Breve storia delle mascotte dei Mondiali

Mabel Morri | Play du jour |

Sono nella mia cameretta di bambina.
Ha la finestra grande, il termosifone sotto con appeso l’umidificatore in ceramica esploso dopo una pallonata nella quale segnavo la rete decisiva per vincere il Mondiale, e i mobili di quando ancora io e mia sorella eravamo poco più che neonate.
Da quella finestra, sul tavolo su cui ancora oggi disegno cinquant’anni dopo la mia nascita, osservavo un albero che dava sul giardino di una villa: oltre al tavolo, ho sempre avuto studi da dove vedevo alberi e case. Nell’età adulta si è aggiunto un elemento: il mare.
Sono china su quella scrivania, ritaglio e incollo le mascotte e gli stemmi delle squadre in un calendario di risultati, una specie di menabò prima di sapere che, un giorno, quegli stessi gesti, quindici anni dopo e una passione diversa e allo stesso tempo ingenua come quel tempo d’infanzia, avrebbero formato il menabò del primo numero della mia fanzine “Hai mai notato la forma delle mele?”
Il foglio bianco, un A4 che nei miei ricordi appare ingiallito ma evidentemente è il mio cervello che scherza con il filtro della modalità “pellicola”, è impiastricciato di colla che spunta da sotto i ritagli. C’è una cura indescrivibile nel mettere tutte le immagini tagliate – con le forbici, con la mano più ferma possibile di una bambina di otto anni – dritte e parallele; e fino ai miei primi fumetti pubblicati, prima di tante altre esperienze ed eventi, quell’A4 veniva considerato dalla me stessa cresciuta ancora «il mio capolavoro».

È una mattina fredda; ricordo il sole sbiadito che filtra dalle finestre del corridoio e del piano che dà sulle scale durante la ricreazione, il mio grembiule rosa, la mia pelle chiara, il freddo che sento in quelle stanze.
Frequento la scuola elementare delle suore, la Maria Bambina, che dicono essere una delle migliori in città, e le insegnanti sono tutte suore: prima di avere un’insegnante che non sia una suora devo aspettare il ginnasio.
Non ricordo bene cosa succede – sicuramente confusione, grida, qualcosa che va oltre la pazienza delle suore: forse ci richiamano, le bambine e i bambini non ascoltano. Io so solo che in quella confusione sto mostrando a qualcuno «il mio capolavoro». Una suora, di cui ricordo perfettamente il volto ma di cui ho voluto dimenticare il nome, mi sequestra il foglio. Non ritengo di avere colpe, ma essendo una bambina che ubbidisce, per la quiete di tutta la classe, per il bene comune della comunità di cui faccio parte – l’essere una bambina degli anni ottanta – glielo consegno. Forte della mia obbedienza e del non avere colpe, calmate le acque, torno dalla suora e le dico proprio così: «Signora suora, ora è tutto calmo e lei ha dovuto fare un gesto estremo di rimprovero e sequestrare il mio foglio; visto che mi sono sacrificata come capro espiatorio, secondo l’educazione cattolica che qui dentro ci insegnate, posso riavere il mio foglio?» Naturalmente non l’ho detta così, non almeno strutturata così, ma la faccenda del sacrificio per il bene comune e il capro espiatorio – con le parole di un’ottenne, sì, quelle gliele ho dette.
Il suo «No» secco, diretto, cattivo, beffardo direi oggi, anche se la mia memoria ha registrato altro: qualcosa che non avevo mai vissuto se non nell’età adulta, quando i comportamenti e i sentimenti hanno iniziato ad avere le parole giuste per essere definiti. Quello che la mia memoria ha registrato ha la sua definizione più corretta in un termine tedesco, Schadenfreude, che in italiano può assomigliare molto a goduria, compiacimento dell’infelicità altrui. Fu un abuso di potere, e fu consapevole.
Nella grande istituzione della chiesa, nella grande casa del Signore dove insegnano che la carità, la fede, il sacrificio e il senso di colpa sono le basi di un’anima retta e degna – illusione che cesserà del tutto, smettendo di credere in Dio, dopo la morte di mio nonno – la me stessa ottenne prova, per la prima volta nella sua vita, del sentimento della malizia, e lo pensa pure. Pensa: la suora non me lo vuole ridare perché è fatto troppo bene e lo vuole dare, magari, chissà, a un suo nipote.
In una mattina fredda in una Rimini impermeabile ai cambiamenti e ancora tondelliana, quello è l’ultimo ricordo de «il mio capolavoro».


