Nel febbraio del 1975, sulle pagine di “Alterlinus”, esce “Il caso Fillmore”, secondo episodio di Alack Sinner di Carlos Sampayo e José Muñoz. Si apre con una pagina potente e indimenticabile: Alack, investigatore privato e povero peccatore, si sveglia, si alza, si accende l’ennesima sigaretta, trascina i piedi fino in bagno e guarda il volto stanco riflesso dallo specchio, sfiorandosi le guance con i polpastrelli nel gesto consueto di chi si rade tutte le mattine. Poi raggiunge la tazza e piscia.

Magnus ha ben impressa in mente quella sequenza mentre lavora alla seconda avventura dello Sconosciuto. La storia inizia con un incubo: un’azione militare realistica in maniera quasi dolorosa si conclude con un’esplosione. «Trappola! Tra…». Il personaggio si sveglia gridando e mostra, ancora una volta, una fragilità insostenibile. Ignorando le proteste dei vicini, cerca di recuperare la regolarità del respiro e aspetta che il cuore smetta di rimbalzare nel torace. Si trascina fino al lavandino della stanza in cui ha dormito e ci piscia dentro. Poi si guarda allo specchio, accarezzandosi le guance nel gesto consueto di chi può scegliere di non radersi. Si concede addirittura un sorriso: «Ehilà, Unknow… Come ti va?»

Quella domanda richiama, inevitabilmente e in modo incongruo, i versi di una canzone di Bob Dylan di una decina d’anni prima: «How does it feel / how does it feel / to be without a home / like a complete unknown / like a rolling stone?»
A quel punto arrivano le soddisfazioni: la ferita alla spalla – che è lì a ricordarci la fallibilità fisica dell’eroe – si è rimarginata e quattro ore di sonno filate sono abbastanza per affrontare il mondo. Senza casa, come una pietra che rotola, Unknow si accende la prima sigaretta della giornata ed esce dalla pensione Stella, nel buio di Roma, in largo delle Tre Api.

Largo delle Tre Api non esiste. Non perdere tempo a cercare la piazza che Magnus disegna con incredibile precisione. Non esistono quella fontana con lo stemma araldico della famiglia Barberini, l’edificio tra barocco e neoclassico sulla sinistra, il muro di mattoni dell'”Escuela Teologica de la Beata Asuncion”, il campanile all’incrocio tra quello di Santa Maria Maggiore e quello della All Saints Anglican Church, e la pensione Stella.
Non esistono. Eppure Magnus presenta quella piazza in una doppia pagina, trasformandola nello sfondo perfetto. È una scenografia impeccabile e reale. Non realistica. Il luogo dell’azione è congegnato come spazio teatrale per sviluppare la storia, complessa e articolata, che occupa il secondo e il terzo numero de “Lo Sconosciuto”, datati agosto e settembre 1975. “Largo delle Tre Api” e “Morte a Roma” compongono un racconto chiuso, circolare.


Il secondo fascicolo del dittico esce in edicola negli stessi giorni in cui si può comprare “Cala la tela per Superciuk”, il settantacinquesimo numero di “Alan Ford”, l’ultimo disegnato da Magnus. E vedere l’una accanto all’altra le due copertine – una grottesca e senza firma, l’altra iperrealistica con un esagramma – produce una sensazione di straniamento. L’esagramma è una delle combinazioni del Libro dei Mutamenti cinese, I Ching. Indica “Il viandante”, ha la posizione 56 e, pur collocandosi tra “L’abbondanza” e “Il mite”, si riferisce a una condizione di instabilità: «Colui che ha pochi amici, quegl’è il viandante».
Magnus, in fuga dal rifugio del fumetto popolare, si è infilato alla corte del più popolare tra gli editori, quello che si rivolge ai maschi che vogliono erotismo di bassa lega, senza rinunciare al formato che gli è più consono. Si sente pietra che rotola, completo sconosciuto, viandante. Proprio come il suo personaggio. «Terre straniere e separazione sono la sorte del viandante».
La storia romana dello Sconosciuto è narrativamente perfetta. Ci sono delinquenti, nobiltà e fascisti, relazioni rapaci, odi viscerali e amori incendiari, scontri di piazza, un vescovo comunista, sicari, tradimenti, fughe fallite e riuscite, e un duplice finale che sembra persino lieto.
Sono passati cinquant’anni da quando Magnus ha realizzato questi due albi. Il loro formato di pubblicazione si è quasi estinto: tascabili da 120 pagine in bianco e nero, con due vignette per tavola. Nelle poche edicole che ancora resistono, occhieggia solo “Diabolik”, dinosauro inconsapevole del meteorite che si è già schiantato sul suo pianeta. Eppure, in quella forma antica, Magnus innesta i tasselli di uno dei fumetti più importanti della storia, caricandoli di energia eversiva e cercando di liberarsi dagli stilemi della sua vita autoriale recente.

