Bonvi e l’avventura: Dal pulp al paradosso

Paolo Valeri | Antropocomics |

Un avventuriero interiore che si confronta con mostri orrendi che lo attaccano all’ora dello schizoide

Dissacrante: è l’aggettivo che appare in alto a sinistra, sotto il titolo e prima dell’età consigliata alla visione. Spesso è un’indicazione fuorviante e pretenziosa, che risponde a una logica di cattura dell’attenzione piuttosto che servire come reale strumento esplicativo. Anche se, certo, per Mel Brooks ci sta. Cosa c’entra Bonvi con Robin Hood: un uomo in calzamaglia? Niente, forse un legame lo si può trovare con Mel Brooks passando da Spaceball. Tutti e due sono a un grado di separazione da Star Wars. Dove il regista comico ha prodotto una delle sue migliori parodie, il fumettista modenese aveva disegnato la bettola di Mos Eisley, quasi dieci anni prima che George Lucas la mettesse sullo schermo. Comunque il punto non è questo e Bonvi non c’entra nemmeno con le release di Netflix. Il punto è l’aggettivo “dissacrante”.

Dissacrante in senso pieno. Non semplicemente irriverente, ma capace di smontare dall’interno i codici del potere, i miti più radicati della cultura popolare, i feticci dell’immaginario novecentesco – l’avventura, l’eroe, il soldato, il comandante, lo sciamano, il guerriero – portandoli fino a un punto di inclinazione dove il ridicolo e il tragico diventano indistinguibili. Al contrario, come insegna Furio Jesi, l’epica delle figure retoriche cristallizza il mito. Lo trasforma da racconto vivo, condiviso e comunitario, a un dispositivo che riproduce in serie simboli vuoti, pronti per essere usati come strumenti di mobilitazione.

Quando il mito viene tecnicizzato perde la sua funzione originaria, quella di legare una comunità attraverso un’esperienza condivisa, e diventa invece un pacchetto ideologico preconfezionato, un’estetica di mostrine da applicare, una scorciatoia emotiva che sostituisce il pensiero con il riflesso condizionato della deriva autoritaria.

Il fascismo storico è stato, in questo senso, la grande fabbrica di miti del Novecento. Ha preso la Roma imperiale, il guerriero virile, la comunità organica, il sacrificio eroico e li ha trasformati in icone standardizzate, consumabili, seriali. La statua del guerriero, l’uniforme, il saluto, il culto del capo. Tutto funziona come pulsante emotivo, come feticcio mobilitante. Non importa la verità storica o simbolica. Ciò che conta è l’efficacia operativa del mito.

Non che il meccanismo si sia fermato, è sotto gli occhi di tutti. L’idea del “popolo sovrano”, del “guerriero contro il sistema”, dell’eroe che agisce fuori dalla norma, sono tutte immagini mitiche sottratte a qualsiasi radicamento comunitario reale e fatte funzionare oggi come produttori di identità preconfezionate, immediate, facili, seducenti. Così abbiamo schiere di Rossobruni critici verso capitalismo e globalismo, ma con posizioni nazionaliste e sempre più spesso autoritarie.

Bonvi stava da un’altra parte. L’anarchico vestito con l’uniforme tedesca era di certo un personaggio complesso ma non sarebbe mai stato uno dei rossobruni di oggi, semmai ne era l’esatto contrario. Piuttosto un brunorossi qualsiasi: fragile, esitante, ridicolo, profondamente umano. Proprio attraverso questa umanizzazione, le tavole di Bonvi restituiscono al mito la sua antica funzione comunitaria. Non più modello irraggiungibile, ma racconto condiviso, specchio delle nostre paure e delle nostre debolezze. La sua devozione al mito era tale da fare il giro. Le sue strisce non tecnicizzano il mito, lo riportano a terra e gli danno nuova vita.