Il primo fu Willie, World Cup Willie, il leoncino simbolo di Inghilterra 1966 che indossa un completo da calcio e sulla maglia è stampata la bandiera della Gran Bretagna. Willie è anche il protagonista della colonna sonora di quel Mondiale, interpretata da Lonnie Donegan, che viene citato e dedicato alla mascotte stessa in uno dei versi di “World Cup Willie”.
Quel primo Mondiale dell’epoca moderna è un Mondiale come un altro a livello di favori alle squadre che devono vincere: capitò con la Germania nel Mondiale di Svezia 1954 contro l’Ungheria di Puskas, in finale, quando i tedeschi si doparono e vinsero – vittoria che venne comunque sostenuta dalle istituzioni calcistiche e dal mondo sociale, perché la Germania aveva bisogno di una riabilitazione dieci anni dopo l’incubo nazista. E il calcio è sempre stato il vettore più sorprendente nel giustificare criminali di guerra, regimi dittatoriali, paesi che si professano sostenitori dei diritti senza esserlo, nazioni dove il potere è l’unica cosa che conta.
Il gol fantasma dell’Inghilterra nella finale contro la Germania è forse il più famoso della storia del calcio. Mistero risolto solo nel 2016, quando Sky Sport analizzò la finale mondiale del 1966 con le tecnologie moderne e l’Hawk-Eye, e non ci furono più dubbi: il tiro di Geoff Hurst, dopo aver sbattuto contro la traversa, superò effettivamente la linea.


Il 1970 è l’anno di Italia-Germania 4-3.
Italia-Germania è la partita che permette ai migranti italiani andati in Germania a cercare fortuna di esultare per la prima volta orgogliosi di essere italiani, perché non solo per i tedeschi gli italiani erano ancora i sottoposti, prima alleati e poi nemici nella Seconda Guerra Mondiale – non solo gli italiani erano i fascisti disgraziati e contadini che loro vedevano, aspetto peraltro vero ma dovuto al loro ego e alla loro superiorità sproporzionata –, ma erano anche, ancora, un paese che nonostante il boom economico rimaneva indietro, continuava a essere contadino e l’analfabetismo era ancora imperante. Questi contadini, per la prima volta, con una Nazionale operaia e di pochi divi, Gianni Rivera a parte, con una grinta metodica e senza arrendersi mai, combattevano una partita rispondendo gol su gol, per poi vincere clamorosamente e meritatamente.
È l’anno della terza Coppa Rimet che, nonostante quell’Italia arrivata in finale, conquisterà il Brasile di Pelè.
Ma è anche l’anno nel quale il pallone ufficiale viene studiato appositamente per la televisione in bianco e nero: vengono scelti gli esagoni bianchi e neri per permettere ai telespettatori che vedono un campo grigio di riconoscere facilmente il pallone.
Nel 1970 la mascotte ha le fattezze di un ragazzo, un messicano con tanto di sombrero. Juanito inaugura il filone delle mascotte con sembianze umane che ritroveremo nelle successive due edizioni: per Germania Ovest 1974 e per Argentina 1978.


Tip e Tap di Germania 1974 indossano il completo da calcio della nazionale tedesca: su una maglia compaiono le lettere “WM” che stanno per Weltmeisterschaft, Campionato del Mondo, e sull’altra il numero 74, anno del Mondiale.
Sono gli anni del grande Ajax di Johann Cruijff, del calcio totale olandese, dell’Italia delle riforme sull’aborto e sul divorzio, dell’Italia le cui frange neofasciste creano le più grandi stragi subite dopo la Seconda Guerra Mondiale fino a quel momento, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia – la strage del treno Italicus sarà meno di un mese dopo la finale mondiale tra Germania Ovest e Olanda –, dei jeans a zampa di elefante e le punte delle camicie allungate.
Io, nel frattempo, il 10 dicembre 1974, vengo concepita.


