If I Can't Dance, It's Not My Revolution

Playlist: Ogni ruolo è un gioco / Ma le coverband sono i cosplayer della musica?

DISC 1: REPLICHE

#1

Il primo brano è Both Sides, Now di Joni Mitchell, incisa per la prima volta da Judy Collins nel 1968 e poi da decine di artisti importantissimi e non. La propongo nella versione di Pat Martino (dall’album Cream del 1997) e vi invito a scoprirne l’incredibile biografia. [PL]

#2

Poi ecco Afraid di Nico (da Desertshore del 1970, una pietra miliare) nella versione di Roberto Cherillo, il mio cantante preferito, che potrebbe ricordare quella di Antony and the Johnsons ma no, non la ricorda. Nella versione originale c’è il violino di John Cale, che produsse l’album e che nello stesso anno suonò piano, hammond e celesta in Northern Sky di Nick Drake. [PL]

#3

Uno tra i più famosi brani di Dylan e tra quelli meno eseguiti dal vivo è My Back Pages e questa è la versione di Keith Jarrett. Ci tengo anche segnalare quella che invece si trova in un album di Andreas Hourdakis (chitarrista greco/svedese molto bravo) del 2017 e che si chiama Señor, come un’altra canzone di Dylan, che contiene solo cover dell’artista di Duluth, tutte da ascoltare. Nel momento in cui scrivo il video ha un solo like, il mio. [PL]

#4

E poi a un certo punto Tom Jones ha cercato di fare come Johnny Cash. Ha preso il suo bel vocione e l’ha messo al servizio di canzoni altrui e brani tradizionali a tema religioso. Però. Jones è gallese, non americano e Ethan Johns è certamente un ottimo produttore ma non è Rick Rubin. Qualcosa di bello ne è uscito comunque, come questa versione di Tower of songs di Leonard Cohen. E il buon Tom ha avuto anche l’accortezza di cambiare “table” con “stage” nel testo, per non darsi velleità di scrittore. [FP] 

#5

Nel 2003 Martin Scorsese coinvolse un po’ di amici registi in una bellissima operazione di riscoperta del blues del delta, producendo documentari e compilation. Il film Soul of a men fu girato da Wim Wenders e tratta di tre grandi bluesman: Skip James, Blind Willie Johnson e J. B. Lenoir. Molti amici musicisti del regista tedesco furono coinvolti, e Lou Reed diede questa incredibile versione di See that my grave is kept clean di Blind Lemon Jefferson. Un roba che una volta ascoltata non ti levi più dal sangue. [FP] 

#6

Battiato ha fatto tre dischi di cover, quelli chiamati Fleurs. Nel primo, registrato nel 1999 «l’eclissi nonostante», come scrive nelle note del libretto, c’é anche una bellissima versione di Ruby Tuesday dei Rolling Stones che ne sovverte tutti i crismi di ballata acida, facendola diventare un brano da camera. Nel 2006 poi, Alfonso Cuarón l’ha messa nella colonna sonora del suo I figli degli uomini, in una scena struggente. Nel film é il brano preferito del personaggio di Micheal Caine. [FP]

#7

Devo poi calarmi nell’italianità più nazionale popolare, ma a me ‘sto video di Mina in studio che fa Oggi sono io di Alex Britti fa impazzire. Ogni tanto negli anni me lo devo riascoltare. [FP]

#8

Ho comprato il mio primo LP in un supermercato. Era la colonna sonora del film The Blues Brothers ed era bellissimo. L’ho messo sul piatto fino a farlo gracchiare all’inverosimile. Erano anni semplici e a nessuno pungeva vaghezza di parlare di “appropriazione”. Questa canzone non era e non poteva essere di Solomon Burke. [PI]

#9

Scoperta negli anni Noventa grazie al cantante del mio gruppo di allora. Il supporto era una cassetta, oggetto ormai alieno, per cui quello che avveniva era: ascolto a tutto volume con lip sync fallito in grido strozzato nel tentativo di doppiare le grida di John Cale, brwwwshhhhh rewind con tentativo di centro al primo colpo sull’inizio del pezzo, ripetere il tutto. Poi il tempo è passato, gli anni si sono accumulati e così la polvere. Ma la memoria di tanto in tanto ha recuperato la carica strappatutto di questa versione. Non per fare un torto a Elvis però qui l’heartbreak è di (almeno) un ordine di grandezza superiore, tipo esplosione del cuore col tocco delle cinque dita. Mi raccomando, la versione da Slow Dazzle. [LC]

#10

Posto che l’interesse che riveste la cosa ha dimensioni microscopiche, io Imagine di John Lennon, ecco, non l’ho mai sopportata. Come si dice a Firenze, mi fa venire il latte ai ginocchi (versione edvlcorata ad vsvm Delphinii). Però poi, un giorno, ho scoperto la versione degli APC ed è scoppiata la pace. Ora sì, funziona a dovere. Sarò un eretico, non mi importa molto, ho già scontentato legioni di persone: lasciatela pure così! [LC]

