Il libro della giungla: Il fardello di Harvey Kurtzman

Paolo Interdonato | WILL EISNER WEEK 26 |

Se solo, nel 1959, gli statunitensi che leggevano fumetti fossero stati un po’ più svegli, la storia di quella forma del racconto a figure sarebbe completamente diversa. Avremmo molti più fumetti divertentissimi di Harvey Kurtzman da leggere e rileggere, i libri a fumetti non si chiamerebbero con nomi bolsi e noiosi (“graphic novel”, per esempio), saremmo tutti un po’ più divertiti e liberi e, forse, non avremmo avuto bisogno dell’ondata dirompente dell’underground per illuderci di essere ancora vivi.

La storia è semplice.

Negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo Kurtzman è un narratore infaticabile. Dopo aver umanizzato e svuotato di retorica e patriottismo il fumetto di guerra, con le testate “Frontline Combat” e “Two-Fisted Tales”, nel 1952, inventa il comic book di fumetti parodici e satirici “Mad”. In ogni numero, quattro storie, di sette o otto pagine, che giocano con i codici, i generi e le forme. Al fumetto, presto si affiancano le illustrazioni, gli articoli, le finte pubblicità… “Mad” è una testata incredibile e rivoluzionaria. Davvero.

Il comic book è un oggetto effimero: trentadue pagine di carta da giornale, stampate male, con colori schiacciati e un punto metallico a tenere tutto insieme. Kurtzman vuole sperimentarsi su un altro formato: nel 1955, convince l’editore, William Gaines di EC Comics, a trasformare “Mad” in una rivista in bianco e nero. Poco dopo, un po’ perché ha ricevuto un’offerta da Hugh Hefner, il creatore e padrone di “Playboy”, un po’ perché ha bisogno di più denaro, Kurtzman dà un ultimatum a Gaines: vuole la maggioranza della proprietà di “Mad”. Gaines lo accompagna alla porta. Probabilmente non sorride neanche.

Nel 1957, Kurtzman lancia, per la casa editrice di Hefner, “Trump”, una rivista preziosa e bellissima. Quel prodotto meraviglioso si infila in una situazione congiunturale sfortunata (aumento dei costi della carta, riduzione della pubblicità, trasloco in una nuova sede di “Playboy”): la chiusura arriva subito dopo il numero due. Allora Kurtzman e i fumettisti che lo hanno seguito fanno “Humbug”, un’autoproduzione ancora più bella (decisamente la più bella tra le riviste di Kurtzman) che, purtroppo, dura appena undici numeri.

A quel punto Kurtzman è uno spiantato: ha moglie, tre figli e mutuo. Deve trovare un modo per tirare insieme pranzo e cena e smettere di guardare i ponti newyorchesi come se fossero dei posti ospitali per una famiglia in affanno.

Mentre lavorava ancora in EC Comics, Kurtzman aveva curato i primi cinque volumi tascabili con i fumetti di “Mad”, pubblicati da Ballantine Books. Quei libriccini avevano venduto milioni di copie e avevano garantito al fumettista royalty importanti. Quando Kurtzman era uscito dall’ufficio di Gaines sbattendo la porta, quell’introito, mediato da EC Comics, si era interrotto (Gaines, mostrando un qual certo livore, aveva pure fatto rimuovere il nome di Kurtzman dalle ristampe successive di quei volumetti).

Nel 1958, Gaines sposta le pubblicazioni etichettate “Mad” presso Signet Books. Kurtzman ne approfitta per proporre a Ballantine qualcosa con cui sostituire i libri di “Mad”. Dapprima il volumetto The Humbug Digest, che va proprio maluccio, e poi qualcosa di completamente diverso.

I libriccini di “Mad” e “Humbug” pubblicano fumetti estratti dalla rivista e rimontati. Hanno pagine molto piccole e, per far sì che le tavole dei fumetti usciti in comic book o, addirittura, in rivista siano leggibili, è necessario che le vignette non siano ridotte troppo. Allora le pagine vengono sforbiciate e rimontate. Kurtzman costruisce fumetti con un controllo assoluto sul tempo del racconto e sulla scansione ritmica della pagina. Quel rimontaggio devasta la bellezza dei suoi fumetti. Per smettere di soffrire, il fumettista propone a Ballantine un volume di fumetti originali, disegnati per essere pubblicati nel formato di edizione di un tascabile.

Ballantine accetta e propone un contratto di edizione a Kurtzman che – ricordiamolo – sta attraversando un momento di gravi ristrettezze economiche. Un anticipo di 1.500 dollari e royalty al 4% sul prezzo di copertina.

Il libro dovrebbe chiamarsi Pleasure Package e Kurtzman deve disegnare 144 pagine in poco più di tre mesi. Nessun problema: il primo maggio del 1959, tutto il materiale è pronto. In settembre il volumetto è in libreria con il titolo Harvey Kurtzman’s Jungle Book. È il primo libro a fumetti, nella storia dell’editoria statunitense, contenente materiali inediti, realizzati appositamente per l’edizione. È molto piccolo (ha una base di 11 centimetri e un’altezza di 18 – per intenderci, poco più alto, ma anche un po’ più stretto, di un albo di “Diabolik”), stampato male su cartaccia, e costa 35 centesimi (come tre comic book e mezzo).

