Ci sono fumetti e fumetti! Un antico manuale su come realizzare un fotoromanzo che evoca echi del passato…

Michele Ginevra | Visiting Professor |

Paolo Interdonato mi ha messo nel sacco, costringendomi con lusinghe ad accollarmi lettura e commento di un antico manuale tecnico intitolato Istruzioni pratiche per la realizzazione del fotoromanzo, pubblicato da Editrice Politecnica Italiana nel 1956. È stato arguto quando mi ha comunicato di avere «un lavoro per…» me! Ha decantato un articolo scritto da tre docenti dell’Università belga di Gent, dedicato proprio a questo volumetto, mi ha detto che ne dobbiamo parlare perché è ricco di spunti interessanti. Leggendo i suoi messaggi, mi è sembrato di sentire la sua classica voce andante con brio, dal tono convinto. Paolo mi rivela che sono reperibili solo due copie, una delle quali si trova presso la Biblioteca Statale di Cremona, la cui sede si trova nello stesso palazzo in cui ha sede il Centro Fumetto “Andrea Pazienza”, dove lavoro ormai da una vita. Non solo non posso rifiutarmi di fargli un piacere, ma soprattutto l’argomento sembra effettivamente valido. Le analogie tra i fotoromanzi e un certo tipo di fumetto sono evidenti. Appena ne ho avuto la possibilità, ho attraversato i due cortili interni, sono salito in Statale e ho chiesto di poterlo consultare.

Catturata la preda, ho inviato a Paolo la prova fotografica dell’impresa e ho cominciato a sfogliare il libretto, maneggiandolo con la massima cura (come da raccomandazione della Direttrice Raffaella Barbierato). Dopo settant’anni, la rilegatura è fragile e le pagine delicate.

Mi attira la quarta di copertina, dove si può leggere l’elenco di tutti i manuali prodotti dall’editore, che in realtà costituiscono i materiali didattici della scuola per corrispondenza che porta la stessa denominazione. Divisi per ambiti, come “Scienza e scuola” e “Meccanica applicata”, sono disponibili corsi per tornitori, aggiustatori meccanici, motoristi ed elettrauti. I manuali insegnano anche a costruire radio ricetrasmittenti, oscillografi e televisori. Dunque, un’opportunità, a pagamento, per poter conseguire una formazione tecnica senza frequentare le relative sedi scolastiche, in una fase storica durante la quale queste professionalità erano molto richieste. Una soluzione ideale per chi magari già svolgeva lavori comuni, dopo aver abbandonato la scuola. E qui risalta l’originale metodologia didattica, cioè quella dei “fumetti tecnici”, rivolti a chi avesse conseguito almeno la licenza elementare, e quindi ritenuti adeguati a chi non fosse completamente analfabeta. I manuali erano (questo in particolare) riccamente illustrati con sequenze di disegni molto semplici e chiari, per spiegare cosa e come fare, e in che ordine. Guardo meglio i disegni: sono poveri ed essenziali, ma precisi.

Viene indicato come autore della pubblicazione Ennio Jacobelli. Non sono riuscito a trovare informazioni precise su di lui. Dubito che abbia realizzato anche i disegni. Però su Ebay è in vendita, mentre scrivo, un manuale pratico intitolato Il poker, uscito nel 1931 per Nerbini, al prezzo di una lira, realizzato proprio dallo stesso Jacobelli: era un divulgatore. Setacciando il web si può trovare anche un Jacobellieditore, marchio che oggi riunisce diversi percorsi editoriali precedenti. Scorrendo il catalogo, che propone soprattutto saggistica, possiamo intravedere una parentela con l’antica Editrice Politecnica. Ma mi fermo qui. L’eventuale approfondimento non può che essere compito di ricercatori detective alla Boris Battaglia.

