Fino ai quattordici anni non ho mai avuto una cameretta. Niente tana segreta, nessun rifugio dove architettare complotti, studiare magiche medicine o confidarmi con il mio amichetto immaginario. Cosa ne penserebbe la mia psicoterapeuta? Per fortuna non ci vediamo più.
La mia casa era un’invenzione architettonica malvagia, sviluppata in verticale come una torre gotica low cost. I miei dormivano al pianterreno, io al terzo piano, a cavallo tra il cielo e il silenzio mortale del mio isolamento. A tenermi compagnia c’era mio fratello maggiore che poi (nove anni io, venticinque lui) si è sposato ed è uscito di casa. Addio compagnia, benvenuta stanza deserta.
Il mio lettino era un mobile a scomparsa. Di giorno spariva, di sera ricompariva. Poetico, vero? Certo, se per poesia si intende il tipo di sortilegio che ti costringe a contrattare con l’oscurità. Perché appena la luce si spegneva, il terrore si accendeva come un interruttore demoniaco e il lettino diventava un predatore di legno pronto a inghiottire i miei sogni.
Il silenzio non era mai vuoto. Era popolato da muri che respiravano come se avessero polmoni propri, da ombre orribili, da sussurri inesistenti e dal ticchettio ossessivo dell’orologio a parete che sembrava prendere appunti su ogni mio respiro. Distorcere la realtà era facilissimo: bastava un piccolo scricchiolio per immaginare un’orda di uomini cattivi pronta a rapirmi, incatenarmi e trascinarmi in un laboratorio segreto di torture crudeli. La mia immaginazione era una fabbrica di incubi su misura.

E così passavo le notti a negoziare con la mia cameretta invisibile, i miei nemici immaginari e il mio coraggio precario. Una cosa era certa: ogni ombra, ogni ticchettio e ogni scricchiolio erano una storia pronta a esplodere, e io ero l’eroina involontaria di un racconto gotico che nessuno, a parte me, avrebbe mai potuto capire.
A letto dalle 21:30, naturalmente non dormivo: partecipavo a un rituale macabro, mescolando strategia di sopravvivenza e fantasie horror. Il mattino dopo, incredula della mia appartenenza al mondo dei viventi, raccontavo tutto a mia madre la quale aveva perfezionato la tecnica dello sminuimento terapeutico: «Ma dai, non è niente», diceva. Certo, niente di grave: solo un esercito di incubi organizzati, un lettino che voleva divorarmi e un orologio sadico che dettava la colonna sonora della mia paura. Tutto normale.
Di certo non voglio sentirmi unica. Questa mia cameretta infestata, questi mostri dietro le pareti, questa ossessione per ombre, ticchettii e letti predatori, non erano esclusivamente miei. Tanti bambini vivono con il cuore in gola, con le luci accese fino a tardi, con l’immaginazione che trasforma il familiare in teatro dell’orrore. Non c’è niente di straordinario nel tremare al buio, nell’inventare armate di nemici invisibili, nel sentire il pavimento scricchiolare come fosse il tappeto rosso per invasori immaginari. È, in un certo senso, un rito di passaggio comune, un piccolo laboratorio in cui la mente prova a misurarsi con l’ignoto.
Molto più tardi anche mio figlio ha conosciuto quelle notti di inquietudine, quegli incubi che sembrano reali; eppure, sono fatti di fantasia e paura. E io ero lì. Non con un «Non esistono!» urlato tra le coperte, come molti adulti fanno, ma con orecchie e occhi aperti. Gli ho chiesto: «Raccontami tutto. Com’è fatto il mostro? Come cammina? Cosa fa nella stanza quando tu dormi? Quale piano ha elaborato contro di te?». Con questo, però, non voglio certo definirmi un genitore modello. Anzi! La frase più ricorrente per descrivermi in questo ruolo è: «Sono una mammadimerda!». Ma almeno sono una mammadimerda che ascolta, che non fugge al primo brivido, che non chiude gli occhi davanti ai mostri, ma anzi li invita a prendere un tè. Perché i bambini – ne sono convinta – non hanno bisogno di adulti che spengono la paura, ma di complici che restano lì, nel buio, a guardarla insieme a loro.
Così abbiamo costruito il suo bestiario: mostri dalle mani lunghe come spaghi, occhi che brillano come lampadine rotte, zanne che tintinnano sul pavimento. Ogni dettaglio diventava ombra da disegnare, luce da gestire, suono da trasformare in ritmo narrativo. La paura non va evitata, non va nascosta sotto il tappeto o sotto un cuscino. L’intento non era proteggerlo dal brivido, ma stargli accanto mentre impara a guardarlo in faccia. Ogni ombra, ogni scricchiolio, ogni ticchettio ossessivo diventa allora un’occasione per esplorare l’immaginazione, per trasformare l’angoscia in gioco e il terrore in strumento di conoscenza.
E forse è per questo che quando ho letto I lupi nei muri di Neil Gaiman e Dave McKean, ho provato una sensazione familiare. Non era solo empatia: era riconoscimento. Lucy, la bambina che sente i rumori nelle pareti, potrei essere stata io, o mio figlio o chiunque abbia passato notti a trattare con il buio.
In fondo, quella storia parla esattamente di questo: del momento in cui l’immaginazione smette di essere un rifugio e diventa un campo di battaglia, del confine sottile tra la paura che paralizza e quella che rivela.