#11

Qui non è una questione di avere una cover che è più bella dell’originale ma una che viene metabolizzata così bene da assumere una dignità comparabile alla fonte. Certo, ai tempi di From Her to Eternity Nick Cave aveva fatto una versione dura, durissima di Avalanche, una roba tipo un Rusty Nail fatto con la benzina avio. Passano gli anni (hanno ‘sto vizio) e, non so bene come vada, ma alla fine di un episodio di Black Sails (che è pure una serie piuttosto bella, non un trito cappa e spada caraibico) c’è questa nuova versione – siamo nel 2015 – piano, voce e Warren Ellis, che ci fa capire che Cave quel pezzo l’ha probabilmente assorbito e rimuginato per più di un trentennio. Con parecchio profitto. [LC]

DISC 2: RICALCHI

#12

Anche qui il pezzo diventa qualcos’altro senza che si debba togliere niente al suo genitore, Tim Buckley. Ivo comesichiama, il patron della 4AD, rompe il ghiaccio con il suo collettivo This Mortal Coil, con un album nel quale Elizabeth Fraser & soci dei Cocteau Twins danno vita a una delle cover più riuscite su questo braccio galattico. Certo, la Fraser a tratti sembra cantare in una lingua che non sembra più neppure inglese ma qualcosa che gli somiglia e l’effetto sirena lo ritrovi tutto nelle sue modulazioni, in quel timbro cristallino. Chissà se Buckley avrebbe apprezzato – lui stesso, nella sua breve vita, ebbe modo di compiere svolte anche impopolari. Pensiero ozioso. [LC]

#13

Ho esagerato, mi sa che le cover mi piacciono proprio come concetto. E allora chiudiamo con i White Stripes che prendono Dolly Parton e tirano giù una versione super stripped down e pestona di Jolene. Avreste mai pensato di fare headbanging su un pezzo di Dolly? Eccovi servita l’esperienza. Siamo in una fase che precede una successiva maggiore e più articolata maturità di Jack White, quindi il pezzo è scarno, essenziale, ma probabilmente è questo il segreto del suo charme. Joleeeene, Jo-leeeeeeene, Jolene, Jo-LEEEHEEHEEEENEEE!!!!!! [LC]

#14

Dal periodo in cui innocentemente si ascoltavano le canzonette degli idoli di quei vivaci anni Sessanta, credendole originali e non sapendo che, invece, erano cover di gruppi o cantanti oltre Manica o oltre oceano, “Casco D’Oro” realizza una versione ye-ye (che sembra uscita dalle tavole di “Teddy Bob”) che mi diverte quanto l’originale I am a believer dei Monkees, uno dei primi esempi di boy band, che conobbi prima attraverso i telefilm, poi con le loro canzoni. [OM]

#15

Ricercando di una nuova identità musicale, dopo il periodo dei Soft Cell e, probabilmente, forse ripescando dalle proprie passioni giovanili, tra le tante cover che Marc Almond realizza (non tocco nemmeno quelle di Jacques Brel!), c’è anche questo duetto con Gene Pitney, autore originale della canzone, purtroppo imbolsito dall’età. Pezzo carino, ma in questo caso preferisco l’originale. [OM]

#16

Confessione da alcolista anonimo: quando uscì il disco No Parlez di Paul Young non avevo mai sentito parlare dei Joy Division e, quando ascoltai l’album, uno dei pezzi che mi colpì immediatamente fu Love will tear us apart. Sarà solo due-tre anni dopo che ascolterò la versione originale dei Joy Division, che divenne uno dei miei must musicali di sempre. Recentemente mi e’ capitato di riascoltare quella versione di Paul Young… e devo dire che provo solo imbarazzo. Per me, ma soprattutto per lui. Ecco, questa versione live è forse perfino peggiore di quella realizzata in studio, con quei suoni così anni Ottanta arrangiati malissimo. Direi che ho già espresso indirettamente quale versione preferisco. [OM]

#17

Sicuramente mi sbaglio, però c’è stato, a distanza, credo, ravvicinata, una sorta di revival (periodico) di Elvis. Nella figura di impersonatore grasso nel pezzo irresistibile dei Propellerheads Crash, e poi, a livello musicale, con la “rimodernizzazione” e “dancizzazione” di questa versione. Bestemmierò, ma questa versione mi mette una grande allegria e la trovo irresistibile. [OM]

#18

Anche David può sbagliare… nel film Absolute Beginners si sente appena (se non ricordo male, giusto un frammento che proviene da una radio in un ufficio), ma ho potuto godere della sua “bellezza” quando comprai la colonna sonora. Anche le scene che accompagnano la musica (non è ovviamente un video ufficiale) sono piuttosto improbabili quanto la versione, e l’effetto generale è decisamente straniante. Direi che il caro, vecchio Domenico non può essere battuto. [OM]

