Chi è l’intellettuale? E a cosa serve?

Francesco Barilli | Il tradrittore |

Il cambio di programma giunge improvviso e il tema del mese, “Storie per l’occhio”, ammazza la precedente idea, “Siamo intellettuali, oltre la noia c’è di più”. Del resto, aprile è il più crudele dei mesi, dice il poeta. Da privilegiato frequentatore della cantina di (Quasi), dove si decidono le sorti della rivista che non legge nessunə, conoscevo la vecchia proposta, a cui mi ero già affezionato, tanto da provare a tenerla in vita. Mi aveva affascinato con quella sua domanda inespressa, meglio, con la promessa di una risposta. «Nell’intellettuale c’è qualcosa di più, oltre alla noia», dice. Sì, ma cosa? E chi è l’intellettuale? È una creatura leggendaria presente in antichi testi, un mitico animale da bestiario, parafrasando Guccini? Forse un unicorno o un grifone?

Socrate e Stranger Things

Insomma, com’è come non è, mi trovo a scrivere di quel tema disperso, innanzitutto interrogandomi sul «Chi è?». La prima definizione che trovo in rete è: «Persona dedita al pensiero critico, alla ricerca e alla riflessione sulla natura della realtà». Gramsci invece diceva che tutti gli uomini lo sono, abbracciando nel generico maschile sovraesteso ogni essere umano, aggiungendo però subito dopo che non tutti hanno davvero la funzione di intellettuali «perché può capitare che ognuno in qualche momento si frigga due uova o si cucisca uno strappo della giacca, non si dirà che tutti sono cuochi e sarti». Forse preferisco «Intellettuale è chi usa il proprio intelletto con metodo e onestà e indipendenza da condizionamenti di sorta». Non so davvero chi l’abbia detto, forse io, boh?

In fondo già sai della mia simpatia per Socrate e il suo «So di non sapere», che sottolineava quanto la forma suprema di saggezza sia la consapevolezza della propria ignoranza. Com’è distante dall’arroganza di Pasolini nel suo «Io so perché sono un intellettuale»! Capisco la potenza evocativa della frase, nel momento in cui fu pronunciata, ma non ne condivido il contenuto. E che le stragi del quinquennio 1969/1974 fossero fasciste lo poteva capire pure un bidello padovano (la contestualizzazione sociale e geografica è ironica ma pure assai fattuale).

In ogni caso, molti preferiscono vedere ancora nell’intellettuale una sorta di super umano, una specie di Undici che facendo faccine strane e sanguinando dal naso invece di far ballare le lampadine di casa ti dà risposte esistenziali.

Un’altra definizione te la fornisce Nicola (Stefano Satta Flores) in C’eravamo tanto amati.

Lo sfogo di Nicola

Il film di Ettore Scola è del 1974. Bellissimo e invecchiato decisamente meglio di molte pellicole coeve. Ti riassumerò la trama più avanti, per ora fatti un nodo al fazzoletto: avrà una sua importanza in seguito. Per ora ti basti sapere che Nicola è, fra i quattro amici che nel film attraversano trent’anni di vita, personale e italiana, un insegnante caduto in disgrazia per le sue idee politiche radicali. Soprattutto, è uomo di cultura e con velleità di fine pensatore. Nel suo sfogo con Antonio (Nino Manfredi) HA DETTO:

«L’intellettuale è più avanti, è più su è più giù! Egli è IRRAGGIUNGIBILE! Egli è più OLTRE!»

Sono mica il primo che si arrovella nel VOLEVA DIRE. Le parole di Nicola non risolvono la questione. Il Tradrittore resta impotente e quello di Nicola resta lo sfogo di un uomo comprensibilmente amareggiato dalle avversità della vita. La replica di Antonio è più che naturale: «Oh, ah “più oltre”… ma che sei venuto a Roma pe’ litiga?!»

