Fantastici quegli anni (ma davvero?)

Francesco Barilli | Il tradrittore |

Quando si invecchia, sul comodino non si hanno solo gli occhiali da lettura (io, figurati, ne ho tre paia: per guidare, per il pc, per leggere). Si hanno anche lenti con cui si guarda il passato. Spesso sono deformate e colorate. Viene un momento in cui tutti i ricordi sono belli, pure quelli legati a tempi in cui affitto o mutuo venivano prima di tutto il resto a turbare il sonno. Sempre meglio di quelli attuali, in cui appena sveglio devi pensare alle medicine da prendere.

Insomma, ho sessant’anni. Come la prima storia in Italia dei Fantastici Quattro. Che appare qui, lo sai da un po’…

Mi hai preso in castagna. Puntuale e affidabile come un treno della nostra penisola ho bucato la consegna di giugno. Il mese «che è maturità dell’anno» ha lasciato così il posto a quello che si annuncia «con giorni lunghi di colori chiari». Poi agosto, in cui «è bello inebriarsi di vino e di calore», si è portato via Francesco Guccini, autore di questi versi e di altri ugualmente memorabili… Mi si stringe il cuore al pensiero che è lo stesso mese che, tre anni fa, mi ha tolto uno dei miei amici più cari, il cui destino avevo intrecciato proprio con una canzone del maestro da Pavana (puoi leggere qui).

Insomma, il vecchio tema è in archivio già da un po’. Forse è persino giusto che questo pezzo ti giunga a settembre, «mese del ripensamento sugli anni e sull’età». Certo, non mi sfugge la domanda che mi stai ponendo: «Come diavolo hai potuto trasfigurarlo quel vecchio tema, “Fantastici quei quattro”, nel titolo di questo articolo?». Proprio io che in passato ho lanciato strali contro la nostalgia, «Mai esistiti i bei tempi passati» eccetera! Va bene, non sono coerente. Ma anche tu, vivaddio, pretendi precisione e coerenza e leggi (Quasi), che fin dal nome denuncia la propria incertezza come cifra stilistica?

Confuso? Prova a seguirmi. In questa lunga cavalcata, dove prima o poi arriverò anche, spero, alla più celebre famiglia dell’universo di super eroi con super problemi creato da Stan Lee e Jack Kirby. E le polemiche sulla divisione dei meriti fra i due lasciamole stare, per non deragliare dal tracciato, già abbastanza tortuoso di suo.

Questa storia comincia dal barbiere, nei primi anni Settanta, quando avevo ancora i capelli e dove scoprii i miei primi fumetti Marvel. Il primo in assoluto lo ricordo con sicurezza, era un numero di Devil disegnato da Gene Colan, dove l’eroe si scontrava con il Coleottero. Oggi il villain sembrerebbe ridicolo, con quel costume e quelle ventose idrauliche, buone giusto per sturare un lavandino, ma all’epoca turbò i miei sogni di bambino.

In seguito a quella scoperta, il primo fumetto Marvel al quale mi appassionai non fu Devil, ma Thor. L’idea del debole e claudicante medico Donald Blake che, battendo a terra il proprio bastone da passeggio, si trasformava nell’immortale dio del tuono mi faceva sognare. Costruii con i mattoncini Lego il mio Mijolnir, lo lanciavo per casa contro inesistenti Ulik e Mangog. I mattoncini si dimostrarono meno resistenti dell’uru, metallo immaginario di cui era costituito l’originale. Dovevo ricostruire la mia arma ogni volta, ma i miei nemici nulla potevano contro la mia devastante possanza! Tutti meno mia madre, incomprensibilmente attaccata più alle suppellettili di casa che non alla mia autostima. L’ho perdonata, in seguito.

Era l’epoca dell’Editoriale Corno. Mi appassionai anche ad altri supereroi Marvel, ma nessuno aveva per me il carisma del biondo dio del tuono. I disegni di Kirby mi facevano sognare; specie il ponte dell’arcobaleno, che univa la Terra ad Asgard, dimora degli dei nordici: la bella Sif, i fidati Balder, Hogun e Volstagg, il perfido fratellastro Loki e soprattutto l’entità suprema, Odino, padre di Thor e autorità indiscussa nel campo della pedagogia ondivaga. Ogni due-tre numeri il suo rapporto col figlio oscillava tra un «Benvenuto, Thor, il più eroico e nobile dei figli che un padre possa immaginare!», e un «Progenie ingrata! Come osi discutere la mia autorità e legarti al volgo dei mortali?! Ti esilio sulla terra per sempre!». Dove “per sempre” era da intendersi “per due o tre numeri”.

