The underworld: breve storia della visione dal basso ↑▲

Lucia Lamacchia | Brucio |

In alto si collocano il Re, il Presidente, il Papa, Dio; in basso il cittadino, il contadino, il credente, lo schiavo. L’uso delle maiuscole nella scrittura riflette storicamente queste antiche gerarchie: sono convenzioni tipografiche radicate nel passato e spesso ancora in uso. In epoca coloniale, ad esempio, anche la parola “Bianco”, riferita alla razza, veniva scritta con la maiuscola, mentre “nero” restava in minuscolo, codificando la disuguaglianza anche nel linguaggio.
Il popolo è simbolicamente posto in una posizione svantaggiata: è suddito (subtĭtus, “posto sotto”), dipendente (che dipende), operaio (che opera, in contrapposizione al capo, che decide) o proletario (che possiede – solo – la prole).
Per John Berger, nelle lingue europee tradizionali, non esiste un termine che designi i poveri senza portare con sé sfumature denigratorie o paternalistiche, caratteristiche che costituiscono una manifestazione diretta del funzionamento del potere.
Guardando il cielo, un tempo, un occhio allenato era capace di prevedere con precisione le condizioni meteorologiche, grazie a un sapere popolare tramandato per generazioni. Queste conoscenze legate ai territori vennero identificate dall’antropologo statunitense James Scott con il concetto greco di mètis. Il passaggio dei corvi che annuncia le nevicate; le rane che gracchiano prima della pioggia; o le formiche che chiudono i formicai e le lumache e le chiocciole che escono allo scoperto: nell’era dell’Antropocene sono fenomeni non più scontati. Trascorrere gran parte del tempo in luoghi chiusi ha reso queste abilità quasi estinte, trasformando ciò che costituiva una forma di potere, oltre che di conoscenza, in qualcosa di raro e spesso inutile.
In assenza di strumenti moderni, come Google Maps, le stelle servivano all’uomo come guida per orientarsi. Le più antiche testimonianze note di una rappresentazione cartografica riguardano, infatti, il cielo notturno. Nelle grotte di Lascaux sono stati identificati dei puntini dipinti risalenti al 16.500 a.C., nei quali si distinguono la costellazione del cosiddetto Triangolo Estivo (Vega, Deneb e Altair) e le Pleiadi.
Fu proprio l’osservazione del cielo dalla Terra che, secoli più tardi, cambiò il modo di concepire il mondo.
Nel 1608 l’ottico olandese Hans Lippershey presentò alle autorità il cannocchiale, o telescopio. L’anno successivo Galileo Galilei, concependolo come un potenziamento dei sensi, lo adoperò a fini scientifici «ridando la vista all’umanità»: fino ad allora la conoscenza doveva essere confermata dal tatto, che era il senso privilegiato.
Per Galileo Galilei non è sufficiente guardare, ma è necessario osservare con uno sguardo consapevole, capace di vedere realmente e di riconoscere come vero ciò che si ha davanti.
A causa delle sue osservazioni astronomiche, che fornivano prove fondamentali per il modello eliocentrico, Galileo entrò in aperta contraddizione con la filosofia naturale di Aristotele e con le Sacre Scritture. Scoprì un Universo più grande, dimostrò che le stelle sono molto più numerose di quelle che si vedono a occhio nudo, che la Luna non ha una superficie piatta come sostenuto nella tradizione e individuò le “Sidera Medicea” (una captatio benevolntiæ in onore di Cosimo II de’ Medici), ovvero i satelliti di Giove.
Questi sviluppi della scienza, che portarono Galilei a essere processato, condannato e costretto all’abiura, inaugurarono una nuova epoca sociale e culturale ponendo le basi per un mondo moderno ed esatto. Con la logica scientifica promossa dal metodo galileiano cominciò a diffondersi una visione laica e razionale, in alternativa a quella religiosa.
Prima della riproducibilità tecnica l’uomo comune poteva aver visto delle immagini solo in contesti strettamente controllati: nelle chiese, nelle processioni, durante il Carnevale e sulle monete. Tutte le rappresentazioni erano, di fatto, gestite dai governanti, dagli aristocratici e dal clero. Le vetrate delle cattedrali, ad esempio, che Guillaume Durand definì «le scritture divine», furono concepite come vere e proprie “sale di proiezione”, progettate per illuminare e istruire la mente dei credenti. Fu solo con l’avvento della stampa che cominciarono a circolare le prime messe in scena autonome, “dal basso”, le quali iniziarono a mostrare la vita e le preoccupazioni del terzo stato.
Nello stesso tempo in cui Galileo Galilei rivoluzionava la scienza, Caravaggio innovava la pittura rappresentando la vita quotidiana delle classi popolari e marginali. La sua opera dava spazio a ciò che era escluso dalle rappresentazioni ufficiali: il popolaccio, la gente dei vicoli, i sansculottes, il lumpenproletariat, le classi basse, quelli dei bassifondi, l’underworld, la malavita. Rivelò la vita quotidiana sotto il velo della narrazione sacra e traspose i temi religiosi in autentiche tragedie popolari, portandoli nelle strade, nelle locande, nei volti degli umili.
Secoli dopo, nel 1895, grazie ai fratelli Lumière ci fu la prima proiezione pubblica a pagamento, L’uscita dalle officine Lumière: nacque il cinema inteso come intrattenimento. Nel XX secolo le grandi sale cinematografiche vennero paragonate a delle nuove cattedrali offrendo una nuova visione collettiva e totalizzante: un rito laico.
«Il cinema è magia» sostiene Silvano Agosti: il grande schermo impone una prospettiva di soggezione e meraviglia amplificando lo sguardo dal basso tipico dell’infanzia, trasformando lo spettatore in un nano di fronte a mondi giganti.
Questa prospettiva di subalternità trova eco anche nella letteratura del primo Novecento. Gregor Samsa, il protagonista di La metamorfosi di Kafka, sprofonda al livello fisico del pavimento ottenendo una vista letteralmente “dal basso”. La sua percezione del mondo – le gambe dei genitori, i mobili che si ergono come montagne – è l’espressione massima della marginalizzazione e dell’alienazione comunicativa di chi sta ai piani inferiori, e simboleggia la totale frattura con il mondo e la sua scala dei valori.

Il campo visivo non appartiene più solo a chi vede. In uno dei video bellici che circolano in rete si vede un drone che identifica un soldato russo e, zoomando, lo osserva stremato. Il militare è steso in un fosso e, guardando verso l’alto, unisce le mani in segno di preghiera. Trema in maniera evidente. Non verrà aperto il fuoco: il drone, come fosse una testa umana, lo rassicurerà oscillando su e giù. In basso sta l’essere umano e in alto la “visione senza sguardo”.

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