Il Bonvi

Boris e Paolo | QUASI |

Mentre su New York calavano le prime ombre della sera, è arrivato dicembre.

Dicembre? Di già? Pare ieri che eravamo in spiaggia… non abbiamo fatto in tempo a goderci zucca, uva e castagne… ed eccolo qui. Un mese da disegnare usando un sacco di retini: le nebbie, il fumo, il freddo assassino, il naso che cola, file di macchine puntate verso centri commerciali, negozi aperti anche la domenica, gente che compra cose piccole che sembrano grandi.

Eravamo tranquilli in redazione. C’era chi faceva la messinpiega alle bambole, chi stilava l’inventario degli spifferi, chi allestiva il museo delle briciole ritrovate nella tastiera del PC e chi dava un nome a tutti i pezzi di scotch usati per appiccicare ritagli nell’album dei ricordi. A un certo punto, si è spalancata la porta ed è entrato non ricordiamo chi. Lo avremmo anche ignorato, immersi come eravamo nelle nostre ossessioni, ma quello ha gridato: «Oh! Sono trent’anni senza il Bonvi!»

Dice il saggio: «È ploplio un gesto da stolto festeggiale il complimolto».

È partita subito una raffica di fischi e insulti. Quando le palline di carta hanno smesso di volteggiare nell’aria, abbiamo cercato di immergerci nuovamente nelle nostre autorevoli faccende. Però ormai, il Bonvi era lì. Accidenti! Di Bonvi ci frega, eccome. E quindi eccoci qua.

Non siamo mai stati devoti a nessuno. Bonvi non era un dio, non era un santo, non era un eroe, un poeta, un marinaio… Non era neppure una statuetta da tirare fuori all’approssimarsi del natale, perché partecipi alla processione verso il bambinello nella stalla.

Era uno che disegnava come se dovesse arrivare sempre qualche anno prima degli altri. E, ogni tanto, ci arrivava davvero. Un tipo che aveva idee più veloci della voglia di starci dietro. Uno che a Bologna ci stava così bene da renderla più bella, più irreale e meno provinciale della realtà.

Abbiamo chiesto a chi scrive su (Quasi) di scegliere un punto, qualsiasi punto, da cui provare a parlare di lui. Non per celebrarlo, che mica ne ha bisogno. Ma proprio per vedere cosa succede quando si prende un fumettista che tutti credono di conoscere e lo si gira come un calzino spaiato. Bonvi è stato un mito. Vendutissimo, conosciutissimo, lettissimo. E adesso è quasi scomparso. Tutti conoscono le Sturmtruppen e possono parlare quel tedesco inventato, tutti conoscono Nick Carter, saltellano come Cattivik, si muovono tra le decine di personaggio che ha inventato. Eppure, quei fumetti non li legge più nessuno. (Lo sappiamo. Tira giù la mano. Tu li leggi. Ma sai che c’è? Non fai statistica. Tu leggi pure (Quasi)!)

Speriamo che in questo mese saltino fuori robe serie e robe meno serie, studi profondi e sbandate affettive, amicizie, città, schizoidi, dopobomba, pirati e caroselli, fogne che sembrano urlare e mani contratte in uno spasmo orgasmico che ti ghermiranno per sempre.

Eccolo il Bonvi di (Quasi). Quello che ci viene fuori quando smettiamo di cazzeggiare e raccontiamo quello che ci diverte, ci intriga, ci punge. Il Bonvi che litigava con i formati, quello che si portava dietro Guccini, quello che si ostinava a inventarsi lingue che nessuno gli aveva chiesto, quello che voleva fare l’avventura ma gli usciva sempre anche qualcos’altro. Quello che sapeva essere bellissimo pure quando faceva casino.

Non siamo qui per spiegarti il Bonvi. Sapeva e sa spiegarsi benissimo da solo. Siamo qui per infilarci nei suoi fumetti perché non vediamo l’ora di farlo. E farlo per un mese intero: rovistare nelle pagine, incastrarci nelle vignette, scostare i retini, sentire quegli odori, toccare quelle carni cartacee.

Trent’anni senza il Bonvi, sì. Ma questo numero prova a fare la cosa più semplice e più nostra: stare un po’ con lui. Senza enfasi, senza trombe, senza aria da commemorazione. Solo con quella curiosità un po’ sghemba che ci fa dire: «Ma tu pensa… dopo tutto questo tempo, il Bonvi continua a costringerci a lavorare».

E l’ultimo chiude la porta.

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(Quasi)