Laddove l’immaginario autoritario costruisce figure monolitiche, Bonvi frantuma la statua e ne mostra l’interno: fatto di dubbi, sudore, paura e solitudine. Dissacrare significa questo: restituire la complessità dove c’era un’icona. Non c’è mitologia virilista, non c’è culto del capo, non c’è macchina mitologica da adorare: c’è una piccola umanità meschina che affronta il caos con mezzi inadeguati, e proprio per questo riconoscibile, nutritiva, persino affettuosa. Bonvi è sempre stato in grado di sottrarre la tecnica al mito, di rivitalizzarlo regalandoci storie per ricongiungere, piene di figure paradossali che, mostrandosi vulnerabili, diventano accessibili e fanno comunità.

Bonvi struttura fin da giovanissimo questo rapporto dissacrante con l’avventura. C’è uno strano personaggio che pare che sia stato un riferimento triestino per Bonvi per i pochi anni nei quali hanno avuto il modo di frequentarsi, ben prima che il nostro iniziasse a disegnare fumetti. Il suo nome era Delfino Dinz Rialto, un antropologo vecchio stampo. Nobile veneziano, classe 1920, laureato e specializzato in studi afro-orientali. Una vita dedicata all’esplorazione di territori non contaminati dalla civiltà: Africa, Sudamerica, le terre inesplorate dell’Oceania. Viaggi in cui, senza troppe remore, aveva riportato in patria abbastanza cimeli da mettere in piedi un vero e proprio museo, a Rimini.

Come ha detto Francesco Guccini: «Bonvi voleva essere Jack London». E se nella sua vita è stato attratto da tutti i Jack London che ha avuto modo di incontrare, Rialto è stato il primo. Per Bonvi, giovane e assetato di mondi, Rialto rappresentava il prototipo di eroe vivente, un testimone diretto dell’altrove esotico che il fumettista sognava. Rialto è stato, di fatto, l’emblema di un’etnologia avventurosa ma anche predatoria. La sua eredità nei disegni di Bonvi diventa invece qualcos’altro: un serbatoio iconografico da cui attingere per creare un avventuriero totalmente nuovo e totalmente suo. Un avventuriero interiore, non coloniale, un personaggio che affronta i mostri orrendi che ti attaccano nell’ora in cui ti ritrovi solo e scopri che la follia cova dall’interno, sotto forma di incubi, angosce e pulsioni contraddittorie che ciascun essere umano serba in sé.

Bonvi non dissacra per distruggere l’avventura, ma per salvarla. Lo fa perché capisce che solo sottraendo al mito la sua corazza ideologica – la virilità granitica, la retorica del sacrificio, l’invulnerabilità – si può restituire all’esperienza avventurosa la sua essenza: il rischio, il dubbio, la paura. Il piacere infantile dello scoprirsi vulnerabili e quindi vivi. Il mondo delle Sturmtruppen, il suo spazio profondo o la battaglia di Tsushima, sono sempre popolati da uomini qualunque, sballottati da eventi troppo grandi, troppo assurdi, troppo stupidi per essere presi sul serio.

Per Bonvi l’avventura è tutto. Ma è tutto proprio perché non è mai ciò che sembra. È un campo di battaglia senza eroi; una giungla piena di trappole psicologiche; un West dove l’unica regola è che nessuno sa davvero cosa sta facendo. Un mondo in cui ogni gesto eroico viene immediatamente sabotato dall’assurdo. Un luogo in cui la mitologia crolla e resta solo l’essere umano, con il suo carico di paure, di desideri, di fantasmi interiori.

L’avventura bonviana è antropologica perché è sempre un cortocircuito. Come l’avventura migliore, quella che veniva stampata su carta economica nelle riviste a basso costo dei primi anni del Novecento, anche quella di Bonvi è “pulp”, ma è un pulp che esplode nel paradosso. Un elogio del fallimento come forma di libertà. Una critica feroce a ogni tentativo di costruire miti monolitici e allo stesso tempo un atto d’amore verso il desiderio di altrove. Verso quell’immaginazione infantile di cui abbiamo bisogno per trasformare il mondo in un racconto.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)