Tutti divulgano. Pure a Sanremo

È strano essere qui a scrivere mentre il mondo si è (è stato) incendiato. Ragionare su chi, come e perché ha appiccato il fuoco sarebbe utile, ma non in questa riflessione. Resta strano (e triste e spaventoso) ragionare su cosa sia oggi l’intellettuale. E cosa dovrebbe dire/potrebbe fare di fronte a fatti che si accavallano a velocità folle, tanto da essere presto dimenticati. Gli assassini dell’ICE, il poliziotto-boia di Rogoredo, gli Epstein files, guerre qua e là, con la new entry che scalza dalla prima pagina e dall’indignazione social quella della settimana precedente…

Va bene, Sanremo non è certo una vetrina del pensiero critico e non lo è mai stata, però, dai, prova ad andare oltre e a seguirmi, accantonando il dubbio che io stia dando di matto mescolando il Festival con il tema del mese, per quanto abortito. Il mondo accademico è sempre stato distante da quello quotidiano. I saggi dello studioso di turno non sono mai stati “per tutti”, certo. Però poteva capitarti di incrociarlo fuori dal salotto, quello studioso, e restarne affascinato. Da Pasolini sul Corriere (dove oggi trovi Gramellini, mala tempora currunt) a Eco che riusciva a fare una frittata con Charlie Brown, Mike Bongiorno e i cavalieri templari. E gli usciva pure bene, conquistando il palato dell’accademico come quello dell’operaio. Qualcuno ci prova pure oggi, sì. Magari scoprendo in sé innata disinvoltura e charme comunicativo (Alessandro Barbero, dici? Uhm, ci sta, ma non è un intellettuale, dai). Gli altri, ben riparati ad attendere che il bozzolo si schiuda.

Per il resto, vedo una schiera di narcisisti che ti bloccano lo scroll («articolo completo nelle stories o nel primo commento») e diffondono cialtronerie, per andare poi, una volta fidelizzata una schiera di followers, a occupare militarmente spazi un tempo altrui. Non tanto le librerie (ci provano, eh, ma quelle restano paludi deserte) quanto teatri o televisione. Così può capitarti di vedere Vincenzo Schettini a Sanremo, youtuber piacione con un monologo che pare uno scherzo, un influencer culturale che, accorato, invita a porre attenzione all’uso dei social da parte dei giovani. Praticamente un Berlusconi che predica continenza e sobrietà. Poco conta la polemica personale che ha duramente scalfito l’immagine del professore/youtuber. I tempi cambiano, e se ogni Achille aveva il suo tallone, ogni Ferragni oggi ha un pandoro in cui inciampare. Fino a quando dura, basta andare in TV a fare il cuoricino con le mani. Forse è più intellettuale il tipo che sposta con le mani la cacca del cavallo di Bocelli.

Però ti vedo. Sei rimasto col dubbio, legittimo, che in ogni caso un monologo a Sanremo c’entri nulla con la questione «chi è l’intellettuale». Provo a fugarlo con un’altra vicenda… che ti apparirà altrettanto fuori contesto.

Questioni di nicchie, da Timothée Chalamet a Guy Debord

Forse hai sentito parlare di una frase di Timothée Chalamet in un incontro sullo stato del cinema: le sale vuote, i compromessi che si devono affrontare per mantenere un pubblico con soglia di attenzione sempre più bassa e tempestato da tante altre forme di intrattenimento. Chalamet è sembrato imbarazzato nell’organizzare una risposta, dicendo in sostanza di capire il problema, ma che – egoisticamente – non vuole finire a lavorare in un settore come opera o balletto, seguiti da nicchie di fedeli appassionati ma di cui, in fondo, non importa più nulla al grande pubblico.

Ti risparmio le risposte, piccate quanto comprensibili, degli addetti ai lavori di opera o balletto, tanto le puoi recuperare in rete o immaginare, e comunque ora ci interessano poco. Il punto, qui, è che Chalamet ha ragione. Il bombardamento di mille media digitali e il proliferare di forme di intrattenimento favoriscono la nascita di nicchie autoreferenziali, microcosmi che sopravvivono senza comunicare l’uno con l’altro, addirittura inconsapevoli l’uno dell’esistenza degli altri. Che il Metropolitan Opera House possa fare il tutto esaurito con Il lago dei cigni è ininfluente, dimostra solo l’esistenza di una di queste, magari grosse, nicchie identitarie. E il mondo culturale ne è un’altra, l’intellettuale è il suo guardiano. Malmesso e invecchiato, incute tenerezza e malinconia.

