Da Le Colline Sacre a Milady

Francesco Barilli | C'era una volta il west |

Se vuoi sapere di cosa sto parlando sarà meglio che recuperi le puntate precedenti:

Siamo ancora nel 1980. Il 19 luglio a Mosca comincia la XXII Olimpiade. Molte nazioni, fra cui Stati Uniti, Giappone e Canada, disertano i Giochi per protesta verso la recente invasione dell’Afghanistan da parte sovietica.
Giusto il tempo per caricarsi un po’ con l’uscita di Back in Black (album fondamentale nel metal, primo lavoro degli AC/DC con Brian Johnson al posto dello scomparso Bon Scott) e si arriva a una delle date più tragiche per l’Italia. Il 2 agosto alla stazione di Bologna una bomba provoca 85 morti e 203 feriti. Il giorno dopo, si chiudono anche le tristi olimpiadi di Mosca. Ma in quel momento non conta nulla…


Ne Le Colline Sacre troviamo ai disegni Bruno Marraffa e l’ormai consueto contributo di Maurizio Mantero ai testi. Nel nord del Wyoming Ken Parker soccorre una diligenza attaccata dagli indiani. Sulla diligenza viaggia, in cerca del proprio zio, la diciannovenne Anne Lomax, che conquisterà Ken per lo spazio di una breve avventura (breve anche perché la ragazza farà una brutta fine).

Lungo Fucile e Anne arrivano a Sundance, dove il clima di tensione fra i cittadini e gli indiani, causato dai soliti loschi uomini d’affari interessati ad alimentarlo, sta per esplodere.

A esplodere non sarà solo il clima di tensione: in un finale che richiama quello dell’ormai lontano Mine Town, Lungo Fucile torna a farsi giustizia da sé, a forza di candelotti di dinamite.

Più interessante, per molti versi fondamentale, è il successivo La leggenda del generale. In questo episodio Ken giunge nel North Dakota a Fort Lincoln, dove è assegnato e da cui deve raggiungere il 7° Cavalleria del generale Custer.

Ora fermati. Dobbiamo fare un passo indietro.
Quando ti ho parlato di Lily e il cacciatore (qui) ho accennato al fragile trattato di Fort Laramie del 1868, e ti ho detto che fra nativi americani e governo USA le cose precipitano tra la fine del 1875 e l’inizio del 1876. È in questo contesto che costruisce la sua fama, ma anche la sua fine, una delle figure più note e discusse della storia del West, George Armstrong Custer. Carattere difficile e spigoloso, coraggioso ma incurante dei propri uomini, sbruffone, attento in modo maniacale alla propria immagine e alla costruzione del proprio mito. Lo costruirà, certo, anche se non proprio come voleva. Il prezzo che si paga alle proprie ambizioni lo si aspetta alto, ma non così… Resta che il Custer visto in queste pagine è distante da quello macchiettistico de Il Piccolo grande uomo. Molti personaggi lo raccontano ne La leggenda del generale, come se davvero Custer fosse un mosaico composito. Stupido e arrivista. Coraggioso e leale. Buon marito, ma infedele compagno. Feroce e insensibile. Molte facce, un singolo uomo. Chi sia davvero se lo chiede anche Monahseeta, un’indiana che è stata sua prigioniera e amante, che da lui ha avuto un figlio.

Come in Pellerossa, anche ne La leggenda del generale i disegni sono divisi fra Carlo Ambrosini e Ivo Milazzo. E i punti in comune non si fermano al team creativo. Quell’episodio si chiudeva con l’addio fra Ken e Mandan, in una tavola amara di Milazzo. Questa volta, davanti a un momento storico come il Little Big Horn, il richiamo a quel finale si fa ancora più amaro e le parole di Ken e di Monahseeta persino più nette. La decisione di abbandonare l’esercito (a cui proprio Mandan lo aveva esortato con quel «Cambia strada anche tu»in Pellerossa) lo ha assillato a lungo, e ora è definitiva.

