I “romanzi visivi” di Howard Chaykin

Omar Martini | WILL EISNER WEEK 26 |

Empire (1978), The Stars My Destination (1979, 1992) e The Swords of Heaven, the Flowers of Hell (1979)

Oggi si conclude la “Will Eisner Week” ma, come accennato all’inizio di questa striscia quotidiana, i libri di cui abbiamo parlato in questi giorni sono il risultato di una scelta parziale e incompleta poiché in realtà, mantenendo l’approccio di presentare solo fumetti che sono usciti direttamente nel formato libro prima del 1978, avremmo potuto selezionare ancora altri titoli. Per esempio, i sei graphic novel xilografici di Lynd Ward pubblicati tra il 1929 e il 1937, Alay-oop (1930) di William Gropper, He Done Her Wrong (1930) di Milt Gross, The Last Flower (1939) di James Thurber, Tarzan of the Apes (1972) di Burne Hogarth, The Wizard King (1978) di Wally Wood oppure Sabre (1978) di Don McGregor e Paul Gulacy.

A dire il vero, ci sarebbero da considerare anche quei graphic novel in lavorazione prima dell’uscita di Contratto con Dio (1978) ma che, per le ovvie tempistiche di produzione di opere di quel tipo, sono usciti dopo il libro di Will Eisner. Tra i più celebri (e tra i miei preferiti) c’è senz’altro Tantrum (1979) di Jules Feiffer, di cui Paolo & Boris vi hanno parlato qui, ma oggi vogliamo chiudere questi sette giorni parlando proprio di un autore, Howard Chaykin, che rientra in quest’ultima casistica, e delle sue tre opere, ora forse poco conosciute, che all’epoca lo fecero diventare uno dei punti di riferimento della fantascienza a fumetti.

Dopo un’adolescenza trascorsa a leggere solo fumetti, incarnando alla perfezione lo stereotipo del nerd, Chaykin entra nell’ambiente fumettistico, prima come assistente di Gil Kane per un anno, proprio durante il periodo di realizzazione di Blackmark (ne abbiamo parlato qui), e poi proseguendo il suo tirocinio presso altri autori come Wally Wood e Gray Morrow. È però Kane che gli instilla quell’etica del lavoro che l’avrebbe aiutato nei suoi lavori successivi, personali e no. Bazzica quel porto di mare che è la redazione della DC Comics, conosce un po’ di disegnatori e con alcuni di essi condivide uno studio (stiamo parlando, tra gli altri, di Walt Simonson e Frank Miller). È un periodo molto intenso per il fumettista: non sentendosi all’altezza dei suoi colleghi e dei lavori che gli vengono affidati, si impegna più che può per mantenere le scadenze e fornire delle tavole almeno decenti. Gli effetti positivi di questa costanza si notano nel giro di breve tempo, ed è in grado di alternare lavori commerciali con altri più personali: attraverso le sue prime creazioni come Cody Starbuck, The Scorpion, Dominic Fortune o Monark Starstalker delinea le fattezze e la tipologia di quel personaggio che avrebbe utilizzato in ogni storia. L’alto numero di lavori che riesce a trovare è dovuto anche al fatto che collabora contemporaneamente per più case editrici, una pratica un tempo sconosciuta ma che era iniziata di recente grazie all’intraprendenza di Neal Adams. Ed è proprio uno dei lavori di questo periodo che avrà conseguenze fondamentali per il suo futuro: si tratta di una storia della seconda metà degli anni Settanta scritta per la rivista “National Lampoon” da Byron Preiss.

Preiss è una figura, forse divisiva, che ha esercitato una certa influenza in questo periodo di svolta del graphic novel. Dopo aver collaborato con lo studio di Jim Steranko, fonda la casa editrice Byron Preiss Visual Publications, che vuole produrre libri a fumetti, specializzandosi soprattutto in adattamenti di opere letterarie e focalizzandosi sulle tematiche più adulte della fantascienza. Tra le sue opere più importanti, è fondamentale ricordare Chandler: Red Tide di Steranko, di cui Claudio vi ha parlato ieri, ma altrettanto fondamentali sono i due graphic novel Empire, con una storia scritta appositamente da Samuel R. Delany, e The Stars My Destination, adattamento dell’omonimo romanzo di Alfred Bester. Questo dittico rappresenta un momento importante e formativo per il disegnatore, nel quale mette a frutto tutto quello che ha imparato negli studi in cui ha fatto la gavetta e nel quale è costretto a mettere alla prova i propri limiti di sopportazione, causati dall’enorme mole di lavoro di cui si fa carico. Il ricordo che ha Chaykin del rapporto con Byron Preiss non è dei più felici: si lamenta soprattutto delle tariffe bassissime con cui veniva pagato e che lo costringevano a cercarsi degli altri lavori per sopravvivere mentre continuava a disegnare quelle due opere, però allo stesso tempo era cosciente della importanza di quei due volumi.