Gauchito indossa la divisa della nazionale argentina e tre accessori tipici del gaucho: il cappello, il fazzoletto al collo e una frusta, e un pallone sotto la suola.
Siamo nell’Argentina della dittatura del Generale Jorge Videla che con un colpo di stato nel 1976 prende il potere e da subito fa sparire tutte e tutti coloro che dissentono con il regime.
Le sparizioni saranno sempre mascherate impeccabilmente – errore che, per esempio, un altro generale, Augusto Pinochet, nel Cile del 1973 non sarà sempre in grado di fare altrettanto. Videla impara, e presto: il dissenso va fatto tacere e, soprattutto, estirpato.
Ma qualcosa filtra, qualcosa si sa: Gianni Minà viene allontanato e gli viene gentilmente chiesto – dunque ordinato – di non fare domande, che se vuole fare il giornalista vada a parlare di calcio. Perché a questo serve il Mondiale in Argentina nel 1978: a mostrare al mondo che il paese sudamericano è un paese libero, democratico, amico degli Stati Uniti che ne tutelano, che aiutano, che sostengono i diritti di tutte e di tutti.
Io ho 3 anni e di quel Mondiale non ho assolutamente memoria.
Ho solo memoria di ciò che quel Mondiale ha lasciato: certo, non solo ancora oggi le macerie di una dittatura, ma anche una piccola, sferica, rivoluzione.
È il Mondiale dell’esordio del pallone “Tango”, il pallone dell’infanzia, il pallone con cui ancora oggi giocano tutte le bambine e tutti i bambini del mondo.


Con Spagna 1982 debutta una mascotte che appartiene al regno vegetale. È Naranjito, una piccola arancia che indossa la divisa della nazionale spagnola e abbraccia un pallone da calcio.
Io ho 7 anni e ho la febbre.
Ricordo le urla di gioia dei miei genitori, le sigarette lunghe tra le dita affusolate e curatissime di mia madre, il sorriso del babbo, giovane, spensierato, felice, per tutto, non solo per quella notte azzurra.
È il Mondiale del tricolore per le strade, usato fino a quel momento solo dai fascisti; è il Mondiale del ritorno pacifico nelle piazze e nelle strade che fino a poco prima erano luoghi di sparatorie; è il Mondiale di un popolo che nella maglia azzurra, nei gol di Pablito Rossi, nell’urlo di Marco Tardelli, nell’esultanza del Presidente partigiano della Repubblica Sandro Pertini e della sua pipa in mano mentre dice «Non ci riprendono più», è unito, è insieme, è felice come non lo era dal 25 aprile 1945.


Nel 1986 i Mondiali tornano in Messico e questa volta viene scelta come mascotte Pique, un peperoncino, ingrediente tipico della cucina messicana. Pur trattandosi di un elemento del regno vegetale, Pique ha un bel paio di baffi neri e indossa il sombrero, appoggia il braccio piegato a gomito su un pallone che è grande quanto il suo corpo, e sorride.
È il Mondiale della “mano de Dios” di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra; è il Mondiale dell’Argentina che in quella partita contro gli inglesi ci mette tutto il fuoco per la guerra delle Malvinas (le Falkland per gli inglesi); è il Mondiale della maglia verde della Germania; è il Mondiale dell’addio di Enzo Bearzot alla Nazionale e del nuovo corso del calcio azzurro.
È Sting, ex frontman dei Police, che nella primavera del 1986 canta forse l’ultima canzone che parla in termini preoccupati della Guerra Fredda e della connessa minaccia nucleare che aleggia da tempo sulla Cortina di Ferro che divide il mondo capitalistico occidentale da quello comunista guidato dall’Unione Sovietica. Da tempo i capi delle due grandi superpotenze, Ronald Reagan per gli Stati Uniti e Mikhail Gorbachev per l’URSS, stanno portando avanti le trattative per il disarmo che porteranno, di lì a tre anni, al crollo del muro di Berlino e alla caduta del sistema sovietico. E, a proposito di minaccia nucleare, è dell’aprile del 1986 il grave incidente che coinvolse la centrale di Chernobyl, che comportò la contaminazione dei territori circostanti la città ucraina e il levarsi di una nube radioattiva che volò verso l’Europa.
Quando arriverà Italia ’90, la Germania non giocherà più come Germania Ovest o Germania Est, ma solo come un’unica grande Germania.