La vicenda è semplice: Lucy sente dei rumori nel muro: «Erano fruscii e scricchiolii. Erano rumori furtivi, striscianti, graffianti». Sospetta che ci siano dei lupi. Gli adulti, naturalmente, non le credono. Neanche il fratello (maggiore?). Quando i lupi escono davvero, «è finita»: il panico esplode e gli adulti, che avevano rifiutato di credere, si trovano esiliati dalla loro stessa casa. Lucy, invece, mantiene la calma. Non si tratta solo di coraggio: è la rivendicazione del diritto a essere presa sul serio. Il suo ritorno per salvare il suo amato maiale di pezza è un atto simbolico di riappropriazione, un gesto che trascende la logica narrativa e si fa atto politico: Lucy riconquista la sua casa e, con essa, la verità che le era stata negata.
Il linguaggio di Gaiman si muove in un territorio liminale tra l’incanto infantile e la precisione adulta. È una lingua che vive di ritmo e di eco, di frasi ripetute che si fanno formule magiche. «Se i lupi escono dai muri, è finita» è più di un refrain: è una profezia, un incantesimo verbale che struttura l’intero testo. La ripetizione crea un effetto quasi liturgico, eppure svuotato di senso come tante frasi che gli adulti usano per zittire i bambini: nessuno sa che cosa significhi «è finita», ma tutti lo ripetono. Questa ossessione linguistica è un gioco sottile sul potere e il limite della parola. Gli adulti parlano un linguaggio vuoto, fatto di cliché rassicuranti, ma non ascoltano; Lucy usa un lessico concreto e sensoriale: lei sente, vede, sa. Soprattutto ascolta, ma non viene creduta. La parola adulta ha perso il suo valore performativo: dire non equivale più a fare. È un mondo dove il linguaggio, invece di ordinare la realtà, la confonde e la deforma. Gaiman, con il suo orecchio da narratore orale, trasforma il linguaggio in suono, ritmo, cadenza. Le parole imitano il rumore del muro, come se il testo stesso fosse infestato. È una scrittura che suona, che gratta, che vive.
Il nonsense non è solo un espediente comico, ma una chiave filosofica. Quando i lupi prendono possesso della casa, Gaiman scrive che i lupi indossavano pantaloni, suonavano la tuba e mangiavano marmellata. Il dettaglio culinario, inutile e deliziosamente assurdo, è una parodia dell’orrore domestico: il male qui non ringhia, ma spalma la marmellata. È un nonsense che ricorda Lewis Carroll, ma con un retrogusto postmoderno: il mostruoso non è ciò che irrompe dall’esterno, ma ciò che vive dentro le pareti, dentro la normalità stessa.

