Da C’era una volta a Casa dolce casa

Francesco Barilli | C'era una volta il west |

Se vuoi sapere di cosa sto parlando sarà meglio che recuperi le puntate precedenti:

Il 9 febbraio 1980 a Sanremo Toto Cutugno vince il XXX Festival della canzone italiana. Per dimenticare la sua Solo Noi, meglio andare in edicola, dove troviamo il ventisettesimo episodio di KP. Fermiamoci lì per un po’…


In C’era una volta a Berardi si affianca ancora Giorgio Trevisan.
Ken viene ingiustamente accusato di un furto a Timber City. È l’unico forestiero presente in città e tanto basta a farlo finire in carcere. Non è la prima volta e non sarà l’ultima… Per sua fortuna, arriva a scagionarlo una simpatica famiglia di artisti di strada, guidata dal grande mago Hermes!

Una storia bella quanto, forse, inventata dallo stesso Ken per intrattenere i bambini che frequentano la scuola di Fort Brenton. E anche Berardi si diverte con il lettore: solo a poche vignette dal termine rivela il proprio espediente narrativo e tu scopri di aver letto un lungo flashback oppure, come dicevo, addirittura una storia inventata di sana pianta dal protagonista.

Il caso di Oliver Price si segnala per essere frutto della collaborazione fra Alfredo Castelli, che parte dal soggetto del solito Berardi, e Giancarlo Alessandrini ai disegni. La coppia, pochi anni dopo, creerà Martin Mystère.
Come visto nel finale di C’era una volta, a Fort Benton Ken sta aspettando il permesso per la licenza malattia. Nell’attesa, finirà in una disputa familiare. Tra le reclute in arrivo al Forte, infatti, c’è Oliver Price, figlio del comandante e arruolatosi contro la volontà del genitore. Se il rapporto padre/figlio è reso complicato dal dissidio circa la scelta di Oliver di entrare nell’esercito, la situazione al Forte è tesa per le incursioni dei Cheyenne.

L’idiosincrasia di Ken verso il mondo militare si fa sempre più evidente. Dal rifiuto delle goliardiche pratiche di nonnismo…

… fino alla retorica machista e militaresca.

Una retorica che già alcune pagine prima sfugge al colonnello Price, in una spia linguistica agghiacciante e, di questi tempi, terribilmente attuale:

Forse non sono solo i generali ad andare a testa bassa quando suona la carica. Anche giornalisti, ben pagati e col culo al caldo e al sicuro, sembrano partire come il cane di Pavlov allo squillo di tromba. Okay, è già passato un anno, ma io mica dimentico cosa ha scritto Federico Fubini sul Corriere della Sera il 26 febbraio 2022:

Torniamo alla storia di Lungo Fucile (meglio…). Oliver si dimostrerà davvero un buon soldato, riguadagnando sul campo la stima dei commilitoni e del padre. Ecco la ricompensa finale. Spiegalo tu a Fubini.

Ottenuta finalmente la licenza e in viaggio verso casa, Ken incontra un vecchio pistolero ipovedente e lo sventato Sidney Barnett, intenzionato a sfidare a duello il famoso Wild Bill Hickok, in questa seconda puntata della collaborazione fra Berardi e Castelli (ai disegni ritroviamo Giovanni Cianti). Il titolo dell’episodio è, appunto, Il magnifico pistolero. Credo tu abbia capito chi sia davvero l’avventuriero quasi cieco e quale fine possa fare Barnett.