Comincio allora a sfogliare con attenzione le pagine ingiallite del manuale e mi concentro sull’introduzione. Il fotoromanzo viene presentato come «molto simile alla cinematografia», in quanto per entrambi occorrono «un soggetto, una sceneggiatura, un regista, un operatore, attrici, attori, ecc.». Si ammette però «una sostanziale differenza: suono e movimento». Anche se il fotoromanzo si può «realizzare con una spesa pressoché irrisoria». E poi «costituisce un vero e proprio trampolino di lancio per chi vuole avviarsi alla carriera cinematografica; Anna Vita, Gina Lollobrigida, Sophia Loren non hanno, forse, compiuto il grande salto con il Fotoromanzo?». Molto astuto e convincente l’autore nell’allettare l’acquirente di questo manuale. Le analogie con i mass media del momento, la possibilità di produrre con poche risorse, la funzione di ascensore sociale… La possibilità di cogliere questa opportunità investendo sole settecentocinquanta lire in questa pubblicazione… Un momento… Ma… Aspettate! Torno indietro a leggere… Ehi! Ma chi diavolo era Anna Vita?!?!? Mai sentita! Eppure viene messa sullo stesso piano di gigantesse come la Lollo e la Sofia… Ecco… Sono fregato… Non posso proseguire senza prima sapere chi fosse questa attrice dimenticata. Cerco in rete e trovo una storia inaspettata. Anna Vita, nata a Locri il 1° dicembre 1926 e morta a Roma il 27 dicembre 2009, è stata una stella del fotoromanzo italiano nel secondo dopoguerra. E davvero le pagine di carta sono state per lei il trampolino di lancio per il cinema. Comincia a entrare nel giro giusto e lavora anche con Michelangelo Antonioni nel documentario L’amorosa menzogna che tratta proprio del mondo dei fotoromanzi e in cui lei interpreta sé stessa. Poi nel 1952 la possibile consacrazione: Vita ottiene la parte di protagonista de Lo sceicco bianco di Fellini. Ma la rifiuta, racconta lei, perché si rappresentava negativamente proprio quel mondo delle illusioni patinate del fotoromanzo di cui l’attrice era significativa espressione. In realtà si sentiva inadeguata come attrice, ritenendo di non essere né adatta né tantomeno così bella. Si trasferisce per qualche anno dalla sorella negli Stati Uniti. Ritorna In Italia all’inizio degli anni Sessanta e, nonostante la prolungata assenza, scopre di essere ancora popolarissima, notando nelle edicole le copertine dei suoi fotoromanzi e «che nei bar c’erano liquori con la mia foto». Si dedica ad altre attività, tra cui la scultura (come suo padre), e gestisce un albergo.

Tra le risorse reperite c’è anche una pagina sul sito Essere Altrove dedicato all’urban exploration, cioè la riscoperta e l’esplorazione di luoghi abbandonati. Tra questi c’è proprio la casa atelier di Anna Vita, la cui ubicazione non è dichiarata nell’articolo, e che versa in condizioni di forte degrado e abbandono. Devo dire che la lettura di questa pagina e la visione delle numerose foto mi suscita una forte malinconia. La casa è spettrale. Finestre rotte, mobili a pezzi, riviste sparse, pareti umide, oggetti e utensili che diventano spazzatura. E ci sono ancora le sue sculture… La natura circostante invece è bella, radiosa e luminosa. Che paradosso. Il libro che la cita è custodito e protetto in una biblioteca. Non avrei mai saputo di lei, senza questo documento. Al contrario, le testimonianze della sua vita si stanno inesorabilmente disfacendo… Forse l’ultimo atto di un’esistenza che più volte si è voluta defilare senza clamori.

Ma torniamo al manuale per fare i fotoromanzi che l’attrice (così la cito ancora un’ultima volta) chiamava spesso “fumetti”.

L’indice è ben costruito. Viene definito cos’è il fotoromanzo e vengono dispensate nozioni di sceneggiatura e regia. Poi c’è una lunga sezione tecnica dedicata agli strumenti fotografici. Fa da cerniera con la parte fondamentale del manuale un breve sorprendente trafiletto in cui si parla male degli attori, abituati a fare un po’ i comodi loro… Le istruzioni pratiche sono molto dettagliate. Viene definito il soggetto. Quella che chiamiamo oggi “scaletta” viene chiamata “trattamento”. Si passa quindi alla sceneggiatura, al montaggio e alla stampa.