È un’assoluta novità, invece, la mascotte di Italia ’90.
Per la quattordicesima edizione del Mondiale viene scelta, per la prima volta, una figura stilizzata realizzata dal pubblicitario Lucio Boscardin.
In una rosa di cinque – Amico, Beniamino, Bimbo, Ciao, Dribbly –, gli scommettitori del Totocalcio scelsero “Ciao”, una figura stilizzata di calciatore, composta da cubi di colore verde, bianco e rosso, che abbozza un palleggio. Il nome della mascotte richiama il saluto italiano conosciuto in tutto il mondo.
Un mondo in pace: il muro di Berlino è crollato, il PCI si scioglie e di lì a poco Tangentopoli stravolgerà tutta Italia, insieme alle ultime grandi stragi di mafia nelle quali salteranno in aria i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte; mentre noi all’orizzonte abbiamo il tormentone su chi ha ucciso Laura Palmer, e Dylan McKay di Beverly Hills 90210 sconvolgerà i nostri adolescenti ormoni.
Sono le Notti magiche, sono le notti di un Paese felice e in pieno benessere, sono le notti della consacrazione di Roberto Baggio, sempre snobbato dalla Nazionale fino a quel Mondiale; sono le notti degli occhi sgranati di Salvatore Totò Schillaci; sono le notti nelle quali ho 15 anni; sono le notti del compimento della Nazionale di Azeglio Vicini, le cui potenzialità si erano viste nell’Europeo del 1988, cambiando tutto, lasciando a casa i senatori e prendendo il blocco dell’Under 21: Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Roberto Donadoni, Giancarlo Giannini, Walter Zenga, tra gli altri.
Sono le notti nelle quali, a Napoli, l’amato Maradona e la sua Argentina mandano a casa gli azzurri ai rigori.
Sulla Strada Provinciale 2 che porta a Sirolo e a Numana, in provincia di Ancona, su una curva un agglomerato di edifici composto da un distributore di benzina, un pub pizzeria, un bar, un’autofficina, un rent e-bike tra gli altri, della mascotte Ciao ne rimane un esemplare gigante: è lì dal 1990.


Si torna agli animali con Striker, il cane simbolo di USA 1994, prima edizione del Mondiale negli Stati Uniti. Striker, che in inglese vuol dire attaccante, è forse la mascotte meno conosciuta di tutte le edizioni del Mondiale, disconosciuta dai suoi stessi creatori al punto che non partecipa nemmeno alla cerimonia d’apertura.
Fa un caldo impietoso negli Stati Uniti; le partite, per permettere ai paesi europei di vedere le gare in orari accettabili, vengono giocate in forni a cielo aperto. L’Italia è allenata da Arrigo Sacchi che, dopo aver portato in cima al mondo il Milan berlusconiano degli Invincibili, accetta il posto di C.T. per una clausola che prevede il non allenare nessuna squadra in Italia. Sacchi da subito riceve critiche: nelle convocazioni sceglie Roberto Mussi, un calciatore di gran cuore e gregario affidabile ma decisamente non un campione, perché, spiega Sacchi, il tempo per prepararsi è poco e Mussi, allenandolo fin dai tempi del Parma, conosce a memoria tutto ciò che deve fare nel suo assetto di gioco. Mentre il “Guerin Sportivo” sforna una serie di copertine iconiche, il suicidio di Agostino Di Bartolomei nel maggio del 1994 passa abbastanza in silenzio – qualche trafiletto all’interno, un editoriale, nulla che potesse far rendere conto di quella tragedia –, tutti impegnati nell’attesa e nell’aspettativa del Mondiale americano. E di una vittoria che inizia a mancare da troppo.
Perdiamo di nuovo ai rigori contro il Brasile. All’ultimo tiro la responsabilità se la prende quel grandissimo campione che era Roberto Baggio. Scriverà Tommaso Labate nel suo I rassegnati paragonando quel rigore alla generazione dei nati a metà anni ’70, la mia, quella che per Mario Monti è “sacrificabile” – paragonandola alla sostituzione di Baggio contro la Norvegia – come una generazione brava ma sostituita. E del rigore scriverà, in piena analogia con la nostra generazione: tirato bene, ma alto.


