Due canzoni per un amico

Boris Battaglia | E l'ultimo chiude la porta |

Questo capitolo di …e l’ultimo chiude la porta, lo dedico espressamente a un mio grande amico. Grande in tutti i sensi: dimensionali e affettivi, sodale di vent’anni di scorribande e baldorie. Era un po’ che non ci si vedeva Zampa, vecchio orso, ma se me lo avessi detto ci saremmo presi l’ultima colossale sbronza insieme. Mi manchi.

Il neanche troppo lento declino di Francesco Guccini comincia subito dopo il 1990. Anzi, in realtà comincia proprio in quell’anno. Infilata, in un decennio, una sequenza di dischi fondamentali (da Via Paolo Fabbri 43 del 1976 a Signora Bovary del 1987) e un romanzo – per quel che mi riguarda – tra i più significativi e seminali degli anni Novanta: Cròniche epafàniche pubblicato da Feltrinelli nel 1989, con Quello che non… il cantautore cinquantenne sembra subire una battuta d’arresto. Certo, nell’album ci sono almeno tre pezzi molto belli (la title track, Canzone per Anna e Ballando con una sconosciuta scritta da Claudio Lolli), ma tutto il resto scivola via senza lasciare il segno – anche Cencio, che dovrebbe essere il commosso ricordo di uno sfortunato amico dell’adolescenza, non riesce ad andare mai oltre a una compiaciuta compassione retorica –  e il disco si chiude con una canzone di una banalità disarmante: quell’Aemilia scritta con un Lucio Dalla ormai irrimediabilmente affetto dal carusismo.

Lo so. Nel giudizio su questo album ho usato una formula dubitativa: avrebbe potuto essere solo una sorta di momento riflessivo, prima che Guccini entrasse nel secondo mezzo secolo di vita pronto a darci nuova e diversa bellezza. Lo speravo. Invece no. Nel 1993, Parnassius Guccinii mi toglie ogni dubbio. Tutto l’album scorre via anonimo, e l’unica canzone che mi suscita interesse è Dovevo fare del cinema, ma è un pezzo che Gian Piero Alloisio ha scritto almeno dieci anni prima. Il fatto che gli venga attribuita la Targa Tenco come disco dell’anno, non so se la dice più lunga sullo stato della canzone d’autore o su quello di questo premio sanremese.

D’amore, di morte e di altre sciocchezze arriva tre anni dopo, nel 1996 ed è pure peggio. Su nove canzoni, una più brutta dell’altra (fino all’imbarazzante I fichi) ce n’è solo due che salvo. La stronzissima Quattro stracci in cui Guccini sfoga – con una capacità affabulatoria di cui non si era più dimostrato capace da quasi un decennio – tutto il suo rancore per quella che non è più la sua compagna di vita, e la traccia d’apertura: pezzo che, per la prima volta dai tempi di Le piogge d’aprile, mi parla direttamente. I cinque album successivi, personalmente, preferisco far finta che non esistano.

Il 9 dicembre 1995, Bonvi muore in un incidente stradale. Ha 54 anni ed è uno dei più geniali e prolifici fumettisti italiani (nonché probabilmente, da quando è morto Andrea Pazienza, il più bello). Il funerale si tiene, il 13 dicembre, alla Certosa di Bologna, nel cui cimitero sarà sepolto. Ci sono tutti gli amici. Cioè, proprio tutti no. Ne manca uno importante: Hugo Pratt, che è morto meno di 5 mesi prima, il 20 agosto. Non posso affermarlo con certezza perché i testimoni non sono affidabili e le loro versioni troppo contradditorie, ma probabilmente manca anche il suo amico più caro, Magnus. Il cancro al pancreas che lo avrebbe ucciso (vabbè, in realtà sarà lui stesso a battere il cancro sul tempo) meno di due mesi dopo, era nella fase terminale, quella che causa, oltre a grave inappetenza, estrema stanchezza, sonnolenza invincibile, difficoltà respiratorie e dolori addominali irriducibili. L’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, che era presente al funerale, racconta in un’intervista rilasciata al “Carlino” per il decennale della morte di Bonvi, di avere incontrato Magnus pochi giorni dopo all’Osteria delle Dame e di ricordare che quasi piangeva. Credo che, quantomeno, l’ex-sindaco si confonda. Dubito che Magnus, che non lasciava mai Castel del Rio nemmeno ai tempi in cui ancora stava bene, fosse sceso a Bologna per andare all’Osteria delle Dame proprio quando il cancro lo stava privando di ogni forza. Probabilmente, se al funerale del suo amico, c’era o non c’era, non lo sapremo mai. L’omelia la tiene padre Michele Casati, il frate domenicano fondatore dell’Osteria delle Dame, poi – con la commozione che puoi immaginare – prendono la parola Guccini e Silver.