#19

Di nuovo Marc Almond, questa volta con i Bronski Beat (poco prima che Jimmy Sommerville lasciasse il gruppo per formare i Communards), che rifanno il classico pezzo di Diana Ross, con una carica sensuale e perversa che riesce a superare perfino quella originale. Bestemmio di nuovo, ma preferisco la cover. [OM]

#20

Ho sentimenti contrastanti verso l’operazione dei Nouvelle Vague – furba operazione nostalgia – però se ho la possibilità di riascoltare, anche se in versione coverizzata, i Tuxedomoon e, soprattutto, questa canzone… beh, ecco una versione live abbastanza carina. Ovviamente non può arrivare ai livelli dell’originale. [OM]

#21

Nel magma musicale che mi ha formato, grazie alle ore ininterrotte passate ad ascoltare la radio, non so come né perché è contenuta anche questa versione di Also Sprach Zarathustra realizzata da Deodato. Il ricordo è ricomparso recentemente, mentre cercavo dei pezzi per costruirmi una playlist di musica strumentale, e non potevo non metterlo. Girando su YouTube ho trovato questa versione live che propongo, invece di quella tradizionale. Originale o cover? In questo caso mi astengo, e mi avvalgo della facoltà di non rispondere. [OM]

#22

Io sono innamorata di Johnny Cash. La sua voce, la sua “intenzione”, la sua storia personale – raccontata benissimo nel film Walk The Line di James Mangold (2005), che se non avete visto correte a cercare. Siccome qualcuno della nostra banda di Quasar mi ha già fregato Hurt, capolavoro, propongo Personal Jesus dei Depeche Mode. I Depeche mi fanno venir voglia di ballare, Cash mi inchioda ad ascoltare, in “awe” per come porta a casa la canzone. Addirittura per un po’ ho creduto fosse un pezzo suo, e quella dei Depeche una cover! [AS] 

DISC 3: RIFLESSI

#23

Un’altra canzone che solo dopo molto tempo ho scoperto essere una cover è Winterlong, suonata dai Pixies. L’originale di Neil Young l’ho ascoltata molto dopo, e niente da dire, gran pezzo, grandissimo esecutore. Ma i Pixies gli danno uno spin che è più adatto a me. Non si discosta tantissimo dall’originale, ma c’è quel non so che Pixiesco che la rende incantevole. [AS]

#24

E non può mancare la cover delle cover, credo una delle più famose del mondo: Patty Smith che nei sui anni d’oro rifà Gloria di Van Morrison. Eccola lì, immortalata, bellissima e androgina, sulla copertina di Horses (1976). La sua cover è un razzo interstellare. Salite e fatevi travolgere già dai primi accordi di piano, e dalla sua voce spezzata che intona «Jesus died for somebody’s sins, but not mine». Il crescendo che segue è un orgasmo, un uragano. [AS]

#25

La cover con cui sono cresciuto. [BB]

#26

Raymond Asso è stato un personaggio incredibile. Ex legionario, nel 1936 scrive, su musica di Marguerite Monnot una canzone per Marie Dubas: Mon Légionnaire. Al successo la porterà però Edith Piaff. La sua versione è quella che conosciamo tutti. [BB]

#27

Ma quella che preferisco è del 1987 e sta in un album intitolato You are under arrest. La interpreta Serge Gainsbourg, trasformandola provocatoriamente (e antimilitarmente) in una canzone d’amore omosessuale. [BB]

#28

Nel loro percorso di decostruzione critica del pop per dimostrarne l’ontologica reazionarietà connaturata al sistema capitalistico-militarista, i Laibach hanno reinterpretato un sacco di pezzi famosissimi. Questo è uno dei miei preferiti. [BB]

#29

E comunque, che sia tutto solo un grande gioco in cui i ruoli si scambiano senza sosta lo dimostra il fatto che nel 1968 Françoise Hardy chiede a Gainsbourg di adattarle It’s hurts to say goodbye di Arno Goland. E l’immenso Serge ci tira fuori questo gioiellino. [BB]

#30

Che vent’anni dopo Jimmy Sommerville riprende in questo modo. [BB]

#31

Meno male che Boris ha tirato fuori i Laibach! Stavo per dimenticare i Leningrad Cowboys con il Coro dell’Armata Russa che fanno Knockin’on Heaven’s Door di Dylan nella versione dei Gun’s. Il tutto fortunatamente filmato da Kaurismaki nel suo Total Balalika Show. [FP]

#32

Bah, volate troppo alti…Guardate (sentite…) e scandagliate l’orrore… [FB]

#33/34

Va beh…Però a questo punto mi avete fatto venir voglia di aggiungere due cover della stessa canzone. Una viene dal meraviglioso Los Lobos goes Disney e l’altra e una delle incisioni sotterranee di Tom Waits (nel periodo in cui il contratto con Island non accennava a esaurirsi) poi raccolta nello sghembissimo triplo Orphans. [PI]

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