La struttura del racconto segue un andamento ciclico, tipico delle fiabe: equilibrio – rottura – prova -ristabilimento. Tuttavia, come osservava Vladimir Propp nella Morfologia della fiaba, ciò che conta non è l’ordine esteriore delle azioni, ma la funzione simbolica che esse incarnano. Lucy rappresenta la funzione dell’eroina esploratrice, colei che infrange il divieto e affronta l’ignoto. I lupi, invece, assolvono al ruolo di donatori negativi, agenti del disordine e della trasformazione.
Lucy è la classica eroina gaimaniana: piccola, determinata, disobbediente. La sua funzione narrativa non è tanto quella di salvare la famiglia, quanto di smontare la logica adulta. È l’unica a credere all’incredibile, e in questo senso rappresenta la saggezza pre-logica dell’infanzia, quella che accetta la paura come parte integrante del mondo. Il fratello è alienato, perso nei videogiochi. Gli adulti sono parodie di loro stessi. Il padre, distratto e ridicolo, incarna la figura dell’intellettuale fallito: suona la tuba mentre la casa crolla. La madre è immersa nella marmellata, metafora vischiosa dell’indifferenza affettuosa.
In questo, Lupi nei muri è anche una critica al modello educativo moderno: la casa come spazio di controllo, dove l’immaginazione infantile è patologizzata e il reale è ridotto a ciò che è misurabile. Lucy infrange questa logica: la sua curiosità è un atto di resistenza.
Come direbbe Michel Foucault, la bambina esercita un sapere-potere alternativo: la conoscenza che nasce dal basso, dall’esperienza sensibile, e che mette in crisi le strutture di dominio della verità adulta.
E i lupi? Sono i veri simboli del caos represso. Si comportano come umani – mangiano marmellata e pop-corn, indossano i vestiti della famiglia, ballano nei corridoi – e proprio per questo fanno paura. Sono la versione animalesca dell’energia vitale che gli adulti hanno perso? Forse. Quando i lupi prendono la casa, è la vitalità che invade la norma.
Freud avrebbe riconosciuto nei lupi il ritorno del rimosso. Vivono tra i muri, come pulsioni nascoste sotto la facciata civile della famiglia. Quando escono, ciò che è represso – il desiderio, la rabbia, l’inquietudine – prende forma concreta. La casa borghese, simbolo di sicurezza, diventa improvvisamente teatro dell’inconscio.
Jung, d’altra parte, avrebbe letto la figura dei lupi come ombra collettiva: il caos necessario per ristabilire l’equilibrio psichico. Lucy, nel suo coraggio, integra questa ombra: accetta l’esistenza del disordine e così salva l’ordine stesso.
La bambina non è solo protagonista, ma anche guida inconsapevole tra il mondo della ragione e quello dell’istinto. Il suo atto di rientrare in casa è un rito di reintegrazione, una katabasis domestica per riportare alla luce ciò che è stato espulso.
La parete – elemento architettonico e simbolico – è il vero protagonista concettuale. È la linea che separa il visibile dall’invisibile, il noto dall’ignoto. Ma in Gaiman, come in Italo Calvino o in Kafka, il confine non è mai stabile: è una membrana porosa, attraversabile, viva.