Il 13 dicembre è il giorno di Santa Lucia, quello in cui al portico dei Servi si inaugurano i mercatini di Natale (immortalati da Guccini in Eskimo con questi versi: “Ricordi fui con te a Santa Lucia/ al portico dei Servi per Natale…”). È una giornata fredda ma tersa. Nel momento dell’inumazione Guido De Maria, che si era portato un mangianastri, schiaccia il tasto play e in quell’aria gelida si diffondono le note di Non, je ne regrette rien. E proprio a questo punto, con l’abusato trucco analettico dei mestieranti della scrittura, seguendo la voce di Édith Piaf, ti faccio fare un piccolo salto all’indietro. Due, forse tre settimane. Quindi diciamo, metà novembre.

Siamo a casa di De Maria, Bonvi gli ha portato le versioni rimontate di tutte le storie di Nick Carter, già pubblicate sul “Corriere dei Ragazzi”, per una nuova edizione definitiva in volume (quella Dardo del 1976 era quanto meno incompleta). Edizione che, per inciso, vedrà la luce solo nel 2020 per i tipi della Editoriale Cosmo. Probabilmente quando arrivano a parlare dell’avventura intitolata La legione straniera a Bonvi (esperto e appassionato di storia militare) parte la lezione:Quando si sciolse la Legione Straniera i legionari marciarono per l’ultima volta lungo le strade di Algeri non al suono del loro inno Le Képi Blanc bensì sulle note di Non, je ne regrette rien, non rimpiango nulla.”  A quel punto De Maria gli chiede di sentirla, Bonvi scende in auto a prendere un nastro, risale e lo mette nel mangianastri di De Maria. Mentre dopo il giro introduttivo di accordi in maggiore SOL RE DO SOL, la voce potente, vibrante e al contempo sofferente di Piaf attacca a cantare, sulla ripetizione dello stesso giro, le parole: “Non, rien de rien…”, Bonvi comincia a marciare in modo ipnotico e a tradurre i versi della canzone. De Maria racconta di esserne rimasto affascinato e al contempo inquietato. Come se quella scena prefigurasse qualcosa.

Quando, il 5 ottobre 1960 alle cinque del pomeriggio, Charles Dumont suona al 67/bis di Boulevard Lannes a Parigi, gli apre Danielle Bonel, amica intima e segretaria personale di Édith Piaf. Le parole con cui lo riceve sono, per lui, una doccia fredda: “Cosa ci fa qui? È da ieri sera che cerco di contattarla. Stamattina le ho mandato anche un telegramma. Édith non sta bene, non può riceverla.” È vero, Édith Piaf non sta bene. È un anno che si sta curando un’epatite virale che l’ha obbligata ad annullare tutti i concerti in programma, ma dato che è la terza volta che – con motivazioni diverse – evita di riceverlo, Dumont si convince che proprio non lo voglia incontrare. Invece la voce di Édith che arriva dalla sala è perentoria: “Visto che è qui, Danielle, fallo entrare. Sentiamo cosa ha da proporre.”

L’appartamento è enorme. Sono più di 300 mq. Il salone è spoglio, c’è solo – proprio nel mezzo – un grande piano a coda. “Volevo farle sentire questa” balbetta Dumont. “Va bene, ma faccia in fretta!” Lui è sicuro che lei lo metterà alla porta senza nemmeno finire l’ascolto del pezzo ed è con questo stato d’animo che si mette al piano. È un pezzo che ha composto quattro anni prima (con l’amico Michel Vaucaire che ne ha scritto le parole), quando ancora nessuno sapeva dei problemi di salute dell’Usignolo e lei ancora non aveva confessato alla pubblica opinione di aver fatto troppi abusi e troppi errori, ma di non avere nessun rimpianto. Comincia con quei quattro accordi di maggiore: SOL RE DO SOL, poi, quasi parlando perché per l’emozione non trova la voce, sulla ripetizione dello stesso giro attacca: “Non, rien de rien”, a questo punto rifà ancora per due volte lo stesso giro ma rimuovendo la terza maggiore, il suono è quasi lo stesso, ma più semplice e potente e su questi accordi canta: “No! Je ne regrette rien/ Ni le bien q’on m’a fait”, subito tenendo gli accordi di base aggiunge una sesta maggiore e continua a cantare “Ni le mal. Tout ça m’est bien egal!” Prosegue poi ripetendo lo stesso schema e cambiando solo i due versi finali della strofa: “C’est payé, balayé, oublié / Je me fous du passé”.

Man mano che Dumont suona e canta, Édith si trasfigura, questa canzone riflette perfettamente il suo stato d’animo e le sue intenzioni per il futuro. “Ragazzo – gli dice – le tue preoccupazioni sono finite. Tornerò in scena con questa canzone. Non, je ne regrette rien farà il giro del mondo e ti resterà legata addosso per il resto della tua vita.”