La collaborazione per realizzare il libro Empire tra Samuel R. Delany, che in precedenza aveva lavorato per DC Comics a un paio di storie di Wonder Woman, e Howard Chaykin inizia nel 1976. Questo rapporto è controllato da Preiss che supervisiona in maniera ossessiva tutti gli aspetti della realizzazione del fumetto: giudica i balloon troppo “cartooneschi” ed elimina la loro presenza (si vede solo la pipetta con il testo dei dialoghi sovrapposto al disegno oppure posizionato al di fuori delle vignette), imposta le diverse tipologie di gabbie che Chaykin deve usare per disegnare e modifica almeno un terzo del testo originale dello scrittore. Queste direttive così invasive sono coerenti con l’idea che ha della direzione che deve prendere il fumetto, come dichiara chiaramente nell’introduzione. Afferma infatti che il libro è «un altro passo avanti dell’evoluzione della storia grafica, come medium intelligente, verso uno sviluppo della narrativa che parli del nostro mondo» («another step forward in the evolution of the graphic story as an intelligent medium for the development of fiction about our world»).

Per questo lavoro, così come per gli altri oggetto di questo articolo, Chaykin decide di partire dallo stile che aveva usato per Cody Starbuck: realizza oltre cento pagine completamente dipinte e profondamente dinamiche, sia nella composizione delle tavole che nell’azione rappresentata, a cui si aggiunge la volontà di allungare il tempo narrativo con vignette che esplodono letteralmente in pagine di grande formato, alternando uno sviluppo orizzontale a uno verticale, e aprendosi a doppie pagine spettacolari. È un disegnatore che usa l’esperienza per sviluppare uno stile che lo porta a scomporre la tavola e a dare libero sfogo alla propria creatività quando rappresenta mondi diversi dalle caratteristiche particolari, misurandosi in continuazione con nuove sfide e invenzioni. C’è una cura del dettaglio che raramente si era vista prima, una ricerca della rappresentazione degli ambienti e dei personaggi che anticipa il lavoro che avrebbe portato avanti in seguito con American Flagg ma, soprattutto, con Time2.

La storia può apparire eccessivamente leggera, nei toni e nel ritmo forsennato delle fughe e degli inseguimenti nello spazio, con atmosfere analoghe proprio a Guerre stellari di cui Chaykin disegna l’adattamento mentre realizza questo fumetto, ma ci sono almeno due elementi adulti che rendono questo racconto più maturo. Il primo è quello sessuale, per cui si crea una specie di triangolo tra la pirata dello spazio, la sua compagna (di avventure e sentimenti) e il giovane ingenuo, innamorato della pirata, che si unisce alla loro lotta contro il malvagio Impero. L’altro elemento, anticipatore del presente, è il riconoscimento dell’importanza dell’informazione e del potere che può scaturire nel controllarla.

Dopo due anni di lavorazione, il libro, definito al suo interno un “visual novel”, esce per la casa editrice Berkley Windhover in una doppia edizione, cartonata e brossurata. È anche l’occasione di autopromozione per lo stesso Preiss perché la sua società viene indicata come la produttrice di quel graphic novel, e lui si ritaglia uno spazio con due scritti: l’introduzione al libro e un pezzo promozionale in coda al fumetto in cui descrive la propria attività.

All’opera viene riservata un’accoglienza un po’ fredda, ma soprattutto è il formato a creare qualche problema: più grande rispetto a quello a cui sono abituati i lettori di fumetti e diverso rispetto a quello che si trova di solito sugli scaffali delle librerie, non riesce a trovare lo spazio adeguato, creando dei problemi per la distribuzione e le vendite.

The Stars My Destination, cioè il libro su cui Chaykin lavora in contemporanea a Empire, ha una storia diversa, ma altrettanto travagliata. Anche questo progetto è figlio delle idee di Preiss e del desiderio di sviluppare e diffondere il concetto di “visual novel” ma, a differenza del precedente, in questo caso lavora con Chaykin a un romanzo già pubblicato: chiude infatti un accordo con la casa editrice Baronet per adattare Destinazione Stelle, il libro di fantascienza scritto da Alfred Bester nel 1956. Alla sua uscita, il romanzo ha avuto recensioni contrastanti, ma non passa molto tempo prima che gli autori di fantascienza riconoscano l’importanza di quel testo che si ispira al Conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Autori del calibro di Thomas Disch, Michael Moorcock, Samuel R. Delany, Robert Silverberg e Joe Haldeman lo ritengono uno dei più importanti romanzi di fantascienza mai scritti. Considerato un precursore del genere cyberpunk, lo stesso William Gibson rivela di averlo tenuto vicino mentre stava scrivendo il suo primo romanzo.