Quando i lupi escono, la barriera si dissolve: la casa non è più spazio chiuso ma organismo aperto. Il muro si rivela per ciò che è: una finzione della sicurezza. In questo senso, il libro è anche una metafora della conoscenza: ciò che è “tra i muri” è ciò che non vogliamo sapere, ma che c’è e attende solo di emergere.
Dave McKean costruisce le illustrazioni come frammenti di un incubo cubista. Fotografie, disegni, pittura e collage si intrecciano creando una superficie visiva dissonante dove il reale e l’immaginario si contaminano. sia qualcosa che gratta. Il suo è un linguaggio da alchimista visivo: disegno a mano, inchiostri, fotografie, tracce di pittura, mappe e frammenti di oggetti quotidiani si stratificano fino a generare superfici che ricordano la pelle vissuta di un muro, quello stesso muro in cui, guarda caso, si annidano i lupi.
Anche la tavolozza partecipa. Le tinte sono cupe e sporche, come se le tavole fossero state immerse nel caffè e tirate fuori nel momento sbagliato. Le figure umane, poi! I volti si irrigidiscono in maschere di legno, gli occhi diventano finestre vuote, le espressioni oscillano tra la caricatura e la tragedia. Ciò contribuisce a rendere le persone figure che non sono completamente realistiche, espressioni della paura, dell’ignoto, del non-detto.
Neppure il testo sfugge al contagio. La tipografia si muove, scivola sulla pagina, cresce e si restringe a seconda dell’emozione. Le parole diventano suono, rumore, ritmo. In certe pagine il carattere sembra urlare, in altre sussurra. McKean fa della scrittura un corpo visivo, integrandola con l’immagine come se fosse un’altra pennellata, un suono stampato.
Alla fine, Lucy non sconfigge i lupi: li riconosce, li accetta e ristabilisce un equilibrio dinamico. Il finale, con la battuta «Se gli elefanti escono dai muri, è finita», è una piccola apoteosi dell’assurdo o, per dirla con Deleuze, un atto di «resistenza dell’immaginario» contro l’omologazione del senso.
In fondo, I lupi nei muri è un manuale di filosofia del quotidiano: insegna a diffidare delle certezze, a guardare dietro le pareti, a convivere con l’assurdo. La paura non è l’opposto del sapere, ma il suo preludio.

Lucy, piccola epistemologa domestica, ci ricorda che il mondo – come la casa, come la mente – è pieno di rumori, di ombre e di lupi. E che solo chi ha il coraggio di ascoltarli può dire, con ironica serenità, che non «è finita», ma – finalmente – tutto comincia.
Forse, a conti fatti, il vero problema non era la mia cameretta inesistente, ma la fiducia cieca che riponevo nei muri. Credevo servissero a proteggere, invece servivano solo a contenere i rumori e, a volte, i mostri. Oggi so che le pareti non difendono: osservano, registrano, giudicano in silenzio come psicoterapeuti in cartongesso.
Ogni tanto, di notte, quando la casa tace e i miei figli dormono, sento ancora qualche scricchiolio sospetto. Ma non mi agito più: lo prendo come un promemoria acustico del fatto che la realtà è un’abitudine precaria. Se poi dovesse davvero uscire un mostro o un lupo, gli offrirò una fetta di pane con la marmellata e gli chiederò se vuole unirsi a noi per un’analisi collettiva del nonsense gaimaniano.

Del resto, dopo anni di letti predatori, fratelli adulti che spariscono e genitori convinti che «non è niente», la mia soglia del terrore è alta. Altissima. Ho smesso di credere agli incubi solo perché, a un certo punto, hanno iniziato a pagare il mutuo.
Così, se i mostri usciranno davvero dai muri, non griderò: «è finita». Griderò: «Finalmente un po’ di compagnia!»
E se poi usciranno anche gli elefanti, come suggerisce Gaiman, tanto meglio: più siamo, più diventa interessante il condominio dell’inconscio.
Alla fine, Lucy aveva ragione: il buio non è un nemico, è un coinquilino rumoroso. Io, intanto, ho imparato a dormire col lettino abbassato, la luce spenta e un occhio mezzo aperto per non perdermi l’anteprima, quando i mostri, educatamente, busseranno al muro.

Legge. E legge, legge, legge. Legge fino al soffitto ormai fatto di rami e foglie e pure le pareti si trasformano in foresta.