[Io però da bambino volevo essere un supereroe. Ti ho già detto del Mijolnir fatto coi mattoncini Lego; ancora non sai che zompettavo in casa immaginandomi con gli stivaletti a molla di Paperinik. Forse dal mio punto di vista non era poi così utile fartelo sapere, ma la frittata ormai l’ho fatta.]

Il caso ha voluto che Thor abbia influenzato anche la fase adulta della mia vita di lettore e la mia riscoperta del mondo-fumetto. Nei primissimi anni ’80, infatti, l’Editoriale Corno entrò in crisi e i supereroi Marvel sparirono dalle edicole. Più o meno contemporaneamente avevo abbandonato anche l’altra testata che seguivo con continuità, Alan Ford. Solo alla fine di quel decennio una struggente nostalgia dei “bei tempi che furono” (ecco la contraddizione, lo so) mi fece frequentare fiere del fumetto e mercatini dell’antiquariato. Con spese pazzesche recuperai gran parte del materiale che nel frattempo avevo gettato al macero. Pochi anni dopo arrivarono internet e i forum dedicati al fumetto. Riscoprii la vecchia passione, stavolta con un orizzonte più ampio e buona pace del mio bilancio mensile… Ma questa è un’altra storia, magari un giorno vedrò di raccontarla. Per ora torniamo alla fine degli anni ’80/inizi dei ‘90, quando, oltre alle citate fiere, mi riavvicino alle edicole e scopro il ritorno degli amati supereroi.

Play Press e Star Comics si dividevano i diritti-Marvel, prima dell’avvento della Panini Comics/Marvel Italia. Il primo fumetto che tornai ad acquistare fu proprio Thor, disegnato da un autore per me sconosciuto che mi colpì moltissimo, Walter Simonson. Oddio, la memoria faceva cilecca e in realtà l’avevo già visto anni prima sulla stessa testata, con uno stile non ancora così personale, ma ora era davvero una rivelazione. Il suo tratto raffinato, felice connubio fra tradizione e innovazione, coglieva in pieno l’essenza dello stile del King e del suo impatto visivo, con un’epica che, seppur “restando Marvel”, si faceva “più vikinga” e con quelle onomatopee integrate nella grafica della tavola…

I testi erano solidi ed efficaci, frutto di una meticolosa conoscenza della mitologia norrena. Simonson amalgamava con grande sapienza il celebre linguaggio aulico degli dei, nella loro consolidata tradizione-Marvel con dialoghi realistici, veloci e diretti. Nei primi numeri l’attrazione tra Lady Sif e Beta Ray Bill è tratteggiata con delicatezza…

… e più avanti nella saga ricordo il toccante elogio funebre recitato da Frigga in memoria di Odino, scomparso durante la lotta con Surtur.

Mi appassionai al ciclo, che sarebbe diventato fondamentale per gli appassionati del dio del tuono, recuperai i numeri precedenti, parzialmente pubblicati su Silver Surfer della Play Press.

Col Thor di Simonson mi sembrò di ritrovare un vecchio amico a cui la vita aveva riservato non poche disavventure. Non c’era più traccia della sua identità mortale, Odino come t’accennavo era morto in uno scontro con Surtur, vi appariva un dio del tuono più amaro, segnato dagli eventi… L’avrai capita: cominciai a cercare altre testate Marvel tornate in edicola e cominciai a leggere i Fantastici 4 di John Byrne.

Potrei proseguire a lungo parlandoti della mia Marvel-mania in età adulta. Magari raccontandoti di quando ho pagato 40 € per un numero di Thor che avevo già. Ma fra Mijolnir costruiti con il Lego e immaginari stivaletti a molla di figure di merda ne ho fatte abbastanza. E poi dovevo parlarti dei F4 e di quando li ho incontrati da bambino… Cazzarola, mi son perso, scusami…

Da bambino, avrai capito, non leggevo in ordine. Prendevo i fumetti che mi capitavano e quando mi capitavano. Tramite conoscenze trasversali (amiche delle mie sorelle, figli di amici dei miei genitori che svuotavano cantine e si liberavano dei “giornaletti”) mi arrivavano numeri sparsi, a volte intere scatole. Coi F4 fui fortunato, i primi numeri furono quelli in cui Silver Surfer, immensamente potente ma non troppo scaltro, accetta l’invito del Dottor Destino al suo castello. Qui, grazie a un ingegnoso macchinario, il monarca di Latveria si impadronisce dei poteri del surfista argentato.