Così fu. Incisa a novembre, la canzone esce nel formato 45 giri nel dicembre 1960. Il 2 gennaio dell’anno successivo, Édith Piaf apre il concerto all’Olympia che segna il suo ritorno sulle scene dopo quasi due anni di assenza, proprio con la canzone di Dumont. È un trionfo senza eguali. A febbraio (e fino a giugno) il disco arriva in testa alle classifiche di vendita. Negli anni successivi Charles scriverà per Édith una quarantina di canzoni. Lei morirà il 10 ottobre del 1963 (a soli 48 anni, dopo una vita di eccessi), nulla di tutto quello che ha cantato e inciso in questi due anni avrà la potenza e la forza di questa canzone, che resta per sempre come il suo testamento spirituale.

In realtà la Legione Straniera non è mai stata sciolta. De Gaulle non se l’è mai sognato di fare a meno di un simile corpo militare. La Legione esiste ancora. Ad essere sciolto fu il 1° reggimento paracadutisti dopo il tentato golpe del 1961 in Algeria. Il 30 aprile, saputo che il loro reggimento sarebbe stato disciolto e che loro sarebbero stati assegnati ad altri reparti, i legionari fecero esplodere la loro caserma e, narra la leggenda, si diressero verso il porto di Algeri cantando Non, je ne regrette rien. Che questo aneddoto sia vero o meno, è comprensibile il fascino che ha esercitato sull’autore delle Sturmtruppen. Ci dedico un capitolo al paradosso del fascino esercitato dal militarismo sull’autore più antimilitarista che il fumetto italiano abbia avuto. Ma più di tutto è comprensibile che nel periodo che stava vivendo (la separazione; un incidente automobilistico di ritorno da Lucca di quelli da cui, quando esci illeso, non sei più lo stesso; la malattia di uno dei suoi più grandi amici; le contraddizioni ideologiche che arrivano a presentarti il conto; la “sete mai appagata”; una probabile depressione mai diagnosticata) sentisse profondamente come sua quella dolorosa rivendicazione del proprio passato cantata da Piaf. Con buona pace di De Maria non era una premonizione, ma solo una comprensibile identificazione.

Bene. Adesso con un altro trucco retorico, una furba prolessi, ti faccio seguire le note della Non, je ne regrette rien cantata dai legionari del 1° reggimento paracadutisti fino a ritrovarci il 13 dicembre 1995 al cimitero della Certosa di Bologna, mentre sul mangianastri di De Maria la stessa canzone è agli accordi finali. Improvvisamente comincia a nevicare. Quel giorno ne scese tanta di neve sulla parte meridionale della Pianura Padana e sui primi rilievi dell’appennino tosco-emiliano. Bologna fu coperta da 10 cm di coltre bianca. Mentre la neve scricchiola sotto le suole delle scarpe che lo stanno riportando a casa, Guccini rimugina dei versi che, appena arrivato a casa, diventeranno una canzone. Si intitola Lettera ed è l’altra delle uniche due da salvare dell’album D’amore, di morte e di altre sciocchezze. È dedicata all’amico che ha appena salutato per l’ultima volta. Negli anni successivi (tanti, ormai praticamente 30, mica solo due come quelli di Piaf) Guccini di canzoni, racconti e memorie ne ha scritte tante (troppe) ma nessuna ha più avuto la forza e la potenza di Lettera. Possiamo considerarla a tutti gli effetti come la sua ultima canzone, ed è interessante che l’ultimo suo capolavoro non sia un testamento come Non, je ne regrette rien (avrebbe fatto ridere un simile testamento scritto da uno che è finito a fare il pensionato ottuagenario un po’ rincoglionito, e lo ammette lui stesso: «io sdraiato sull’ erba verde/ fantastico piano sul mio passato/
ma l’ età all’ improvviso disperde/ quel che credevo e non sono stato/ come senti tutto va liscio/ in questo mondo senza patemi/ in questa vista presa di striscio/di svolgimento corretto ai temi») ma il sommesso addio a un amico carissimo, la cui perdita causa rabbia e smarrimento:

«Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?

Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende

la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati,

la gioia piana degli appetiti,
l’arsura sana degli assetati,

la fede cieca in poveri miti?»

Ma, se c’è smarrimento davanti alla perdita di un amico, se la morte prematura di chi ti è stato caro ti fa incazzare, non c’è rammarico né pentimento per tutto quello che è stato, per la vita trascorsa in scorribande e baldorie. Gli amici, Bonvi e Magnus, se ne sono andati. E l’ultimo, Guccini quello rimasto, può solo spegnere la luce e chiudere la porta.

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