Del resto, già Guy Debord riteneva naturale che il suo La società dello spettacolo potesse essere più citato che letto e compreso sul serio, dimostrandosi indifferente, o addirittura compiaciuto, di avere un numero di lettori non da best seller.

[A proposito del testo debordiano. Agli albori dell’età consumistica, Debord spiegava come stesse cambiando la percezione della realtà. Preconizzava una società in cui sarebbe via via emersa (e ormai si è consolidata) la pratica di “apparire” con un’immagine di sé simile a quella rappresentata dallo schermo televisivo (e oggi pure dalla dimensione virtuale dei social) per sentirsi accettati e integrati nella realtà in cui si vive:

«Lo spettacolo si presenta come enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più che “ciò che appare è buono, e ciò che è buono appare”. L’attitudine che esige per principio è questa accettazione passiva che esso di fatto ha già ottenuto attraverso il suo modo di apparire insindacabile, con il suo monopolio dell’apparenza».

Così ti ho pure citato Debord, cadendo consapevolmente nel tranello di trattarlo come fosse autore da Baci Perugina, vabbè…]

C’eravamo tanto amati

Insomma, l’intellettuale non lo trovi a Sanremo e graziarcazzo. Al massimo trovi la sua caricatura. Dunque per concludere il pezzo cosa dovrei fare? Già ti ho detto che non avresti trovato risposte al tema, ma qualcosa devo pur inventarmi…

Tocca tornare alla pellicola di Scola per concludere. E stavolta mi costringo a una breve sinossi, insufficiente per molti aspetti quanto necessaria per gli sfortunati che non l’hanno mai vista (stolti!, recuperatela appena potete).

Il film racconta le vicende di tre amici, giovani partigiani e diversamente idealisti, lungo l’arco di trent’anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino all’attualità del 1974, anno di realizzazione dell’opera. Oltre ai già citati Nicola e Antonio c’è Gianni (Vittorio Gassmann). Quest’ultimo, diventato avvocato di successo, sacrificherà presto gli scrupoli etici sull’altare del benessere economico, rinnegando gli ideali socialisti. Antonio è il “vero proletario”: ingenuo e bonario, seppure incline a qualche rissa in cui ha sempre la peggio, resterà fedele fino in fondo al radicalismo delle origini. Ancora più radicale è Nicola, l’intellettuale del gruppo. Professore incantato dal neorealismo di Vittorio De Sica e del suo Ladri di biciclette, il suo intransigente candore gli farà perdere il posto di insegnante e la famiglia. I tre amici condividono la passione per Luciana (Stefania Sandrelli). Legata inizialmente ad Antonio, avrà una breve relazione prima con Gianni e poi con Nicola, per poi legarsi definitivamente, in età matura, proprio con Antonio… Ma a questo arrivo poi, seguimi.

C’eravamo tanto amati ti racconta un’amicizia messa a dura prova da un amore conteso e dalle vicissitudini della vita, e nel contempo ti mostra, sullo sfondo, il boom economico, la disillusione per una società che nonostante la Resistenza non sa o non vuole cambiare, tra corruzione e provincialismo. Insomma, racconta le contraddizioni di un popolo, tratteggiate con ironia dolce e malinconica.

Non fidarti della mia sintesi, talmente brutale da risultare respingente. Mi scuso con te e con autori e protagonisti, rinnovando l’invito a recuperare il film, talmente bello da valere la pena delle mie vie dello streaming, pure quelle mica tanto legali.

Tutta questa pappardella mi serviva per parlarti di una scena specifica.

