Fantastici quei 4, sessant’anni fa: Tre istanze di tossicità e una ragazza invisibile

Paolo Interdonato | Pantomime del Calisota |

Sono passati esattamente sessant’anni da “LinusEstate”. Nel giugno 1966, la rivista “Linus” – nata poco più di un anno prima, nell’aprile 1965 – pubblica il primo dei suoi supplementi in un formato che poi diventerà quello definitivo. Qualche mese prima, in ottobre e novembre dell’anno precedente, erano usciti “Li’l Abner e i Kigmi” e “Jeff Hawke contro il dominatore”, ma erano due fascicoli spillati sottili, con anche meno pagine del mensile da cui avevano avuto origine. “LinusEstate” era un albo corposo, consistente, il cui dorso quadro poteva essere esposto di costa, con orgoglio, addirittura in libreria. Un albo fitto di cose interessanti che permettevano di affrontare la calura in arrivo.

Al mare poco dopo il Pleistocene

A un decennio dal Miracolo, la villeggiatura estiva è diventata, per gli italiani, un’abitudine. Un po’ come la speranza per Luigi Tenco che, negli stessi giorni, cantava Un giorno dopo l’altro.

Durante il periodo estivo, le città si svuotano e le spiagge si affollano, e il nuovo assetto sociale prevede riti diversi: ci sono, per esempio, 20.000 altari, dedicati a un nuovo culto, distribuiti lungo tutta la penisola. Sono in quasi tutti i bar e perfino in qualche libreria (in quelle di Giangiacomo Feltrinelli, per esempio). Hanno una fessura in cui si può infilare una moneta (e quel gesto, a detta di Edgar Morin, mica può farti schifo se, poi, ti interessa capire come vivono, pensano e amano i tuoi contemporanei). Dopo l’introduzione della moneta, si schiacciano un paio di bottoni (di solito, uno con una lettera e l’altro con un numero) e, dopo la precisa specifica di coordinate come quando si gioca alla Battaglia Navale, si attiva un meccanismo magico che fa scivolare un disco di plastica su un piatto. Quello inizia a girare – alla velocità di circa 45 giri al minuto – e la puntina, collocata su una testina mobile, si infila esattamente nel solco sottile che attraversa l’intero disco, percorrendo una spirale fino al centro. A quel punto, parte una meravigliosa canzonetta dell’estate. Esattamente quella scelta specificando le coordinate con i due bottoni.

Ah… sessant’anni fa la tecnologia era quasi magica: prevedeva la compresenza di meccanica, elettricità e intenzioni umane, per garantire suoni sporchi, destinati a deteriorarsi con il tempo, al ritmo, ancora analogico, dell’uomo e delle stagioni. Pure i nomi che gli umani davano a quei dispositivi erano sordidi, misterici, emozionanti: questo, che era in tutti i bar vicino alle spiagge, per esempio, si chiamava juke-box.

Nel 1966, le canzoni italiane per l’estate, quelle che stanno sui dischi con cui si riempiono i juke-box, vengono tutte da due manifestazioni canore: “Cantagiro”, che è nata nel 1962 e insegue le tappe del “Giro d’Italia”, e “Festivalbar”, che esiste dal 1964 per celebrare proprio le canzoni più suonate nei juke-box.

Nei giorni in cui compare in edicola “LinusEstate”, le canzoni più ascoltate sono Perdono di Caterina Caselli, che vincerà il “Festivalbar”, Riderà di Little Tony, Notte di Ferragosto di Gianni Morandi, Io ho in mente te dell’Equipe 84, Tema dei Giganti e perfino Che colpa abbiamo noi dei Rokes.

Se non fosse per i Rokes, che brandiscono la loro diversità come se fosse una qualità distintiva e non un sistema penalizzante per il quale essere disprezzati e colpevolizzati, quella del 1966 sarebbe un’estate dominata da canzoni che dicono di storie d’amore sfortunate e, soprattutto, di tradimenti. Dopo un ventennio fascista, una guerra mostruosa, un decennio di ricostruzione e uno di speranza, mentre le vacanze celebrano il rito del disincanto, indotto da contingenza e recessione, e in attesa inconsapevole dell’arrivo della crisi mediorientale, le carni poco vestite che si muovono gioiose e salate – di salsedine o sudore – sulle spiagge o in città spingono ad abbandonare abitudini austere e ad abbracciare una speranza di cambiamento e felicità. Una speranza tangibile e materica, con consistenza epidermica diversa da quella della persona che si è sposata e con cui si è costruito un nucleo familiare. Una speranza abitudinaria, insomma.

Non può stupire, quindi, che anche la redazione di “Linus” inviti i propri lettori a una scappatella dall’abitudine consolidata della rivista che, con grande precisione da oltre un anno, si presenta tutti i mesi in edicola. E, allora, arriva il supplemento: “LinusEstate” ha la grafica della testata madre, quella ideata da Salvatore Gregorietti, e, per non destabilizzare troppo i lettori, presenta in copertina Charlie Brown, su sfondo arancione, che corre, a torso nudo e in costume verso un tuffo e, forse, verso nuovi amori.

