cui, quando ho cominciato non avevo minimamente pensato. Nessuno della mia generazione credo ci avesse pensato…

B. Ma adesso tu insegni, la fai presente questa cosa hai tuoi studenti, che a trasformare in lavoro una cosa che ami, sempre che davvero i tuoi studenti amino il fumetto, corri il rischio di finire per odiarla?
P. Certo, glielo spiego bene. Non per dirgli: non provateci nemmeno a trasformarlo in un lavoro, ma per fargli capire che non sarà – tranne casi eccezionali – un lavoro in cui si diventa ricchi, e che non si avranno garanzie. Quindi dovranno sempre lavorare…sempre lavorare significa che non sei mai in anticipo sul lavoro, ma che devi sempre inseguirlo… quando stai finendo una storia devi già sapere quale sarà la prossima su cui lavorerai, perché i tempi dell’editoria sono lunghi, anche in Francia. Dal momento che un editore ti dice: «Ok, mi interessa questo progetto» e il momento in cui per quel progetto stai prendendo dei soldi, magari passano, per svariati motivi, anche 5 mesi. Se tu l’ultimo pagamento lo hai ricevuto alla consegna del lavoro precedente, capisci che se vuoi metterti a lavorare alla tua nuova storia, per quei 5 mesi non vedi un centesimo. Certo, magari ti entrano altri lavoretti, ma… sei sempre all’inseguimento del lavoro vero, è faticoso. Poi, come disegnatore, se sei un minimo dotato, è facile che ti contattino gli sceneggiatori per proporti dei lavori. Se tra quelle proposte ce n’è una che ti sembra interessante e che è ben pagata, ti dici: sai che c’è? Diciamogli di sì, che ci pariamo il culo per altri 6 mesi, poi ci pensiamo. Però è sempre un “poi ci pensiamo” e alla fine passano dieci anni e non ci hai mai pensato. Ovvio, questo non vale per chi fa numeri così grandi da poter fare quello che vuole…
B. Mah, chi fa grandi numeri non credo sia più libero, quei numeri deve mantenerli e deve fare sempre la stessa roba per non disaffezionare il pubblico…
P. Non è comunque il mio problema. Io inseguo lavori e rimando continuamente cose che ho in mente, e questo ci sono dei giorni che mi crea una frustrazione tale che vorrei trovarmi un lavoro normale…
B. Il mulettista…
P. Qualunque cosa. Prima di fare i fumetti ho fatto i lavori più disparati. Alcuni mi hanno fatto schifo, altri mi sono piaciuti. Per esempio, per alcuni mesi ho fatto il macellaio in un supermercato e mi è piaciuto molto. Il tempo passava, imparavo cose, i tagli della carne, come si usa un coltello o come si smonta e rimonta un’affettatrice…
B. Ma nel frattempo disegnavi?
P. Sì, è il primo lavoro che ho fatto subito dopo la Scuola di Fumetto. Per 6 mesi. Dalle 7.30 del mattino alle 11.00 avevo il turno, poi staccavo e disegnavo fino al giorno dopo. Ogni tanto mi sveglio e mi dico torno a fare un lavoro serio come quello, così me ne sto sei mesi senza disegnare su commissione, a scrivere il mio progetto, a farmi le tavole di prova e quando sono pronto a fare il volume che voglio io. Ma la verità è che lavorare è una merda e quindi alla fine preferisco di gran lunga dannarmi disegnando che facendo altre cose. È una scelta, per il meno peggio. E tra l’altro ora ho trovato un equilibrio prezioso e non potrei farne a meno. Mi sveglio presto, faccio sport, mentre disegno ascolto musica e podcast di continuo, leggo, mi dedico alle questioni quotidiane come fare la spesa, curare il giardino o pulire casa, e tutte quelle altre rotture di scatole che le persone che hanno un lavoro di ufficio devono per forza sbrigare nel weekend, rovinandoselo, di fatto. Posso portare mio figlio al mare un martedì mattina, se voglio…senza chiedere ferie né permessi a nessuno.
B. Dimentichiamoci il lavoro. Come è Brest?

P. Brutta, onestamente, ma cosa vuoi…È stata completamente rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale e ricostruita. Però a me le città portuali piacciono comunque quindi mi ci sono trovato benissimo. Poi la Normandia ha un calore diverso rispetto al resto del paese… Ci hanno alloggiato, noi autori, nell’Accademia della Marina mercantile. Un posto molto spartano, però ci hanno dedicato un piano intero. Avevano un servizio quasi paramilitare ma è stato tutto molto simpatico.
Il vento era tremendo. Pensa che quelli che erano i vecchi Docks li hanno ristrutturati e destinati a uso pubblico, mantenedo un’area enorme coperta completamente vuota, in modo che i cittadini possano usare questo spazio per fare le loro attività al riparo da quel vento e dalle intemperie. C’è chi fa palestra, squadre di pallamano che si allenano, ragazze che ballano hiphop, bambini che vanno in bicicletta.