Il formato è orizzontale. Ogni pagina è suddivisa in due fasce parallele: quella superiore contiene i disegni e quella inferiore i testi. Le frasi sono abbinate ai disegni tramite l’attribuzione di numeri comuni. Sembra quasi di scorrere un vangelo.

Sarebbero talmente tante le osservazioni da fare che ci vorrebbe un trattato. Ma, a parte che c’è già il saggio dei tre studiosi belgi (perché non tradurlo addirittura, che facciamo prima?), ho consumato quasi tutto lo spazio disponibile per parlare di Anna Vita… Per cui mi limiterò a una serie di note, giusto per non scontentare Paolo.

La definizione di fotoromanzo: il racconto di un fatto, descrivendone i personaggi, usando le illustrazioni invece delle parole, specificando subito che in questo caso si usano le fotografie. Dunque fotoromanzo e fumetto sono la stessa cosa: il primo usa le foto e il secondo i disegni.

Il manuale, come dicevamo all’inizio, usa i “fumetti tecnici”, che però sono soprattutto illustrazioni esplicative dei testi. Quasi mai hanno un’autonomia narrativa e in genere non si articolano neanche in sequenze ravvicinate.

Saltando a pagina 64, troviamo un paragrafo davvero interessante. Lo cito per intero. «… è opportuno chiarire il significato della parola “fumetto”. Se uno di voi chiede al giornalaio cosa è il fumetto, si sente rispondere: – è questo qui! – e nello stesso tempo gli verrà messo sotto gli occhi un giornale di medio formato, zeppo di disegni o fotografie, con pochissimo testo (o addirittura senza), che narrano una determinata storia. Ebbene, questo genere di pubblicazione non è il “fumetto” ma è a “fumetti”, o, meglio ancora, è “a base di fumetti”…». in pratica, l’autore spiega che il termine indica quelli che oggi chiamiamo “balloon”, cioè le nuvolette. Non c’è nessun intento semantico. Questo passaggio è strumentale a una comprensione migliore delle successive istruzioni che spiegano come applicare le nuvolette contenenti i testi sulle fotografie. Non dimentichiamo che a quell’epoca i procedimenti di preparazione della stampa erano manuali e artigianali, con il solo ausilio di strumenti ottici. Insomma, del gran collage!

L’organizzazione delle scene: in più paragrafi vengono fornite istruzioni dettagliate e serie su come inquadrare e disporre gli attori. Inoltre, passando dal soggetto alla sceneggiatura, attraverso il trattamento, viene fatto comprendere come rendere plausibili le situazioni. Ci sarebbero i presupposti per una teoria della rappresentazione del tempo attraverso il fumetto. Ma non è certo questa l’intenzione dell’autore che, al contrario, fa riferimento alle convenzioni sociali del tempo. I personaggi sono stereotipati. E lo sono altrettanto le vicende interpretate dai protagonisti, che ruotano attorno all’amore in tutte le sue variabili. Da qui una serie di comportamenti, atteggiamenti e pose che devono soddisfare le attese dei lettori. Soprattutto delle lettrici. Questo non è un trattato, ma un manuale. Come tale deve mettere chi lo legge (e lo studia) nella condizione di realizzare un prodotto (o credere di poterlo fare). E il fumetto (tecnico) ha come ruolo quello di facilitare la comprensione delle informazioni messe a disposizione a favore di chi è meno istruito.

Un’ultima considerazione può riguardare l’efficacia di questi “fumetti tecnici”. Senza i testi abbinati non sarebbero completamente comprensibili. Negli anni si sono evoluti semplificandosi. La loro versione moderna è rappresentata dalle istruzioni che l’Ikea fornisce per il montaggio dei suoi mobili. Caratteri alfabetici assenti. Solo disegni super stilizzati e numeri utili per stabilire l’ordine delle operazioni o le quantità dei materiali. Un esperanto del bricolage.

Tutto questo è parte di quella modalità di rappresentazione delle cose che chiamiamo (solo in Italia) fumetto e questo antico e ingiallito manuale non fa che fornire ulteriore materiale di studio.

Per ora è tutto.

Grazie Paolo.

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