Footix è un galletto blu che richiama i colori del paese ospitante. Il suo nome è la combinazione delle parole football e Astérix, ed è sempre un animale la mascotte scelta per Francia 1998.
Nel 1995 esce il capolavoro L’odio di Mathieu Kassovitz: per la prima volta il mondo delle banlieue viene alla luce ed evidenzia come la politica del ghetto per i migranti sia una soluzione che non permette una piena integrazione. La Francia che scende in campo, nella sua stella di seconda generazione algerina, Zinedine Zidane, è lo specchio di quella società. La nazionale transalpina è uno zibaldone di etnie e culture, è il trionfo – gridano i giornali dell’epoca – della multiculturalità e delle potenzialità che una buona integrazione crea nel paese ospitante. Non possono sapere, i francesi, che nel 2015, dalla strage alla redazione di Charlie Hebdo a quella della discoteca Bataclan, quel modello sarà definitivamente fallito.
In quel Mondiale francese però accade anche un’altra cosa: è il Mondiale della prima Croazia post guerra nei Balcani, una guerra fratricida che in Bosnia, a Srebrenica, ha posto le basi di quello che oggi vediamo a Gaza, una ferita ancora aperta in un’Europa che non si è mai più ripresa da allora, profetica nelle ultime parole di Alexander Langer: «L’Europa muore o rinasce a Sarajevo».
Non siamo rinati. E nemmeno l’Italia, fuori di nuovo ai rigori, con un super Roberto Baggio nella staffetta con Alessandro Del Piero non recuperato dall’infortunio – che non poteva non essere convocato –, con la Francia campione.


Per l’edizione 2002, quella in Giappone e Corea del Sud, la mascotte si fa addirittura in tre. Sono Nik, Kaz e Ato, tre personaggi elaborati al computer. Ato, quello arancione, è l’allenatore di una squadra di Atmoball; Nik e Kaz sono due giocatori. I nomi di questo singolare terzetto sono stati scelti dai clienti McDonald’s dei due paesi asiatici.
C’è ancora Joseph Blatter come capo della FIFA, degno erede di quell’altro politico del calcio, Joao Havelange, a scrutare i nuovi mercati e i nuovi assetti geopolitici.
All’inizio degli anni 2000, scampati alla SARS – prima ipotetica pandemia globale, rimasta entro i confini asiatici perché all’epoca viaggiare era lusso per pochi –, l’Asia era the new best thing. Soldi, tanti soldi e tanti investimenti: fu un baratto, l’ennesimo, da parte della FIFA.
La Nazionale è allenata da Giovanni Trapattoni, in una scandalosa partita venduta nella quale l’arbitro Byron Moreno, comprato anch’esso, espelle Francesco Totti. La Nazionale è probabilmente ancora più forte di quella allenata da Dino Zoff che nel 2000 arriva in finale contro la Francia in un Europeo clamoroso: sono gli anni degli esperimenti, del golden gol e del silver gol, partite che finiscono non appena una squadra segna, uno shock improvviso e durissimo. Anche quella Nazionale è forte, ma, ancora una volta, usciamo anzitempo dalla competizione mondiale.


Nel 2006 il Mondiale torna in Europa e anche per la mascotte assistiamo al ritorno di un animale come simbolo del torneo. Si chiama Goleo 06, è un leone, indossa la divisa della Nazionale tedesca ed è accompagnato da Pille, un pallone parlante. Goleo è l’unione di Gol e leo, che sta per leone, mentre Pille è un termine popolare tedesco per indicare il pallone. Dopo il leone Willie di Inghilterra ’66, Goleo è il secondo felino scelto come mascotte dalla FIFA – e, onestamente, una delle più brutte mai realizzate.
Il toscanaccio Marcello Lippi, canuto e sigaro in bocca, riunisce il meglio della generazione italiana dell’epoca: una gran bella Nazionale, un’altra gran bella Nazionale.
Il «Popopopopo» sulla base della canzone Seven Nation Army dei White Stripes e il primo Mondiale commentato da Sky Sport nelle telecronache storiche di Fabio Caressa e Beppe Bergomi lasceranno memorie indelebili: la prima viene ancora cantata negli stadi; la seconda, nella sua frase più celebre «Chiudiamo le valigie, Beppe! Andiamo a Berlino!», è diventata un modo di dire che dura nel tempo.
“Calciopoli” era appena iniziata e di lì a poco la Juventus sarebbe stata punita con la retrocessione in Serie B. Diversi giocatori bianconeri giocheranno e vinceranno quella finale dei Mondiali: alcuni di loro, Gianluigi Buffon e Alessandro Del Piero, seguiranno la squadra anche in Serie B. Dalla B, invece, veniva Fabio Grosso, un terzino che in quel 2006 arrivò a una condizione fisica straordinaria e segnò il rigore vincente contro la Francia dello Zidane espulso per la testata a Materazzi.