Destino affronta quindi i Fantastici 4, sconfiggendoli nettamente. Sceglie però di lasciarli in vita, per umiliarli mentre mostra al mondo intero, e soprattutto all’odiato Reed Richards, la propria onnipotenza distruttiva. Gli eroi lo lasciano sfogare, sfidandolo poi in un’ultima battaglia che, in realtà, si rivela un’astuta trappola. Una sorta di aliante anti-cosmico realizzato da Reed viene lanciato verso il cielo, dove Galactus aveva innalzato da tempo una barriera per impedire a Silver Surfer di abbandonare il pianeta in cui era esiliato. Destino sarà anche malvagio e geniale, ma come ogni super-criminale dell’epoca è anche un po’ coglione (prima lasci vivo il Surfer, poi ti ripeti con i tuoi avversari storici, adesso non chiudi la battaglia finale per inseguire un inutile aliante… Destino, checcazzo…) e finisce schiantato come un fesso contro la barriera, restituendo i poteri a Surfer e siglando così una delle sue sconfitte più amare.

Insomma, mi capita fra le mani una saga del periodo d’oro dei F4! I disegni di Kirby arricchiti dalle chine di Joe Sinnott, i primi costumi (praticamente tute da meccanici) avevano lasciato il posto a quelli che sarebbero rimasti iconici per anni, scienziati pazzi, misteri del cosmo infinito… Ce n’è abbastanza per recuperare le storie precedenti, mi dico… e così faccio!

Delle vecchie storie ricordo che già all’epoca, da bambino, mi stupisce la ricchezza del cast dei comprimari. Cioè, certo, i protagonisti principali, la famiglia coi propri super-problemi eccetera, tutto ha il suo fascino, ne avrai sentito parlare chissà quante volte. Però, a parte alcuni avversari-Kleenex (li usi una volta e via) trovi il Dottor Destino, Namor, il Burattinaio, gli Skrull… E poi i mostri radioattivi, diosanto! Il terrore atomico conviveva con una generale fiducia nelle proprietà salvifiche della scienza, e poi la corsa spaziale che divideva USA e Urss…

[Ah, non ti sfugga: nella finzione narrativa i F4 arrivano davvero per primi sulla Luna, già sul n. 13 dell’aprile 1963, anticipando la realtà di Neil Armstrong e il suo «Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità» del 20 luglio 1969. Reed Richards e compagni sono eroi, certo, una famiglia, certo, ma innanzitutto sono esseri umani curiosi, esploratori dell’ignoto. Lo capiranno Warren Ellis e il compianto John Cassaday,trasfigurandoli in una versione distorta e visionaria nel loro Planetary, di cui ti ho parlato qui.]

Però, ok, è giusto parlare pure dell’aspetto-famiglia. E con un carpiato doppio avvitamento per cui sono noto ti porto a una miniserie di parecchi anni dopo, ossia Fantastic Four 1234.

«Amore è il nome con cui ingentiliamo un brutale imperativo genetico». Mentre i FQ subiscono l’ennesimo attacco del Dottor Destino, è così che Namor, nell’occasione alleato con Destino e l’Uomo Talpa, si rivolge all’oggetto del suo desiderio, Susan Richards.

La prima cosa che mi colpisce quando leggo qualcosa di Grant Morrison è la visione distaccata dei sentimenti umani (mi verrebbe da dire “cinismo”, ma forse così facendo cadrei in un cliché), e questa miniserie non costituisce un’eccezione. L’attrazione fra Namor e Susan, spesso tratteggiata nella serie classica solo come una forte affinità, qui diventa davvero “fatale” e molto carnale, non solo da parte di Namor. Soprattutto, valvola di sfogo per una donna trascurata da un marito che sembra avere altre priorità.

