È appena nata e già deve gestire il rischio di una drammatica scissione.
F.A.I.D.A., Fumettofili Associati Italiani Diversamente Amici, è nata all’inizio del mese sotto i migliori auspici e già rischia la frattura, lo scisma, la secessione, forse anche la dissoluzione.
Del resto “nomen omen”: quel “Diversamente Amici” doveva essere un’arguzia messa in atto tanto per assecondare la fragilità di un acronimo divertente e facile da ricordare quanto per opporsi all’ipocrisia del linguaggio. È finita davvero a botte. Qui, nella redazione di (Quasi), ci sentiamo un po’ una gang del pensiero. Vorremmo essere capaci di una dialettica priva di corpi, capace di esprimersi unicamente con le parole, sospese tra profondità e leggerezza. Poi Boris fa una delle sue battute del cazzo (è sempre colpa sua), Paolo ribatte, Boris lo insulta, Paolo gli lancia le carte addosso (avrebbe dovuto cambiarne almeno tre per mettere qualcosa di sensato accanto a quei due dieci), Boris gli tira il vino in faccia, Paolo gli dà una sberla… l’ultima volta Boris gli ha spaccato una sedia sulla schiena.
Una gang del pensiero… col cazzo. Cerchiamo quel libro di Tibor Fisher che non abbiamo mai letto, lo apriamo e inizia così:
«L’unico consiglio che posso dare, se per caso vi doveste svegliare in uno strano appartamento, in preda alle vertigini, con un’emicrania post sbronza saldamente installata nella testa, senza uno straccio addosso, senza il benché minimo ricordo di come siate finiti lì, mentre la polizia sta buttando giù la porta a mazzate con un sottofondo di latrati di cani infuriati, e vi ritrovate per di più circondati da mucchi di riviste patinate con foto di bambini intenti a compiere atti osceni decisamente da adulti, l’unico consiglio che posso dare, ripeto, è questo: cercate di comportarvi in maniera educata e di mostrarvi di buon umore.»
Buon umore? Non è quello che cercavamo, dannazione! Sfogliamo a caso alla ricerca della frase presente anche in copertina, ma uno è cieco e l’altro orbo: Niente. Diciamocelo: il libro è proprio un oggetto antico, non ha neanche la funzionalità “cerca nel testo”. Come al solito, ci tocca fare tutto da soli. Copiamo quella frase dalla copertina: «Avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta di un dialogo socratico». Ecco… una pistola… la prossima volta ce la portiamo.

E, intanto, continuiamo a picchiarci. Una rissa lunghissima, fatta di braccia che ruotano e culminano in sberle fragorose, e clamorosi pugni che scendono sulla testa dopo aver percorso un arco circolare perfetto. Proprio come in un film di Bud Spencer e Terence Hill. Rumori di piatti spaccati, grida, tonfi, colpi. E il pianista, imperterrito, continua a suonare in un angolo, scansandosi appena per evitare gli oggetti che volano verso di lui. Che frastuono infernale: non riesciamo nemmeno a sentirci mentre pensiamo. Ci spostiamo un attimo e ci lasciamo lì a continuare la nostra bagatella per un alph-art.
Aaaah… un po’ di silenzio, finalmente.
Ecco. Ora possiamo dirtelo. Tutte le volte che giochiamo con (Quasi) abbiamo paura che qualcunə ci prenda sul serio. Il tempo ci ha dimostrato che, là fuori, c’è sempre qualcunə che, dopo aver letto un nostro articolo – uno di quelli scritti con intenti ironici, parodici, addirittura satirici – ci spiega, con una spasmodica attenzione al nitore e alla precisione delle proprie parole, che il mondo non funziona così. Non parliamo di te, chiaramente: tu ci capisci e, quando serve, ti incazzi, sbuffi e sollevi gli occhi al cielo, dicendo: «Ma che cialtroni!»
Qualche volta questə qualcunə ci delude. Come quella volta che ci siamo inventati un fumettista islandese grandioso, morto di vecchiaia a meno di quarant’anni. Era autore di fumetti meravigliosi e aveva vissuto una vita bellissima. Una delle nostre migliori invenzioni. Non è che quellə qualcunə non vi è cascatə o non ci ha creduti: ci ha proprio ignorati.
E anche adesso, speravamo che qualcunə ci chiedesse come associarsi a F.A.I.D.A. Niente, dannatə furbastrə! Più passa il tempo, più quellə qualcunə si emancipa, cresce, aumenta l’acume del pensiero. Vorrebbe chiedercelo. Ma decide di aspettare. Due, anche tre, settimane. Maledettə!
E, allora, mentre siamo di là a picchiarci e quellə qualcunə che aspettavamo continua a non palesarsi, trasciniamo i piedi tra cumuli di libri e riviste e frantumi di sedie rotte. Troppo rumore nella stanza accanto, i pensieri avvolti nel torpore dell’attesa di qualcunə che non si presenterà. Ed è quello il momento in cui la parola “fumetto” inizia a suonarci male. Troppo rassicurante. E ci fanno schifo pure quelle circonvoluzioni nobilitanti: letteratura disegnata, nona arte, graphic novel, arte sequenziale…
Allora, per pura ripicca accademica, decidiamo di chiamare quella roba che tanto amiamo “narrazioni a figure”.
Non è un’evoluzione, è un declassamento necessario. Se dici “graphic novel”, la gente si aspetta di trovare l’anima di Dostoevskij intrappolata nel corpo di un papero; se dici “fumetto”, pensano a un giochino in un ovetto di cioccolata. Con “arte sequenziale” già stai sul cazzo a tuttə. Chi dice “Nona arte” lascia intendere “Non arte”.

Ma se dici “narrazioni a figure”, la persona che ti ascolta resta interdetta. Pensa a un libro di testo, tipo un sussidiario, anzi di più un abbecedario, quasi collodiano. Una roba che si guarda prima di imparare a stare al mondo. Prima di imparare a leggere le parole che, a ben vedere, sono sequenze di disegni (i caratteri) che significano narrazioni (le frasi scritte sul foglio): arte sequenziale, insomma. Ma vaffanculo anche McCloud!
E allora ci involtoliamo nella nostra magnifica ambiguità. È in questo territorio opaco e indistinguibile che tutto finalmente torna a quadrare. Perché la “narrazione a figure” è l’unica che mette d’accordo lo scisma della F.A.I.D.A. È quella roba che sta nei lavori di Sendak, che non sapeva bene se stava disegnando per i bambini o per i propri demoni; sta nei silenzi del pupazzo di neve di Briggs o nelle sequenze di una sola vignetta di Quino, dove il tempo non scorre da sinistra a destra, ma esplode al centro della pagina.
La verità è che la “narrazione a figure” è il nostro Moomin da tenere in tasca. È un pensiero piccolo, un po’ tondo e spaventato, che non serve a niente a chi vuole spiegarti come funziona il mercato editoriale. Ma serve a noi, per ricordarci che, tra una sberla e l’altra, quello che stiamo cercando non è un linguaggio o un genere, ma un modo per non farci fregare dalle parole.
E ora, se quellə qualcunə volesse finalmente chiederci come associarsi alla F.A.I.D.A., sappia che la quota d’iscrizione consiste nel portarci una bottiglia di vino decente. Quello di prima è finito tutto in terra. Mi raccomando, non si presentasse con una robaccia tanninica e priva di vita. Un peccato per le narrazioni, un insulto alle figure.