Circa a metà film, Luciana tenta il suicidio, dopo essere stata lasciata da Gianni. Ad aiutarla arriva per primo Antonio, l’ingenuo che l’ama da sempre di un amore incondizionato e proprio per questo le resta vicino senza dubbi, nonostante lei gli abbia preferito già due volte i suoi più cari amici. Subito dopo arriva pure Nicola, mentre Gianni (qui forse appare il giudizio negativo che Scola vuole trasmettere verso il borghese rampante) rimane in strada senza rivelarsi agli altri, a osservare l’uscita dei tre dalla pensione dove la ragazza è stata soccorsa.

Il nostro sguardo di spettatori coincide però proprio con quello di Gianni. Vediamo, noi e lui, Luciana accompagnata e protetta da Antonio e Nicola, mentre sale su un automezzo che la porterà al suo destino (spoiler: dopo varie peripezie sarà positivo). In questa coincidenza dello sguardo (spettatore = Gianni, ossia il personaggio più criticato, seppure amaramente e bonariamente, dalla pellicola) c’è un ammonimento. Non essere come lui, non rincorrere il miraggio del benessere borghese – non ti porterà alcuna felicità.

[Ri-spoiler: in effetti di tutti i personaggi quello interpretato da Gassmann avrà il destino più infelice. Sostanzialmente dimenticato da Luciana, non amato dai figli, presto vedovo di una moglie (Elide – Giovanna Ralli) che l’ha amato e che lui ha sposato per interesse, capendo il suo sentimento solo troppo tardi].

A questo punto l’inquadratura sale, lo sguardo non è più in soggettiva-Gianni, ma diventa “terzo” e distaccato. Gli amici si separano per molto tempo, Luciana sul camioncino, Gianni nascosto dalle locandine di un’edicola, Antonio e Nicola in direzioni opposte senza nemmeno un saluto. Un madonnaro sta completando la propria opera sulla piazza, disegnando la madonna col suo bambino. Una riuscitissima transizione dal bianco e nero al colore segna il passaggio dal passato delle scene fin qui viste (immediato dopoguerra) agli anni ’60, per arrivare poi all’attualità narrativa dei primi anni ’70. Non fidarti della mia ricostruzione, già sai che lo sguardo vale più di mille parole, e goditi tutta la scena, è breve e pure gratis. Così (rullo di tamburi!) riesco nell’impresa di realizzare IL PRIMO CROSS-OVER tematico di (Quasi), agganciando il tema abortito con quello realmente scelto per aprile. Perché se questa non è una «Storia per l’occhio» non so proprio cosa sia. Dopo torno all’intellettuale, te lo prometto.

Che conclusione è “boh”?

I tre amici condividono dunque lo stesso scoramento, il pensatore critico esattamente come “il compagno duro e puro” e come il rampante imborghesito. Dopo molti anni si ritrovano per una cena. Qualche bicchiere di troppo causa una dura discussione. E mentre Gianni, inascoltato, in uno slancio di sincerità cerca di confessare di essere diventato ricchissimo (e di essere dunque “il vero nemico”, per semplificare) Antonio si sfoga e Nicola resta a terra, piegato e sconfitto: «Sta sempre in cattedra! Come tutti i falliti!».

La riconciliazione è dolce e amara. L’amicizia sopravvive alla consapevolezza che il loro sogno di cambiare il mondo è, lui sì, fallito sul serio. Il finale del film si ricollega all’inizio, con gli amici che scoprono la realtà di Gianni, ricchissimo ma solo, e se ne vanno con un «Boh?» senza saper dire cosa significhi. Pure Nicola, l’intellettuale, si unisce a quella interiezione usata per comunicare dubbio, disorientamento o incredulità.

Insomma, l’intellettuale è fra noi, condivide il nostro stesso destino e non sa influenzarlo. Qualcuno lo puoi trovare pure qui su (Quasi), ma non sa risolvere le tue domande esistenziali. Al massimo sa rielaborarle in forme più accattivanti. Ma alla fine, oltre a una noia tutta sua e non molto dissimile dalla tua, non saprei dirti cos’altro abbia.

«Che conclusione è “boh”? È una conclusione ambigua!»

«Ambigua ma aperta…»

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)