Non ti deve sorprendere che questo succeda alla famiglia per eccellenza made in Marvel. Reed e Sue hanno già avuto parecchi screzi, nella loro storia. Mr. Fantastic, in particolare, non è un campione di empatia, in passato addirittura ha “spento” la coscienza del proprio figlio, seppure costretto all’estremo rimedio da un pericolo altrettanto estremo (un veloce accenno alla vicenda lo trovi qui). Ma nella miniserie targata Morrison e Jae Lee il capo dei FQ é dipinto come un eremita anaffettivo, distante anni luce dai compagni e dalla sua famiglia, totalmente chiuso nei suoi pensieri e nel proprio mondo. Sue é frustrata per l’assenza del marito e per la carenza di attenzioni nei suoi confronti, giungendo a coltivare un desiderio morboso verso Namor. Ben é trattato quasi da mostro anche dai compagni: Johnny, particolarmente gradasso nella versione di questa miniserie, lo bersaglia con commenti taglienti, nemmeno sfumati dall’umorismo ironico che solitamente segna i rapporti tra i due, e Susan non sembra interessata a difendere Ben, presa com’è dall’autocommiserazione per la propria condizione di moglie trascurata.

Una caratterizzazione del quartetto che ha fatto discutere gli amanti della tradizione, ma molto plausibile. Più che altro è spiacevole notare che troppo spesso, quando la Marvel ha il coraggio di affidare le proprie icone ad autori “alternativi”, questo coraggio sembra smorzarsi, affievolirsi dopo un promettente inizio. Anche in questo caso, infatti, la storia termina senza il botto. Reed e soci superano i propri contrasti e trionfano sulle avversità. La storia si chiude come avventura anomala, o una sorta di What if di lusso.

Su (Quasi) sono usciti un bel po’ di articoli sulla più famosa famiglia dell’universo Marvel, specie  nel giugno (anche) a loro dedicato. Se non li hai letti, recuperali. In passato io mi ero soffermato su Quest’uomo o questo mostro?, mescolando come sempre il mio ricordo con altri argomenti.

Uhm, giusto… Mixare un sacco di cose nei miei articoli in una confusa ratatouille è, più che cifra stilistica, un vezzo di cui non so liberarmi, una bulimia di scrittura che non passa con l’età. Figurati stavolta in cui il tema, più che i Fantastici 4, è dato dal titolo scelto. Erano davvero fantastici quegli anni, magari paragonati a questi?

Ragioniamo. La saga del Dr. Destino e Silver Surfer si dipana nei nn. 54-57 de I Fantastici Quattro, da aprile a giugno 1973. Come ti accennavo, io la leggo qualche mese dopo, non chiedermi maggiore precisione.

Siamo fra Radici e Stanze di vita quotidiana, di Guccini. Fra Storia di un impiegato e Canzoni di Fabrizio De Andrè. Fra Un uomo in crisi e Canzoni di Rabbia di Claudio Lolli.

Ti vedo stupito. Avrò avuto 10 anni e conoscevo quelle canzoni? Ebbene sì. Ricordo con piacere le sere in cui mi chiudevo in camera con le mie sorelle, loro suonavano la chitarra e cantavano e io le seguivo come potevo. Alla fine, conoscevo La locomotiva a memoria. Morire di leva mi portava istintivamente alle lacrime. Per apprezzare davvero De Andrè, l’ammetto, ci volle qualche anno in più, ma ne valse la pena.

In ogni caso, poche storie, se pensi alla musica quelli erano davvero anni eccezionali. Ma il resto? Accanto ai grandi cantautori (o a Deep Purple, Pink Floyd e parecchi altri) si allungavano le ombre di cose che avrei capito, e m’avrebbero coinvolto, molto più avanti. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, morti nelle strade, una politica che era davvero merda e sangue. C’è mica tanto da avere nostalgia, sai?

Ti dico subito: la domanda «Meglio quegli anni o questi?» è assurda, parte da un approccio ontologicamente sbagliato. Al tempo, te l’ho già detto una volta, semplicemente frega un cazzo di noi. Lui scorre, macina fatti e persone facendone poltiglia e passa oltre, indifferente a categorie o etichette da noi arbitrariamente e ingenuamente utilizzate. Da giugno, quando ho bucato la scadenza del tema mensile, ho pensato spesso a cosa avrei potuto dirti per risolvere quella domanda assurda, ma nessuna lampadina si è accesa. Però, per quanto assurda sia, una risposta te la devo, specie dopo aver allungato il brodo così a lungo… E questo è un pezzo del Tradrittore, una frase da citare e raddrizzare devo trovarla da qualche parte…

La mia passione per la minimalia mi ha quindi portato a soffermarmi su alcuni fatti.