Verso nuovi amori, appunto

Nelle sue 84 pagine, “LinusEstate” accumula narrazioni e suggestioni, accostando nomi noti ad altri inattesi. Nell’editoriale, la redazione spiega le ragioni di questa edizione speciale: «Innanzi tutto il “Linus” normale non bastava più ai lettori affezionati, e poi l’estate è la stagione dei lunghi ozi, delle sieste, del melone, dei fichi e delle letture facili, ma piacevoli, e anche moderatamente intelligenti».

Intelligenza moderata, lunghi ozi, sieste, fichi, meloni e, soprattutto, letture facili e piacevoli.

L’albo contiene due fumettisti cui i lettori di “Linus” sono abituati: Charles M. Schulz e Al Capp. Le pagine domenicali di Peanuts sono inevitabili, e anche le strisce di Li’l Abner. Ma la vera stranezza è che l’episodio di Capp scelto non parla dell’allegra comunità dei redneck di Dogpatch, ma è un’avventura di Fearless Fosdick, un fumetto poliziesco, parodia di Dick Tracy, amatissimo dal giovane Abner perché è «l’ideale di tutti noialtri fioli americani 100 per 100 senza ‘cezioni».

Poi ci sono tre strisce inglesi. Due inutili: il marginalissimo Fred Basset di Alex Graham e un’altra dedicata ai campionati del mondo di calcio del 1934 e del 1938 (vinti entrambi dalla nazionale italiana). Della terza, invece, dovremmo parlare a lungo (ma lo facciamo un’altra volta): Bristow di Frank Dickens, che è stata pubblicata per 51 anni, e in oltre 10.000 strisce, sui quotidiani inglesi dal 18 settembre 1961 al 2012.

Poi, finalmente, in quel fascicolo, ci sono le cose strane e stranissime: giochi, racconti e fumetti inattesi.

Innanzitutto, c’è un giocattolo di carta, da colorare, ritagliare e incollare. Uno di quegli oggetti molto amati da Giovanni Gandini, inventore di “Linus”, grande cazzeggiatore e straordinario collezionista di sciocchezze inutili e divertentissime. È il Sopwith Camel, aereo biplano monoposto da caccia, di produzione inglese, usato durante la Prima guerra mondiale. Quel velivolo è già noto ai lettori di Peanuts perché è l’aereo che Snoopy sogna di pilotare nei suoi scontri con il Barone Rosso.

Poi, c’è un racconto: Archivia e dimentica, di James Thurber. Thurber, collaboratore molto attivo di “The New Yorker”, è un personaggio di cui avremmo potuto parlare a lungo il mese scorso – quello che (Quasi) ha dedicato alle “Storie per l’occhio” –, affiancandolo a Rodolphe Töpffer. Lo stile di disegno di Thurber, sintetico ed essenziale, quasi infantile, è dovuto a un suo grave handicap: da bambino, cercando di ripetere le imprese di Guglielmo Tell con il fratello, ha perso un occhio e ne ha guadagnato una degenerazione della vista che lo ha portato alla cecità quasi totale. Eppure è un disegnatore e un narratore straordinario.

A completare la composizione di “LinusEstate”, ci sono due fumetti che raccontano benissimo le ragioni dello sconfinamento dai bordi del mensile regolare.

Il primo è Romeo Brown, scritto da Peter O’Donnell e disegnato da Jim Holdaway. È un fumetto inglese sciocchissimo che racconta le vicende di un investigatore privato, ingaggiato solo da donne bellissime. Credo che nessuno sia in grado di ricordare una sola delle storie di Romeo Brown. Anche perché lo sviluppo del fumetto è tutto costruito intorno alle occasioni che inducono le clienti dell’investigatore a denudarsi e a mostrare corpi perfettamente in linea con l’idea erotica del tempo. Un fumetto sicuramente facile e piacevole che rinuncia con gioia a essere moderatamente intelligente. E ai lettori di “Linus” (e pure a me, lo confesso) va bene così.

Il secondo è quello di cui avrei dovuto parlarti fin dall’inizio, se fossi stato diligente e avessi assecondato, fin dal principio, il tema del mese.

Fantastici quei quattro!

All’inizio degli anni Sessanta, Marvel Comics, casa editrice statunitense di albi a fumetti, sta cercano di ricollocare la propria offerta in un mercato trasformato dal Comics code, il codice censorio che l’industria si è autoimposta. Il comic book, l’albo a fumetti statunitense, ha un formato e un prezzo codificati nelle abitudini di consumo dei giovani americani: 32 pagine a colori, stampate su carta da quotidiano (newsprint), copertinate con carta lucida leggera, spillate con due punti metallici e vendute, rigorosamente, a dieci centesimi di dollaro. Il Comics code, in vigore dal 1954, con il lungo elenco di divieti volti a minimizzare la seduzione al crimine di animi innocenti, contribuisce a standardizzare anche i contenuti degli albi.