L’uso dei retini, già presente in “Poche ore all’alba”, primo albo della serie, diventa più intenso e articolato, a rimarcare l’enorme distanza tra le pagine dello “Sconosciuto”, finemente lavorate, e la velocità di realizzazione di tutti gli albi coevi. Siamo nel 1975. Applicare un retino su una pagina ha costi materiali e temporali; non basta che una funzione di “edge detection” identifichi l’area su cui, con un click, applicare la puntinatura, e modificarne l’intensità fino a quando non si è soddisfatti. Bisogna scegliere l’adesivo, farlo aderire al disegno, ritagliare con il cutter lungo i bordi tondeggianti o frastagliati della figura, senza danneggiare la pagina, e rimuovere le eccedenze. Non è complesso, ma ci vogliono materiali, mestiere e tempo. Quei retini, sulle pagine di “Largo delle tre api”, iniziano a giustapporsi, definendo volumi e contrapponendosi alle campiture nere – quasi da “ligne claire” belga – di Magnus. Le azioni militari degli incubi e dei flashback, per esempio, sono realizzate con una precisione fotorealistica che ricorda certi lavori riprodotti con cura ossessiva da Dave Sim nella Strana morte di Alex Raymond, ma senza i tratteggi e le tessiture.

Arrivando da “Alan Ford”, pur volendo costruire un racconto realistico e politico, Magnus si trova ancora intriso del registro grottesco definito, negli anni, con Max Bunker. Sono diversi i personaggi in cui quel tratto esplode sulla pagina: il vecchio con il rotolo di carta igienica incontrato davanti al bagno, il taxista che accompagna monsignor Carlos Siqueiros alla “Escuela teologica de la Beata Asuncion”, il sicario Morales, lo svaligiatore Cannello, sua moglie e suo figlio, «er fijo dei fiori»… Ma, ancora di più, la cifra del grottesco emerge, a volte in modo inatteso, quasi incongruo, nelle onomatopee e nei suoni della strada: «Stráp» quando le targhette del militare morto vengono strappate o una coltellata rompe una giacca, «Glub glub glub» la fontana, «Skúnnng» un colpo di catena parato con una ventiquattrore, «Smak» un cazzotto, «Sló gán sló gán sló gán» l’incedere della manifestazione… Eventi drammatici, sanguinari, reali, omogeneizzati sulla pagina usando sonorità che sembrano emergere da Jacovitti (o da “Alan Ford”, appunto).


Nel 1975, le manifestazioni sono all’ordine del giorno. Ce ne sono tante, partecipate, spesso violente. Magnus ne mostra una che richiama la battaglia di Valle Giulia, ma anche le tante foto di Uliano Lucas, Adriano Mordenti e Massimo Vergari. Le parole e gli slogan scanditi dai giovani manifestanti sono privi di senso, sembrano istanze di qualunquismo costruite all’ombra di Max Bunker perché siano tollerabili anche dall’editore, abbastanza reazionario, Renzo Barbieri. Ma l’agire dei giovani, della polizia e degli infiltrati fascisti è assolutamente veritiero.

La Roma verosimile di Largo delle Tre Api e quella reale che fa da sfondo alla visita del vescovo accompagnato da Unknow si sovrappongono. L’effetto è quello di una cascata di segni che, come gli aggettivi di Gabriel Garcia Márquez, sovradefiniscono il reale, trasfigurandolo in luogo magico. Una Roma come non l’abbiamo mai vista. Il dialogo tra monsignor Siqueiros e Unknow è esemplare:
Siqueiros: «Roma è splendida! Non è vero, Unknow?»
Unknow: «È molto antica, eminenza!»
Siqueiros: «Tutto il mondo invidia queste cose e la cultura che le creò…”
Unknow (pensa): «Acqua passata!»
Unknow: «Come dicevo, eminenza, io guido la macchina… e basta!»

Intorno a Largo delle Tre Api si aggira un mondo quasi esclusivamente maschile. Le donne sono poche e marginali. Unica figura riconoscibile, fino a diventare protagonista, è Barbara Wellworth Mellow, principessa Quiriti della Lupa. Bellissima e volubile, compare accanto a un attorucolo inutile, tale Nice Whatever (cioè Cetto La Qualunque), mentre un paparazzo li immortala per una testata scandalistica. Barbara è l’unica rispettabile in un mondo di fascisti e stragisti. Mossa da pulsioni comprensibili: il desiderio di divorziare da un marito omosessuale e fascista, il bisogno d’amore, il desiderio di sesso.


A un terzo del primo albo, Barbara appare completamente nuda, attraversa il castello dei Quiriti della Lupa e si infila nella stanza di Gianni, l’autista. Finalmente il lettore da tascabile erotico trova soddisfazione: inizia una sequenza memorabile, con organi genitali e penetrazione in evidenza. Ed è anche una meravigliosa sequenza d’amore: Magnus dimostra che si può dire un sentimento anche mostrando la meccanica dei corpi, normalmente ascritta alla pornografia.

Le ultime novanta pagine sono una sequenza di colpi di scena: la cena con stupro, la rapina con infarto, la fuga col denaro, i gioielli e l’amore, l’attentato sventato, la carneficina, il boato, la rivalsa e la fuga da una vera città inventata.

Poi, quella vignetta finale. Il treno che si infila nella galleria, mentre Unknow pensa: «La vita… che sciocchezza starci a pensare… e rovinarla… che peccato!»
In basso a sinistra: “Fine dell’episodio” e, come firma, solo l’esagramma del Viandante. Accanto al simbolo del copyright, probabilmente richiesto esplicitamente dall’editore, le indicazioni: “Raviola” – il cognome dell’immenso fumettista che si firmava Magnus – e “EV”, Edizioni del Vascello. Quasi a dire che, dopo un’immersione dolorosa in un bagno di realismo magico e avventuroso, per tornare alla vita reale serve una buona dose di burocrazia.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).