Superman: Metropolis, il fantasma del superuomo

Paolo Valeri | Antropocomics |

Henry Jenkins è celebre per aver rivoluzionato gli studi sull’odierna cultura pop, soprattutto nei suoi aspetti di partecipazione e creazione di comunità. Suoi i concetti di cultura partecipativa, narrazione transmediale e cultura della convergenza. Appassionato di quelle opere che raccontano attraverso una continuità estesa, dove la complessità testuale viene costruita anche attraverso diversi livelli di molteplicità – come, per esempio, raccontare una storia semplice ripetutamente ma cambiando le variabili e permettendoci di vedere in quella storia qualcosa di unico – uno dei suoi fumetti preferiti è Superman: Metropolis. Opera che trae ispirazione dal capolavoro uscito cent’anni fa e ambientato nel nostro oggi ma colloca Superman al centro della storia e così, tra la mente che progetta e la mano che costruisce, il mediatore diventa un superuomo.

Fa parte di un trittico di Elsewords in cui la trinità di DC comics – Superman, Batman e Wonder Woman – vengono reimmaginati dentro i capolavori dell’espressionismo tedesco – rispettivamente Metropolis, Nosferatu e L’Angelo Azzurro. La resa grafica è affidata ai pastelli decisi e ruvidi di Ted McKeever, mentre alla scrittura troviamo R.J.M. Lofficier. In realtà gli scrittori sono due, Randy e Jean-Marc: entrambi Lofficier in quanto moglie e marito. Lui francese e lei nata in Pennsylvania, sono una coppia proprio come lo erano Fritz Lang e Thea von Harbou al momento di girare Metropolis. Già, Metropolis: sappiamo che nelle storie originali di Superman anche lui ha la sua Metropolis, quindi questo adattamento è una splendida interpretazione dei molteplici significati dell’onda culturale innescata dal film.

In qualche modo Metropolis è uno dei fantasmi che genera Superman e, a sua volta, inserendo la mitologia di Superman nella trama di Metropolis il racconto rivela il suo spettro più importante. Uso “spettro” nel senso che gli ha ascritto il filosofo Colin Davis: una figura costitutivamente ambigua, in cui coesistono presenza e assenza e che fa vacillare le certezze stabilite. Abbiamo già affrontato il film attraverso la categoria analitica dell’hauntologia, adesso proviamo ad avvicinarci al fumetto dei Lofficier con la stessa accortezza: rendere la massima giustizia ai fantasmi, lasciare che la nostra riflessione ne sia infestata. Permettendo al potere dei fantasmi, come suggerisce l’antropologa Jean M. Langford, di eludere i nostri impegni ed esporre i nostri limiti, spesso impliciti, verso lo storicismo, l’iper-razionalismo e l’umanesimo.

La trama ricalca pari pari quella del lungometraggio, il padrone della città diventa John Kent, Marta la moglie ormai defunta, Luthor lo scienziato pazzo che crea l’automa, Lois e Clark vestono i panni di Maria e del giovane Freder. Se possibile, l’introduzione dei tropi di Superman polarizza ancora di più l’etica della storia. Il padrone della città diventa un burattino nelle mani dello scienziato ma l’incarnazione di Luthor, rispetto a Rotwang, è molto più malvagia. Innanzitutto, inserendo l’elemento dell’adozione del piccolo alieno Marta non poteva morire di parto: così ad ucciderla è lo stesso Luthor. Nell’originale filmico la mano destra del dott. Rotwang è guantata, non è un caso. Come ci ha insegnato Robert Hertz, nella nostra tradizione occidentale come in molte altre, la polarità religiosa ha utilizzato il corpo per definire simbolicamente il bene e male, assegnando al lato sinistro le qualità negative. Ecco allora che la mano “buona” del dott. Rotwang non sancisce solo il suo essere “sinistro” in senso turbativo, ma ancora di più la funzione sinistra della sua tecnologia. Il fumetto però va oltre, la menomazione qui è una diretta conseguenza dello schianto procurato dall’arrivo del razzo di Kal-El: ma non è solo la mano ad esserne interessata. Il Rotwang di Luthor ha il corpo ricostruito, è per metà una macchina – la parte sinistra a conferma di quanto il corpo trattenga la distinzione simbolica tra bene male – e ha un frammento di kriptonite al posto del cuore. Così il fantasma che spinge la storia non è più la perdita e l’ossessione per Marta ma la possibilità stessa di un potere alieno e superiore. Luthor si “crea” a contatto con quel potere e quello stesso potere deve essere risvegliato nel giovane Clark. Quel potere, però, è anche la forza occulta, magica e fantasmatica, con cui lo scienziato sottomette il padrone della città e annebbia la mente del figlio facendogli scordare le proprie potenzialità.

È una origin story nuova, in cui Clark che diventa Superman ricalca il fantasma dell’übermensch nietzschiano. Superman non è più un nome proprio, come nelle storie tradizionali, ma un appellativo che designa l’uomo nuovo: il salvatore di Metropolis. Un essere che ha trovato nella volontà di potenza un rinnovato rapporto con la realtà ma anche, per come lo interpreteranno Gabriele D’Annunzio e tutta la deriva eugenetica, un uomo potenziato che diventa guida per il popolo.

Se quando appare il personaggio di Superman, una decade dopo l’uscita del film di Lang, è la risposta immaginata dalla cultura americana nel momento in cui la politica europea concepiva i dittatori; l’importanza di quel fantasma è tutt’altro che sopita. A cent’anni di distanza, in un mondo dove è la tecnologia a dominare, dove la Santa Trinità delle nostre vite connesse si chiama Apple, Alphabet e Microsoft e i dati sono il nuovo tutto: petrolio, sanità, città, auto a guida autonoma, droni per le consegne di pacchi e bombe: date a un uomo uno smartphone, un sistema operativo e un motore di ricerca, e diventerà un übermensch potenziato dalla tecnologia. Il superuomo del nuovo millennio.

L’icona di Superman ha sempre covato in lei il fantasma del potere ma questa è una delle poche storie in cui emerge in maniera così didascalica. Infatti i due finali si sovrappongono ma non si equivalgono, dove il film mette in scena il giovane Freder come mediatore tra la mente – suo padre, il padrone della città – e la mano – i lavoratori – relegandolo all’improbabile ruolo di cuore della storia, il fumetto sostituisce alla stretta di mano l’acclamazione della folla. Il finale consolatorio e positivo si rivela perturbante perché, benché Clark si presenti anche qui come il cuore che media tra le parti, di fatto sta imponendo un ordine nuovo attraverso la propria potenza sovrumana. Il supereroe che salva il mondo senza cambiare le strutture che lo rendono ingiusto si rivela qui per ciò che è: il prodotto culturale di un totalitarismo del consumo. Il fantasma di Metropolis costringe il mito di Superman a confessare i suoi lati più oscuri e, senza cambiare l’impostazione di fondo della trama filmica, la costringe semmai a un esito ancora più in linea con l’odierna deriva americana, sempre più vicina agli albori nazisti incarnati da Metropolis.

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