Il 4% di 35 centesimi è una cifra ridicola – 1,4 centesimi – ma, se vendi milioni di copie, il guadagno può diventare davvero consistente.

Ballantine sospetta che il grande successo di vendita dei libri di “Mad” sia dovuto alla rilevanza del titolo della rivista. Per precauzione, limita la prima tiratura di Jungle Book a 150.000 copie. E fa bene: in cinque anni ne vende poco più della metà, 78.000 copie. Se gli anticipi dovessero essere restituiti, Kurtzman dovrebbe rendere alla casa editrice 408 dollari. Il rapporto tra Ballantine e Kurtzman si interrompe e l’editore manda al macero 72.000 copie del libro.

Da quel momento, Kurtzman rinuncia a fare la rivoluzione: trascina per un po’ la sua ultima rivista – “Help!”, per l’editore Warren –; si rinchiude nella realizzazione di Little Annie Fanny, una serie – bella, ma non bellissima – per “Playboy”, si dedica all’insegnamento e a progetti marginali e un po’ sottotono. Come ti dicevo all’inizio, se solo, nel 1959, gli statunitensi che leggevano fumetti fossero stati un po’ più svegli, la storia di quella forma del racconto a figure sarebbe completamente diversa.

Se riesci a procurarti un’edizione di Jungle Book (in inglese o in francese, scordatela in italiano), ti trovi tra le mani un libro bellissimo: 144 pagine di fumetti, con quattro storie, realizzate con una grandissima coerenza tematica e di stile. Hai ragione: sembra proprio la descrizione di A Contract with God and Other Tenement Stories, il libro di Will Eisner che, nel 1978, rende popolare la locuzione “graphic novel”. Peccato che Harvey Kurtzman’s Jungle Book, libro a fumetti a lungo dimenticato, sia uscito una ventina di anni prima. E peccato che sia anche un fumetto molto più bello di quasi tutto il resto.

Tutto quello che ti serve per capire il libro è nel titolo, che per esteso è: Harvey Kurtzman’s Jungle Book: Or, Up from the Apes! (and Right Back Down) – In Which Are Described in Words and Pictures Businessmen, Private Eyes, Cowboys, and Other Heros All Exhibiting the Progress of Man from the Darkness of the Cave into the Light of Civilization by Means of Television, Wide Screen Movies, the Stone Axe, and Other Useful Arts.

Mi asciugo le lacrime e lo traduco. E lo faccio per il piacere di farlo e non certo per mancanza di fiducia nelle tue competenze linguistiche: Il Libro della Giungla di Harvey Kurtzman: Ovvero, Dalle Scimmie in Su! (e Poi Subito Giù) – Nel Quale Sono Descritti a Parole e Figure Uomini d’Affari, Detective Privati, Cowboy e Altri Eroi, Tutti Testimoni del Progresso Umano dalle Tenebre della Caverna alla Luce della Civiltà, per Mezzo della Televisione, del Cinema a Maxischermo, dell’Ascia di Pietra e di Altre Arti Utili.

Puoi procurarti questo libro nell’edizione Dark Horse, come primo volume della “Harvey Kurtzman Library” (il secondo è dedicato alla rivista “Trump” – quel nome porta sfiga e, quindi, non c’è mai stato un terzo volume). Io non ho molto altro da dirti per invogliarti a leggerlo. Mi limito a raccontarti due cose.

Innanzi tutto, il fumetto The Organization Man in the Gray Flannel Executive Suit presenta Goodman Beaver, un redattore assunto da Schlock Publications Inc., che è buono e zelante (come suggerisce il suo nome) ma, durante la sua permanenza presso l’azienda, si corrompe e diventa come tutti gli altri: molesta sessualmente le segretarie, sfrutta gli autori e deruba l’azienda. Dopo questa storia, Goodman Beaver recupera ingenuità e innocenza e diventa protagonista di quattro storie, disegnate da Will Elder, pubblicate su “Help!”. Proprio dal candore di Beaver, Kurtzman trae ispirazione per creare il personaggio che diventerà la sua gabbia dorata per il successivo trentennio, Little Annie Fanny per “Playboy”.

E poi, Decadence Degenerated, ambientato a Rottenville, una cittadina del profondo sud, dove non succede mai nulla. Un giorno la bellezza locale, Honey Lou, viene trovata assassinata. La colpa ricade su Si Mednick, un topo di biblioteca, che viene linciato per l’omicidio: come dichiara uno dei redneck appassionati di corda e sapone: «Ecché? te fidi d’un omo che legge?».

In questo meraviglioso gioco intorno agli stereotipi, c’è la doppia pagina in cui Honey Lou attraversa la piazza del paese. Da sola, vale la storia del fumetto. Guardala anche tu.

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