Salvini è andato in Gallura a un concerto dedicato a De Andrè. Gli articoli in proposito ti diranno «È stato contestato!». In realtà una spettatrice ha semplicemente espresso ad alta voce il proprio disagio nel condividere la stessa platea con il Ministro e se n’è andata. Nulla di eclatante o violento, non posso neppure definirla disobbedienza civile: LEI ha rinunciato allo spettacolo. «Di respirare la stessa aria di un Salvini non mi va», diciamo. Nessuno ha violato la libertà di chiunque di assistere a un concerto. Nessuna limitazione a diritti altrui, solo una manifestazione di dissenso. E solo una vulgata, politica e social, poteva bollare il gesto della ragazza come censura, mancanza di rispetto verso le regole democratiche o addirittura violenza. Accuse che un tempo ti venivano rivolte se ti trovavano con una molotov in tasca a una manifestazione oggi te le affibbiano per un blocco stradale…

Cose simili sono accadute dopo i fischi a Giorgia Meloni in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo a Taranto – la sindaca di Lecce ha parlato di un episodio sgradevole e ingiusto, invitando la città a chiedere scusa alla presidente del Consiglio.

Pochi giorni prima o forse dopo – il tempo, ora, si confonde – a occupare le pagine dei giornali e le tastiere di influencer e blogger è stata la commemorazione della strage di Marcinelle, durante la quale la Fédération Générale du Travail de Belgique ha contestato La Russa: mentre il presidente del Senato parlava, alcuni rappresentanti della FGTB hanno voltato le spalle. Apriti cielo! In Italia vari esponenti della maggioranza hanno accusato la CGIL (vanno capiti: se vedono fazzoletti rossi scatta un istinto pavloviano). Il sindacato italiano ha avuto buon gioco nel precisare «Mica ci siamo girati noi», ma forse sarebbe bastato dire «Si trattava comunque di una protesta civile, pacifica e legittima».

Nello stesso periodo, te l’aggiungo come bonus, Giuseppe Valditara ha pensato di attaccare, con una trentina d’anni di ritardo, Il fascismo eterno di Umberto Eco. Tardiva pietà nei tuoi confronti (questo pezzo è lungo come Mr Fantastic quando sprigiona il proprio potere al massimo) mi trattiene dal proseguire oltre sul ministro dell’Istruzione. Ti basti sapere che, secondo lui, le caratteristiche individuate da Eco nel fascismo le trovi pure nel comunismo. Sia chiaro: i totalitarismi quelle cose ce le hanno, eh, io non sono il Candido di Voltaire. Assemblare Hitler e Stalin in un unico Frankenstein è sempre stato utile, già dal dopoguerra, per distogliere il pensiero dal mostruoso capitalismo globale che ti divora l’esistenza. L’equiparazione fascismo/comunismo trova nuova linfa oggi – è utile per dirti che nella notte che stiamo attraversando tutti i gatti diventano bigi.

Ti ho elencato fatti “piccoli” – minimalia, appunto. Tutti però significativi di come anche contestazioni civili, che un tempo nemmeno sarebbero state definite “contestazioni”, siano presentate alla stregua di attentati terroristici, trattate con zelo degno di miglior causa, con linguaggio e toni indegni per qualunque causa. Ed ecco affacciarsi la sospirata citazione. Rullo di tamburi…

In un’intervista al New York Times Giorgia Meloni, invitata a dare una propria lettura storica del fascismo, HA DETTO:


«È stata un’epoca particolarmente complessa. Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no?»

VOLEVA DIRE:

«Beh, se eri fascista mica vivevi male, durante il fascismo, no?»

Al sodo, come sono i tempi attuali? Beh, persino alzarti e andartene o voltarti sembra un gesto rivoluzionario – ci sarà sempre chi, invece di ascoltare le ragioni della tua indignazione, si precipiterà in soccorso del potente di turno che, semplicemente, non vorresti ascoltare o avere accanto. Tu resta seduto mentre il Potere ripete l’insana litania con cui prova a convincerti che tutto va bene, nel migliore dei mondi possibili, e che il Futuro Radioso, se non ancora realizzato, è alle porte. Anzi, sarebbe già qui, non ci fosse qualcuno a rompere i coglioni. Dimmi tu fra sangue e merda cos’è rimasto.

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(Quasi)