Dopo l’iniziale interesse verso le tematiche sociali espresso dai primi fumetti realizzati con le incisioni, il graphic novel comincia a pensare in grande, si pone delle domande sul tipo di formato che può usare e non ha paura di affrontare le storie di genere, come dimostra chiaramente It Rhymes with Lust scritto dalla coppia Arnold Drake e Leslie Waller, sotto lo pseudonimo di Drake Waller, disegnato da Matt Baker, inchiostrato da Ray Osrin e pubblicato dall’editore di fumetti St. John Publishing Company nel 1950.
Quando esce questo graphic novel, gli sceneggiatori sono due sconosciuti poco più che ventenni, ma dotati di una certa determinazione che si sarebbe espressa soprattutto negli anni a venire: Arnold Drake (1924-2007) conosce Bob Kane nello stesso periodo di uscita di questo graphic novel e l’incontro fornirà l’opportunità di accedere alla redazione della DC Comics, dove incomincia a lavorare per testate di vario genere e dove successivamente crea, tra gli altri, il gruppo Doom Patrol e Deadman; Leslie Waller (1923-2007), invece, ha già all’attivo un paio di romanzi e, dopo l’esperienza di It Rhymes with Lust, continua a lavorare nella narrativa, realizzando anche alcune “novelization” sotto pseudonimo, come quelle per Un pomeriggio di un giorno da cani e Incontri ravvicinati del terzo tipo.

I due giovani hanno un’idea ben precisa che sono determinati a concretizzare: vogliono unire il formato dei cosiddetti romanzi pulp, narrativa che in quel periodo funziona molto bene, con il fumetto. In pratica, la loro intenzione è di realizzare a fumetti quelli che sono, a tutti gli effetti, dei film, che possono attraversare generi diversi: dal poliziesco al western alle storie sentimentali. Hanno già pronto il nome per questa possibile linea di libri a fumetti (“picture novel”) e decidono di proporla all’editore St. John Publishing Company, una casa editrice che aveva aperto una linea di fumetti nel 1947. Presentano il progetto al proprietario, Archer St. John, mostrandogli anche un prototipo di come dovrebbero apparire fisicamente quelle pubblicazioni. Il proprietario accetta l’idea ed è lui a scegliere il disegnatore: visto che l’antagonista è una donna particolarmente volitiva e decisa, seleziona Matt Baker (1921-1959), uno dei primi disegnatori di fumetti afro-americano che negli anni Quaranta e Cinquanta è conosciuto soprattutto come un elegante disegnatore di personaggi femminili, come per esempio Phantom Lady. A questo si aggiunge la paternità nell’aver co-creato il primo eroe di colore, Voodah, ed essere stato una fonte di ispirazione, per l’eleganza del suo tratto, per autori moderni come Dave Stevens e Adam Hughes. Ad aiutarlo nell’inchiostrazione c’è Ray Osrin (1928-2001), un disegnatore che aveva iniziato a lavorare nello studio di Jerry Iger e che successivamente, dopo aver collaborato per molte case editrici, diventa un vignettista politico per il quotidiano di Cleveland “The Plain Dealer”.

Quando nel 1950 il frutto di questa collaborazione viene distribuito, si capisce immediatamente che ci si trova davanti a qualcosa di diverso: nella parte superiore della copertina, il volumetto di 128 pagine viene definito un “romanzo per immagini” (“picture novel”), mentre in basso c’è la conferma che ci troviamo di fronte a un romanzo completo ( “A full-length novel”). L’illustrazione è costituita da una composizione che mostra gli elementi che costituiscono la storia: in primo piano c’è una donna con un sorriso beffardo, da cui traspare forza e determinazione, mentre gli altri dettagli trasmettono l’idea che all’interno ci saranno intrighi politici, l’espressione del potere della grande industria e la violenza. Non è casuale che la parola più grande del titolo, accanto alla donna, sia “lust”, cioè passione, bramosia, desiderio… dopo tutto, ci troviamo di fronte all’incarnazione della classica dark lady. Sempre in basso a sinistra, viene posizionato un trafiletto che sembra più lo strillo che ci aspetteremmo di trovare in quarta di copertina più che sulla parte frontale e che ci spiega, nel caso non l’avessimo ancora intuito, che siamo di fronte a una donna spietata che farà di tutto per raggiungere i suoi scopi. Tutti gli indizi conducono nella direzione del genere noir che spopola sia al cinema (per esempio, con i capolavori Le catene della colpa e Detour – Deviazione per l’inferno, rispettivamente di Jacques Tourneur ed Edgar G. Ulmer) sia in narrativa (con autori del calibro di Jim Thompson, Cornell Woolrich e James M. Cain).