Brest è stata una bella esperienza ma non ci vivrei. Quando sono stato a Tolosa, per il Festival BD de Dourgne, beh invece lì ci avrei vissuto eccome.
B. Beh, grazie al cazzo. Tolosa è bellissima, ci vivrei anch’io. A proposito di città in cui ha senso vivere, parliamo di Parigi. Mi sembra che prima di andare alla premiazione ci hai fatto un po’ di flanerie.


P. Non ci andavo da tanto. Ho girato un po’ perché mi avevi consigliato varie cose, ho passato un bel po’ di tempo al Jardin du Luxembourg ma poi ho dovuto andare a Aubervilliers, che dai parigini è considerata praticamente banlieu. Che però sta vivendo una gentrificazione incredibile, proprio a partire dal Campus Condorcet che è un’area enorme, tutta ricostruita, modernissima con strutture di vetro e acciaio che sono i vari poli di questa università. La nascita di questo Campus ha chiamato studenti da tutta Francia e da tutta Europa, causando un conseguente aumento dei prezzi e una riqualificazione di tutto il comune, con tutte le problematiche che queste riqualificazioni comportano. Insomma, una tipica gentrificazione, c’erano probabilmente più enoteche di vini naturali, orti sospesi e negozietti di roba biologica in questo quartiere che in tutti gli arrondissement centrali di Parigi.

Mi hanno alloggiato in un appartamento di quelli destinati ai ricercatori. Uno di quegli alloggi in puro stile Ikea… luoghi che mi rilassano molto, perché sono convinto che i posti migliori per pensare sono questi posti qui, tutti asettici e uguali da Praga a New York, perché non ti distraggono. Sai perfettamente come sono e non li guardi, un posto troppo interessante ti distrae, perché ti fa venire voglia di guardarli. Per lavorare questi posti sono perfetti.
B. Da Parigi poi sei andato direttamente a Ginevra per ritirare il premio al Salone del libro, giusto?

P. In realtà il premio ci è stato assegnato dalla Fondation Fabrizio Calvi, che è stato un giornalista d’inchiesta francese tra i fondatori di “Liberation” che tra l’altro si è occupato molto di mafia siciliana. Ogni anno assegnano un premio a quella che ritengono la migliore inchiesta giornalistica a fumetti… Quest’anno è toccato a Le dernier costume n’a pas de poche di Laurent Galandon e mio. Laurent ha fatto una vera e propria inchiesta sul posto, Zarzis in Tunisia, ha raccolto testimonianze ed è partito dalla storia vera di Chamseddine Marzoug, un suo amico pescatore e attivista, volontario della Mezzaluna Rossa. Ha documentato tutto con delle foto, alcune di queste inserite anche nelle ultime pagine del nostro libro. Un vero e proprio lavoro giornalistico, che poi io ho mediato con il fumetto, con delle parti anche un po’ surreali. Partendo dalla storia dì Chamseddine, Laurent ha intrecciato una storia bellissima e poetica che sembra cucita addosso al mio modo di raccontare. Per me è stato facilissimo disegnarla.

La Fondazione è parigina, ma in quei giorni era ospite al Salone del libro di Ginevra e la premiazione l’hanno fatta lì. La data era proprio a ridosso di quella del Campus Condorcet, così da Parigi siamo andati direttamente a Ginevra.

È stata un’esperienza che mi ha fatto capire che i saloni del libro sono tutti uguali. Quello di Ginevra è come quello di Torino…
B. Una sorta di grande mercatone…
P. Sì, quella roba lì, che ti viene mal di testa dopo un’ora. Con dei prezzi assurdi anche per una bottiglietta d’acqua.
Ginevra è tanto bella quanto cara. Prima di finire al Salone abbiamo fatto un bel giro per il centro e Laurent ha fatto un reportage fotografico molto interessante. A Ginevra ci sono scorci incredibili.
Sai che sia qui che a Brest, per la prima volta, mi sono sforzato di fare tutte le interviste e gli interventi durante le premiazioni in francese? È stato faticoso ma ce l’ho fatta.
B. I Francesi sono molto disponibili se vedono che tu ti sforzi di parlare nella loro lingua…
P. Devo dire che è vero, quello che fanno finta di non capire se non pronunci perfettamente la loro lingua è solo un luogo comune. Non è vero. Si infastidiscono se gli parli in inglese bene e non se gli parli in francese male.
B. Oh, è ora di sfatare questo mito dei francesi antipatici. Io conosco molti più italiani che mi stanno sul cazzo, per esempio. Ah, è finito il Cremant. Mi sembra un segno. Finiamo qui anche la chiacchierata.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.