In Casa dolce casa, come dice il titolo, assistiamo al ritorno a casa di Ken dopo otto anni, proprio quando rientra a Buffalo il suo vecchio amico Dick. Un ritorno, quest’ultimo, abbastanza trafelato: Dick è infatti inseguito da un agente della Pinkerton, famosa agenzia di investigazione privata dell’epoca, e pure dai suoi vecchi complici. Una banda di assassini, gente senza scrupoli, e Dick non avrà scampo, in un finale drammatico quanto telefonato. Anche il suo vecchio amore Lena, nel frattempo costretta alla prostituzione, viene uccisa. Ennesima prostituta dal cuore d’oro che, nelle storie di Berardi, fa una brutta fine…

L’episodio è comunque uno snodo fondamentale nella continuity di Lungo Fucile, e come accade sempre in queste occasioni ai disegni troviamo Ivo Milazzo. Finalmente vediamo i genitori di Ken, Lucy e Jed (fino a qui avevamo intravisto la prima, ma solo in sogno, nella sequenza onirica di Lily e il cacciatore).

Al di là di una certa retorica (vedi sopra) e dell’importanza per la continuity (ancora: vedi sopra…) nell’episodio è da segnalare l’abilità con cui gli autori gestiscono una serie di contrappunti. Soprattutto il confronto fra la famiglia comprensiva di Ken e quella rigida di Dick, con le speculari conseguenze. Mentre Ken è cresciuto e maturato, Dick, da simpatico scavezzacollo, è scivolato nel crimine dopo troppe scelte sbagliate. Ma anche il padre di Dick avrà la possibilità di riscattare i propri errori di genitore oppressivo ed eccessivamente severo…

Anche in questi episodi tornano le indicazioni cronologiche dirette e precise. Il caso di Oliver Price si apre con un chiaro “aprile 1876”, e il successivo Casa dolce Casa si apre nei primi giorni di maggio.

Ma la sorpresa più ghiotta è nell’episodio disegnato da Trevisan:

Addirittura il documento di identità di Ken! Che, scopriamo, è nato nel Wyoming, e quindi ora ha 32 anni. Teniamolo a mente.


Siamo entrati in edicola a febbraio per dimenticare Solo Noi di Toto Cotugno, comprando C’era una volta. Ne siamo usciti a giugno, con Casa dolce casa. Ma le cose, nella vita reale, non si sono fatte migliori.
Il 24 marzo viene assassinato l’arcivescovo di San Salvador, Óscar Romero. In Italia la violenza politica continua a mietere vittime, dal giudice Guido Galli al giornalista Walter Tobagi.
Forse è vero che nelle guerre, o almeno in alcune, ci possono essere i buoni e i cattivi. Mi convince poco. Il ragionamento chiederebbe tempo e parole che non voglio perdere, e sintetizzarlo sarebbe un delitto. Tu leggi
Di guerra in guerra, di Edgar Morin, per capire che in ogni caso «nel bene c’è sempre la presenza del male». Le menzogne propagandistiche, la manichea criminalizzazione del nemico e altro ancora. Una cosa però voglio dirtela con forza. Anche «i buoni» possono essere crudeli. È così che voglio ricordare la fine di 4 militanti delle Brigate Rosse, (Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Riccardo Dura e Annamaria Ludmann) nel loro appartamento di via Fracchia 12, a Genova. Avviene alle prime ore del 28 marzo 1980, per mano dei carabinieri del nucleo Antiterrorismo che fanno irruzione nell’appartamento e uccidono i 4 brigatisti presenti.
Non m’interessa capire se le mani che hanno contribuito a sconfiggere la lotta armata dovevano necessariamente affondare nel sangue o se potevano evitarlo. Mi basta dire che l’hanno fatto. Non fidarti dunque di chi dice, oggi, che quelle mani profumano di mughetto.
Poi arriva il 27 giugno. Nel cielo sopra Ustica vola un DC9 partito da Bologna. Non arriverà mai a Palermo e non ci saranno superstiti fra gli 81 presenti, 4 membri dell’equipaggio e 77 passeggeri. Nessun superstite e poca giustizia, negli anni seguenti, per una tragedia inizialmente addebitata, fra sciatteria e colpevoli menzogne, a un cedimento strutturale. Non si trattò di un cedimento strutturale, ma di un atto di una guerra mai chiarita né dichiarata, che fece 81 vittime innocenti. Parole vuote, le mie. La guerra quasi mai è chiarita, le sue vittime quasi sempre sono innocenti.

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