Questa trasmissione di informazioni quasi didattica, continua anche quando apriamo il libro: troviamo una tavola che è un incrocio tra una prima pagina e, di nuovo, un testo che anticipa quello che ci riservano le pagine seguenti. L’impressione è di trovarsi di fronte al tentativo di tranquillizzare il lettore casuale, che magari non è abituato a leggere fumetti, rassicurandolo su quello che troverà nelle oltre cento pagine seguenti, fornendo i riferimenti familiari di un genere che ha già un suo pubblico, per cui il lettore può continuare sereno la lettura di quello “strano” volumetto.
Lo stile narrativo è quello della letteratura pulp, con didascalie costanti e lunghi dialoghi, ma la coppia di giovani sceneggiatori riescono a rendere estremamente scorrevole e godibile quella quantità di testo che ogni tanto sembra soffocare la pagina, grazie a un ritmo forsennato di avvenimenti e colpi di scena.
Il disegno di Matt Baker è elegante e funzionale, riuscendo a spaziare dalle atmosfere dei locali di lusso ai bassifondi. Quello che però colpisce è l’uso del retino, che conferisce profondità alle tavole e guida l’attenzione del lettore, focalizzandola sui personaggi o gli oggetti che vengono messi in maggior evidenza dall’artista. Un’altra scelta grafica interessante, soprattutto se teniamo in considerazione il formato dell’albo e lo confrontiamo con quello analogo dei “neri italiani” che sarebbero usciti nel nostro paese il decennio successivo, è quella di avere sì due strisce, ma di privilegiare la suddivisione in tre vignette della pagina (se non addirittura quattro). Questo approccio conferisce una maggiore dinamicità e azione a quello che accade nella tavola, oltre al fatto che la sua lettura, potendo alternare la divisione in due vignette tra la striscia superiore e quella inferiore, acquista una certa vivacità.

La storia in sé presenta elementi piuttosto classici: Hal Weber arriva a Copper City, su invito di una vecchia fiamma che è appena diventata la vedova di un uomo potente e ricco. Gli affida segretamente la direzione di uno dei due giornali locali per manovrare l’opinione pubblica, eliminare i nemici e i rivali e arrivare all’obiettivo segreto di gestire la cittadina, se non addirittura lo stato stesso. Ovviamente il defunto ha una figlia di cui il giornalista se ne innamora, innestando un triangolo che non potrà che creare tensioni e guai perché l’uomo si dimostra spesso debole e incapace di resistere alla seduzione dell’antica fidanzata. Tutto procede quindi sui binari classici del genere, tra colpi di scena e scene di azione, fino all’inevitabile (per quanto improbabile) lieto fine.
Sebbene inizialmente il formato del libro a fumetti sembra creare qualche problema di esposizione perché i negozianti non sanno bene dove posizionare la pubblicazione, il volume riscuote un po’ di successo e l’editore decide di continuare l’esperimento, scegliendo però di cambiare il team creativo: Manning Lee Stokes e Charles Raab realizzano il secondo “picture novel”, cioè The Case of the Winking Buddha, che però risulta essere introvabile. L’unica versione di cui si conosce l’esistenza è una edizione colorata e rimontata per adattarsi alle 32 pagine in formato comic-book, che viene ripresentato nel n. 25 della serie antologica “Authentic Police Cases”). La strada dei “Picture Novels” si interrompe proprio sul nascere, soprattutto per questioni economiche: le mediocri vendite non sono sufficienti a mantenere la pubblicazione di questo genere di graphic novel, a cui si aggiungono i risultati economici non eccelsi della stessa della casa editrice. Il destino è ormai segnato e St. John Publishing Company chiude i battenti nel 1958.

A causa dell’interruzione del progetto e dalla mancanza di interesse da parti di altri editori di proseguire con pubblicazioni analoghe, il libro viene dimenticato fino a quando Michael T. Gilbert, disegnatore famoso per aver creato il personaggio di Mr. Monster e per la sua collaborazione con P. Craig Russell agli adattamenti dei romanzi di Elric di Melniboné, non ne trova casualmente una copia in una delle sedi della libreria Powell’s Books. L’autore di fumetti si rende immediatamente conto dell’importanza della scoperta che ha fatto, e la copia da lui acquistata diventa la base per la scansione delle tavole che viene usata per la prima ristampa uscita integralmente all’interno del n. 277 del “Comics Journal”, datato luglio 2006. Se il formato in cui viene riproposto il fumetto dopo più di cinquant’anni non è dei più adatti, alla prima riproposta segue un’edizione pubblicata da Dark Horse nel 2007, che riprende la grandezza originale del graphic novel. A questa edizione ne seguono altre che tengono ancora disponibile questo esempio di proto-graphic novel che merita di essere inserito all’interno della storiografia del fumetto statunitense: non solo è uno dei primi esempi di questo genere, ma con questo libro inizia a concretizzarsi l’idea di utilizzare il medium fumetto per raccontare storie più lunghe rispetto a quelle che normalmente vengono prodotte in quegli anni, utilizzando un formato specifico che si può conservare, ben lontano invece dall’usuale albo spillato usa e getta a cui il pubblico era abituato.


Ha accumulato diversi sostantivi a cui può aggiungere il prefisso “ex” (fanzinaro, correttore di bozze, redattore, editore, letterista-impaginatore sotto pseudonimo, articolista…), mentre continua ancora, sporadicamente e per passione, a tradurre libri a fumetti.