Zakumi è un leopardo dai capelli verdi; il suo nome deriva da ZA, l’abbreviazione internazionale del Sudafrica, e kumi, una parola che significa dieci in diverse lingue africane. È la mascotte di Sudafrica 2010.
Shakira canta Waka Waka che le radio passano continuamente. Dopo Notti magiche di Edoardo Bennato e Gianna Nannini per Italia ’90 e La Copa de la Vida di Ricky Martin per Francia 1998, è, nell’epoca moderna, il primo grande successo che travalica i confini della bolla del calcio.
Sono gli anni della Spagna che vince tutto: nel 2010 quella generazione che arriverà a vincere 2 Europei e 1 Mondiale è al culmine della sua storia. Vincerà ancora nel 2012 il suo terzo Europeo e nel 2024 il suo quarto; rimarrà all’apice per anni impartendo grande calcio e fantasia, ma non tornerà più allo strapotere di quella stagione.
Gli azzurri escono nei gironi in un gruppo che aveva Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda come avversarie.


Di Brasile 2014 ricordiamo ancora il tonfo della Nazionale brasiliana travolta dalla Germania, che rifila ai verdeoro un 7-1 che ancora echeggia. Fuleco è un armadillo a tre bande con un guscio blu, una razza endemica del nordest brasiliano; il nome della mascotte nasce dall’unione dei termini “futebol” ed “ecologia”.
Ci avviciniamo alla COP di Parigi 2015, degli accordi climatici che dieci anni fa dettarono una linea netta e precisa nella battaglia al cambiamento climatico, con la stragrande maggioranza dei paesi che decisero di impegnarsi nell’invertire la rotta; il Brasile, con lo sterminio della sua foresta amazzonica, polmone essenziale del pianeta, era attenzionato agli occhi del mondo.
Il declino della Nazionale italiana è un’agonia che non inizia certo nel 2014: si esce nel girone con Costa Rica, Uruguay e Inghilterra; è il Mondiale del morso di Luis Suarez a Giorgio Chiellini, e una ricerca di Stanford, nei mesi successivi, dirà che ci sono più probabilità di ricevere un morso da Suarez che da uno squalo.


Zabivaka è un lupo realizzato dalla designer Ekaterina Bocharova; il suo nome significa letteralmente in russo “colui che segna”. Oltre al completo con i colori della bandiera del paese ospitante, indossa anche degli occhiali sportivi. Sono gli anni della legittimazione della Russia di Putin: dopo le Olimpiadi invernali di Sochi nel 2014 arriva il Mondiale del 2018. Presumibile pensare che gli occhiali azzurrini siano un omaggio al successo della competizione invernale.
Vince la Francia, una bella Francia, contro una Croazia pazzesca.
C’è un detto: umirati u lepoti, letteralmente «morire nella bellezza», descrive l’approccio estetico e spesso suicida del calcio jugoslavo, che prediligeva lo spettacolo e la tecnica raffinata al risultato pratico. Questa filosofia, unita a un talento cristallino, ha portato la nazionale e i club a un gioco spettacolare ma raramente vincente. Poi c’è stata la guerra; ma se in quella prima Croazia del Mondiale del 1998 c’era tutto l’orgoglio croato di rinascere dalle macerie, nella Croazia del 2018 si percepisce ancora quel fascino del calcio jugoslavo di quando la Jugoslavia era unita, destinato a rimanere sospeso nel tempo, immanente, immutabile, immobile in un limbo tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto divenire, morendo lentamente nella sua immensa bellezza.
L’Italia in Russia non partecipa: esce agli spareggi contro la Svezia. E dal 2018 non parteciperà più a un Mondiale, anche in questo 2026 nel quale queste righe vengono scritte.


