
Hai presente quelle serate in cui vivi la cecità come se fosse un’experience da tour operator? Ce ne sono diverse, in tante città; quella che ho provato io, un bel po’ di anni fa, funzionava così. Con la persona che mi accompagnava, sono entrato in una sala buia. Siamo stati condotti ai nostri posti da una persona non vedente che si muoveva in quello spazio con grande tranquillità. Ho sbattuto un po’ ovunque e mi sono accomodato sulla mia sedia, di fronte a un tavolo che potevo riconoscere come imbandito solo al tatto. La tovaglia era ruvida, poi il piatto, le posate, il tovagliolo e i bicchieri. Qualcuno accanto a me, muovendosi bruscamente, ha fatto cadere qualcosa. Allo stesso tavolo, c’erano persone che non conoscevo. Ci siamo presentati e abbiamo iniziato a chiacchierare. Per una coppia non era la prima volta: hanno subito iniziato a spiegare l’esperienza e da lì è partita una serata di piacevolezza, convivio e imbarazzo. La chiacchierata al buio, senza percezione del corpo altrui, è attutita: non vedi le espressioni, non leggi il labiale, non guardi le posture. E tutto si riduce alla voce. Un cameriere ti sorprende mentre ti tocca le spalle e si affaccia sul tavolo per posare i piatti e per riempirti il bicchiere: ti lascia addosso una sensazione strana, come se si fosse rotta l’illusione di intimità garantita dall’assenza di contatto fisico con chi ti serve il cibo che mangerai. Il piatto lo devi toccare e, qualche volta ne tocchi anche il contenuto, per sapere che posata prendere. Il cibo ha un sapore diverso, difficile da riconoscere, non sei sicuro di niente. Con il vino è più semplice, ma raggiungersi le labbra con il bicchiere, al buio, è più difficile di quanto tu possa immaginare.
Dietro suggerimento di uno dei camerieri, abbiamo iniziato a descriverci. Funzionava così: ognuno descriveva la persona con cui era venuto alla cena al buio, producendo così due effetti: le normali tensioni tra persone che si conoscono bene – e che, magari, hanno addirittura una relazione sentimentale – e la distonia tra la descrizione sentita e il personaggio mentale che ognuno si era costruito sulla scorta di una voce e poche frasi. E la serata fila via così. Dopo il dolce e il caffè (dannazione, far cadere nella tazzina la quantità voluta di zucchero al buio è difficilissimo), un po’ alla volta, torna la luce. Ed è stupefacente. Perché nessuno si assomiglia davvero.
Quella è una delle poche occasioni in cui, da normovedenti, riusciamo a non dare la vista per scontata. Di solito ci vediamo più o meno bene (con i nostri occhi o con lenti che correggono i difetti visivi) e deleghiamo alla vista gran parte delle nostre esperienze.
Credo di averti ormai annoiato a morte con i miei disagi agli occhi. Parlo così tanto della mia salute da iniziare a sembrare la signora Teresa, quella che abitava al sesto piano e che, tutte le volte che la incontravo, mi raccontava tutti i suoi malanni. Bastava un semplice «Buon giorno, come sta?» perché lei si sentisse autorizzata a raccontarmi la sua cartella clinica, dal diabete ai reumatismi, dall’acidità di stomaco a quel brufolo fastidioso. Sono affetto da una patologia che riduce significativamente la mia vista, in maniera non compensabile dagli occhiali, e, quando la crisi finisce (grazie a laserterapia), conto il numero di macchie nuove che si sono depositate sulla mia retina e il numero di decimi di vista che mi sono rimasti. Non conosco la cecità (e mi auguro di non conoscerla mai), ma so perfettamente cosa vuol dire vivere in un mondo offuscato in cui, oltre i tre o quattro metri, tutte le persone sono ombre difficili da riconoscere. La lettura, da grande piacere, si è trasfigurata in una fatica che richiede molta motivazione.

Eppure, amo i fumetti, non riesco a smettere di amarli. Più nascono come disegnetti per perditempo, più il mio cuore palpita. Ed esigo che siano storie per l’occhio. Pretendo che siano la mappa di un racconto su cui muovere lo sguardo. E, nella mia pretesa di narrazione riservata alla vista, la pagina del fumetto è tanto il territorio in cui il racconto si muove quanto la mappa per orientarsi in quel viaggio.
Nel secondo capitolo di Sylvie and Bruno Concluded – che fa parte del secondo, e meno felice, dittico dedicato da Lewis Carroll ai paesi delle meraviglie – il tedesco Herr Professor racconta di venire da un paese in cui i cartografi sono determinati a costruire una mappa con una scala che richieda un miglio di carta per rappresentare un miglio. Aggiunge che quella mappa «non è mai stata stesa però. I contadini si opposero: dissero che avrebbe oscurato la luce del sole! Quindi ora usiamo il paese stesso come sua stessa mappa, e vi assicuro che funziona quasi altrettanto bene.»
Questa idea di una mappa che oscurerebbe il sole – e ci renderebbe quindi tutti ciechi – è estremamente seducente (così affascinante da essere ripresa, in più occasioni, da Jorge Luis Borges) e mi sembra anche una buona metafora del fumetto.
Nella scaletta dei temi di (Quasi), avevamo inserito per maggio un titolo che, finché se ne stava al suo posto in un elenco puntato, ci sembrava anche sensato: “Siamo intellettuali (oltre la noia c’è di più)”. Poi maggio è arrivato e, quando ci siamo ritrovati a mandare la mail per invitare tutte le persone che fanno (Quasi) a collaborare, a dialogare, a litigare, c’è montato dentro un certo imbarazzo. È stato quello il momento in cui ho chiesto a Boris come venire fuori da questa impasse.
Paolo: Boris…
Boris: Che c’è?
P: Il numero 98 di (Quasi)… quello di maggio… ha come tema “Siamo intellettuali (oltre la noia c’è di più)”
B: Ma fa cagare!
P: Appunto… ti ricordi quanto avevamo bevuto?
B: Non mi ricordo niente. Che facciamo?
P: I miei argomenti preferiti in questo momento sono “le tette”, “il culo” e “L’insopportabile ricetta della pasta alla carbonara perfetta”.
B: “Tette e culo”, un intero numero solo sui personaggi femminili.
P: Cazzo, Boris! Stavo scherzando.
B: Io no.
P: Usiamo il print on demand di Amazon e sfoderiamo sessismo fin dal titolo. Tu ci vuoi far chiudere!
B: Sei una mammoletta.
P: …
B: In questo momento sono ossessionato solo da Barbarella – e “Tette e culo” era perfetto – e dai problemi alla vista di Rodolphe Töpffer. Non ci vedeva un cazzo e ha inventato il fumetto.
P: “Storia dell’occhio”!
B: “Storie per l’occhio”.
P: Andata! È perfetto.

Eccoci. (Quasi) di maggio è dedicato alla vista e alle narrazioni che si appoggiano a quella. Perché in fondo, è tutto lì: siamo intellettuali (oltre la noia c’è di più).

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).