La svolta nella vita di Ken viene sottolineata anche con uno stacco temporale nelle storie di Berardi. Se finora quasi sempre ogni episodio si collegava al precedente in un flusso continuo, la prima vignetta di Milady (disegni di Giorgio Trevisan) ci dice che siamo nell’autunno 1876. Sono dunque passati circa quattro mesi dalla battaglia del Little Big Horn, a sottolineare la nuova fase nella vita del protagonista. Non più alle dipendenze dell’esercito e quindi senza un lavoro fisso, Ken deve trovarsi nuove occupazioni. Comincia col cacciare lupi, ma presto lascia i compagni per rispondere all’incarico di una nobildonna inglese che lo cerca come guida per uno scopo preciso:

La storia presenta pochi colpi di scena e poca azione, si snoda sull’interazione dei protagonisti, sullo scontro/incontro/confronto fra le visioni del mondo e le opinioni di Ken e quelle di Barbara Huntington Scott, algida e distaccata (e con notevole puzza sotto il naso) ma anche istintivamente generosa e “aristocraticamente illuminata”.

L’episodio contiene anche l’ultima breve apparizione di Mandan ed è fra i più noti della serie. Personalmente, ti confesso, lo sopporto poco. Forse per l’idiosincrasia verso Barbara (troppo maestrina rompicoglioni per i miei gusti), forse perché tutto l’episodio sembra giocato fra stereotipi (la nobildonna inglese romanticamente attratta dalla vita degli indiani, disgustata però quando ne vede certe abitudini, civettuola a tratti consapevole e a tratti no). Insomma, un personaggio a più facce, come del resto dimostra la strana relazione che intrattiene con Ken, in equilibrio precario fra attrazione e insofferenza. Del resto, a sottolineare come l’amore possa estrarre il meglio e il peggio da ogni creatura, non è la sola Milady a peccare di supponenza: lungo la storia anche Ken diventa cattedratico e supponente.
Di sicuro è una storia importante. Perché, come già detto, è il primo episodio che racconta la nuova fase della vita di Ken, uscito dai ranghi militari. Ma anche perché segna una nuova scelta, solo apparentemente secondaria, ossia l’avvicinarsi del protagonista alla letteratura.

Ken aveva già detto d’essere un illetterato, e a dire del vero avevamo già intuito che gli sarebbe piaciuto liberarsi da questa condizione. Ma è la prima volta che questa condizione e il desiderio di affrancarsi da essa vengono rivelati espressamente.

Sarà proprio il rapporto con Barbara, complesso e affettuoso e conflittuale, ad avvicinare Ken alla lettura. Tienilo a mente, in seguito sarà importante.

Il consueto riepilogo cronologico è più semplice del solito. Te l’ho già detto, dopo la battaglia del Little Big Horn del 25 giugno 1876, si passa all’autunno dello stesso anno, con uno scarto temporale di pochi mesi.


Se Ken lascia Milady nell’autunno 1876, noi lettori la conosciamo e la salutiamo nel settembre 1980.
Il 14 di quel mese il circuito di Imola entra ufficialmente nel campionato di Formula 1. Il tracciato oggi dedicato a Enzo e Dino Ferrari aveva già ospitato quei bolidi in un paio di occasioni, non valide per l’assegnazione del titolo mondiale.
Il gran premio è segnato da uno spaventoso incidente occorso a Gilles Villeneuve, da cui il piccolo canadese esce illeso. L’incidente avviene all’esterno della semicurva che precede la più celebre Tosa. Proprio la semicurva dove, due anni dopo, Villeneuve subirà l’ultimo sorpasso della carriera, da parte del compagno e «traditore» Didier Pironi, prima di trovare la morte nella fatale Zolder. Una storia tremenda ma bella da raccontare, forse un giorno te ne parlerò.
Oggi quella semicurva non esiste più. Nel 1994 è lì che si schianta il povero Ratzenberger. E Senna non ci arriva neppure, il giorno successivo, durante il 7º giro, tradito dal piantone del suo sterzo al Tamburello. Al posto di quella semicurva segnata da storie troppo pesanti, oggi c’è una variante, intitolata proprio al canadese volante.

Il 22 settembre 1980 inizia la guerra tra Iraq e Iran. Durerà tanti anni, avrà altri orribili strascichi, costerà la morte di tante, troppo persone. E sempre quel mese finisce il monopolio pubblico della televisione. Dalla fusione di alcune emittenti locali nasce infatti Canale 5, un canale privato finanziato dai proventi pubblicitari. La proprietà è della società Fininvest, in seguito Mediaset, di Silvio Berlusconi. Come si dice in queste occasioni? È l’inizio di una lunga storia…

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