Nel 2022 la sempre corrotta FIFA sposta il Mondiale in Qatar.
I tempi cambiano, i social assumono sempre più importanza nella vita delle persone, crollano nascite e lettori; nei cento anni della marcia su Roma viene eletto il primo governo di estrema destra della nostra storia antifascista e repubblicana dopo il ventennio fascista; il popolo ha iniziato a tornare in piazza a manifestare e le sensibilità varie – per il cambiamento climatico, per le ingiustizie, per le diseguaglianze, per la guerra in Ucraina – esplodono.
I centri sociali propongono il boicottaggio di Qatar 2022, primo e finora unico Mondiale della storia a essere giocato in novembre, a causa delle temperature insopportabili dell’estate del paese arabo; e mentre il giornalismo inizia a piegarsi alla propaganda di governo, chi continua a farlo bene, il mestiere di giornalista, denuncia la schiavitù nel costruire in tempo gli stadi e gli impianti.
Sono cambiati anche i palloni: mandato in pensione il Tango, nelle sue versioni Etrusco di Italia ’90, Questra di USA ’94 e Tricolore di Francia 1998, il nuovo millennio parte con il pallone Fevernova di Giappone e Corea del Sud 2002, passando per la tecnologia dello Jabulani di Sudafrica 2010, criticatissimo per la poca tenuta nei tiri da lontano, fino al moderno Trionda 2026 che presenta motivi dinamici con i colori dei tre paesi ospitanti – Stati Uniti, Canada e Messico –, prevalentemente bianco con rosso, verde e blu, con l’iconica ola, uno spettacolo che ha fatto la sua comparsa per la prima volta negli stadi del continente americano, che ispira il design fluido.
La mascotte di Qatar 2022 si chiama La’eeb e somiglia a una classica kefiah bianca; nel suo nome c’è il significato di “giocatore super abile”.
Vince l’Argentina e finalmente Messi vince il suo Mondiale. In novembre però il mondo non si ferma come d’estate: ci sono meno vacanze, ci sono meno locali aperti, inizia a fare freddo e si esce meno, escono libri e fumetti nuovi, il calendario ha altri eventi, e anche io preferisco altro che appassirmi davanti a un Mondiale a novembre che non è piaciuto a nessuno, a parte gli argentini.


Canada, Messico e Stati Uniti 2026 tornano al mondo animale dopo La’eeb e come mascotte hanno rispettivamente Maple, un alce canadese antropomorfo che appare in rosso e rappresenta creatività e resilienza – è un portiere e trae ispirazione dalla foglia d’acero, simbolo nazionale del Canada –; Zayu, un giaguaro messicano antropomorfo che indossa il verde tradizionale e funge da attaccante, ispirato dall’importanza dell’animale per le antiche civiltà, che simboleggia la forza, l’agilità e l’orgoglio culturale; e Clutch, un’aquila calva americana antropomorfa che indossa l’uniforme blu della squadra americana e simboleggia il coraggio, la leadership e l’unità, agendo da centrocampista.
Il Mondiale 2026, pur non essendo ancora iniziato, presenta criticità notevoli per un evento sportivo.
Il Pride match, per esempio, è Iran-Egitto.
Il comitato organizzatore locale Seattle Fwc26 aveva deciso già da diversi mesi – e ben prima del sorteggio – che proprio la partita del 26 giugno sarebbe stata il Pride match, vale a dire l’incontro designato per celebrare l’inclusività e la comunità LGBTQIA+, il fulcro calcistico di una serie di eventi artistici, comunicativi e culturali inseriti nel contesto del Pride Weekend che si svolgerà esattamente quel fine settimana, nella data più vicina all’anniversario dei moti di Stonewall – gli scontri con la polizia del 27 e 28 giugno 1969 che, per la comunità LGBTQIA+ statunitense, rappresentano un momento decisivo per la nascita del movimento.
Ma Iran ed Egitto sono paesi che non riconoscono i diritti delle persone LGBTQIA+. Se in Egitto non esiste una legge che consideri reato le relazioni omosessuali, le norme puniscono «pubblica indecenza» e «incitazione alla dissolutezza» – definizioni ombrello, volutamente poco chiare, all’interno delle quali possono essere ricondotti diversi atti contro la morale –, in Iran, invece, l’omosessualità è dichiaratamente illegale ed è punibile, in alcuni casi, anche con la pena di morte.
E poi c’è la faccenda del Premio FIFA per la Pace al sociopatico Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, consegnatogli dal Presidente della FIFA Gianni Infantino, che sta riuscendo nel non invidiabile risultato di venire, un giorno, ricordato peggio di Havelange e Blatter messi insieme.


Come ogni estate, ci faremo affascinare da qualcosa che vedremo al Mondiale, da qualcosa che ci ricorda edizioni passate, da qualcosa che ci fa tornare all’infanzia, magari alle notti magiche anche senza Italia.
Come ogni estate, penseremo che abbiamo quattro anni in più nelle pieghe del tempo sul nostro volto, perché come scrive Federico Buffa nel suo Storie Mondiali: «i Mondiali hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno quelli di chi verrà dopo».
Anche quando noi non ci saremo più.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)