Insomma: il bene vince sempre, i criminali devono essere puniti, non c’è spazio per l’erotismo, niente mostri, orrore e paura. Una noia mostruosa che ha trasformato il fumetto d’avventura americano in un pantheon di eroi in costume costretti a rivivere sempre lo stesso scontro incruento. Partendo da questi vincoli, lo sceneggiatore Stan Lee e alcuni disegnatori abilissimi definiscono un genere che riesce a dare una nuova spinta al fumetto di supereroi. Gli eroi con superpoteri della Marvel acquisiscono le loro capacità, perché colpiti da radiazioni, e devono convivere con questi doni meravigliosi che possono essere anche maledizioni terribili. I superpoteri, ricollocati in una dimensione domestica e familiare, devono coabitare con un grande senso civico e con un’enorme consapevolezza di quali siano i doveri del più forte, del più potente, nei confronti dei più deboli. Quello che apparentemente potrebbe sembrare solo il claim azzeccato da un copywriter in forma, «da grandi poteri derivano grandi responsabilità», è la spessa dorsale che innerva il nuovo fumetto Marvel. Nel 1961 nascono i Fantastici Quattro; nel 1962, Hulk, Spider-man, Thor e Ant-man; nel 1963, Iron man, Dottor Strange, X-Men e i Vendicatori; con il ritorno dai ghiacci di Capitan America, nel 1964, l’Olimpo supereroico della Marvel è solido e quasi completo.

Nel 1966, in Italia, di questa piccola rivoluzione non se n’è ancora accorto quasi nessuno. Su “LinusEstate”, a dimostrare l’attenzione alle novità della redazione, ci sono i primi episodi dei Fantastici Quattro di Stan Lee e Jack Kirby. Raccontano di una famiglia allargata, un gruppo di amici con relazioni particolari, che, investiti da raggi cosmici, acquisiscono capacità che mettono a nudo peculiarità individuali e nodi tematici della società del tempo: il noioso scienziato Reed Richards è anche il capofamiglia e, grazie alla capacità di estendere il proprio corpo ovunque, può riempire tutti gli ambienti, dando sicurezza con la sua presenza quasi ubiqua; la fidanzata e futura moglie di Reed è Sue Storm, una ragazza che vorrebbe emanciparsi ma è sempre al suo fianco; il fratello di Sue è il giovane Johnny Storm, impetuoso e istintivo, si infiamma per un nonnulla, non solo metaforicamente, diventando la torcia umana; il solido Ben Grimm, compagno di studi e grande amico di Reed, è una certezza, infatti diviene la Cosa, un uomo di pietra arancione, dotato di enorme forza e totale incapacità di integrarsi nella società, a causa del suo aspetto mostruoso.

La pubblicazione dei Fantastici Quattro su “LinusEstate” è poco più che occasionale, ma è là a raccontare la straordinaria sensibilità di un gruppo di amici, con le antenne tese a recepire tutte le novità, sia che provengano dalle pagine del “New Yorker”, rivolte a intellettuali raffinati e un po’ snob, sia che appaiano nei fascicoletti popolarissimi del fumetto seriale destinato agli adolescenti statunitensi.

Sì, ma ‘sti 4 sono davvero fantastici?

A guardarla con appena un po’ di attenzione, questa allegra e straordinaria famigliola, partita per lo spazio al solo scopo di arrivare sulla Luna prima che i terribili cosmonauti sovietici la tingano di rosso, è il concretarsi dell’idea di rapporto tra i generi – rigorosamente binari – che intride autori e pubblico di quel fumetto.

Ci sono tre maschi e ognuno di loro ha un potere che esprime appieno l’idea di virilità. E non sono mica semplici metafore, si tratta proprio di un sogno di mascolinità adolescenziale che esplode negli anni Sessanta e dai cui effluvi ancora stentiamo a liberarci. Mr. Fantastic, la Torcia umana e la Cosa non brandiscono simulacri della loro virilità (chessò, un martello o uno scudo): sono simboli fallici con tutto il loro corpo. Il primo si allunga a dismisura ed è in grado di raggiungere qualsiasi punto; il secondo si infiamma e diventa caldissimo, un ardore che può arrivare alla temperatura di una supernova; il terzo è molto grosso ed è duro come la pietra. Accidenti, Stan, ti sei dimenticato quello capace di spruzzare un liquido appiccicoso! (Come dici? Arriverà poco dopo?)

E, poi, a completare il quartetto, c’è una donna. Anzi, una ragazza. Anche lei ha un potere straordinario, il potere preferito da quei maschi: riesce a essere finalmente utile quando sparisce. Già.

A volte ci chiediamo perché, dopo il Miracolo, è arrivata un’infilata di generazioni – Boomer, X, Millenial – capace di esprimere il più tossico tra i rapporti di genere. La risposta è semplice: siamo stati educati così.

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