Vista l’importanza della commissione, il lavoro viene organizzato nei minimi dettagli. Grazie all’esperienza acquisita guardando come Steranko aveva lavorato a Chandler: Red Tide, Preiss prende il testo originale dell’opera originale e, tagliuzzandolo un po’, lo riduce della lunghezza giusta per poterlo utilizzare per il fumetto. Poi, assieme a Chaykin e al grafico, Alex Jay, studiano i modi migliori per disporlo sulla pagina e concordano una griglia che permetta una certa libertà: si passa dalle illustrazioni a piena pagina ai primissimi piani dei personaggi, alla scomposizione delle azioni attraverso l’uso di vignette piccole, a vignette e box di testo che alternano forme quadrate e rettangolari, sia orizzontali sia verticali. In più, viene scelto un letterista che utilizza una font ispirata allo stile del Bauhaus, inserita rigorosamente al di fuori di tutte le vignette, un approccio che elimina completamente la presenza dei balloon, visto che non sono nemmeno più presenti le pipette come nel precedente Empire. Infine, tenendo presente le possibilità fornite dalle nuove tecnologie, concordano come gestire la riproduzione del colore e come incorporare gli effetti digitali realizzati con il computer.

Anche a distanza di quasi cinquant’anni, colpisce quanto l’approccio produttivo al fumetto concepito da Preiss fosse estremamente moderno e diverso rispetto a quello che portavano avanti le altre case editrici. Grazie alle esperienze di Chaykin, prima come assistente di Gil Kane, alle idee espresse da autori come Jim Steranko e Neal Adams, attenti agli aspetti della realizzazione del fumetto e dei diritti degli autori, e ai due libri realizzati per Preiss, si può comprendere meglio da dove nasca l’impostazione dei suoi lavori seguenti e la maniacale attenzione a ogni dettaglio, che fosse l’utilizzo di un determinato font per i balloon, la forma delle onomatopee o il design della tavola a fumetti.

Il lungo viaggio effettuato dal protagonista Gully Foyle, alla ricerca dell’astronave Vorga e di chi la guidava, smanioso di vendicarsi di coloro che l’avevano abbandonato quando era prigioniero di una nave in avaria, viene suddiviso in due volumi, a causa dell’eccessiva lunghezza di questa versione, ma solo il primo libro viene pubblicato nel 1979. Poco dopo la sua uscita, Baronet, l’editore per cui Preiss ha lavorato e che detiene i diritti del romanzo, fallisce, lasciando inedita la conclusione. Qualcosa della seconda parte viene pubblicata all’interno della rivista “Heavy Metal”, ma è solo un’anticipazione; nel frattempo, Alfred Bester muore nel 1987, senza riuscire a vedere la conclusione dell’adattamento della sua opera. Passa ancora qualche anno e a questo punto fa la sua entrata Carl Potts, Editor-in-Chief di Epic Comics, la linea della Marvel Comics che propone progetti rivolti a un pubblico più adulto: dimostra il suo interesse a raccogliere l’intera storia in un unico volume e lo pubblica nel 1992. Purtroppo, come il precedente Empire, anche The Stars My Destination, dopo questa edizione che ormai ha trent’anni, non è più stato riproposto al pubblico e risulta quindi scomparso dalle librerie.

L’ultimo titolo importante della produzione di Howard Chaykin alla fine degli anni Settanta, The Swords of Heaven, the Flowers of Hell (1979), è il frutto di un altro tipo di collaborazione con uno scrittore. Il protagonista del fumetto è Erekosë, il personaggio creato da Michael Moorcock e protagonista di tre romanzi (Il campione eterno, I guerrieri d’argento e Il drago nella spada), nonché emblema del concetto di Multiverso creato dallo scrittore inglese: esistono innumerevoli realtà, regolate dagli dèi del Caos e della Legge, in cui il Campione Eterno si incarna in personaggi diversi per riportare l’equilibrio ed evitare che una delle due fazioni prevalga. Le versioni più celebri di questo campione che attraversa i vari universi sono Elric di Melniboné, Corum e Dorian Hawkmoon, ma quella di Erekosë è l’unica a essere cosciente del proprio scopo e ad avere le reminiscenze delle esistenze che ha vissuto (proprio come il James Allison del racconto “La valle del verme” adattato da Richard Corben nel volume Bloodstar di cui ho parlato qui).

La collaborazione tra il disegnatore e lo scrittore nasce innanzitutto dalla reciproca stima che provano l’uno per l’altro. Moorcock ha già lavorato nel mondo del fumetto britannico per le riviste settimanali e mensili che uscivano negli anni Cinquanta e Sessanta, ed è interessante leggere nella sua introduzione al libro di come preferiva la produzione britannica a quella statunitense, perché riteneva che quest’ultima fosse molto più sensazionalistica per quanto riguardava le storie, ma con un disegno meno elaborato. E stranamente è proprio questa attenzione al “bel disegno”, più che ai fumetti che cercano di essere più ambiziosi, ad attirare il suo interesse per Chaykin, di cui aveva ammirato Iron Wolf e Cody Starbuck. Quando si incontrano di persona, l’impressione di Moorcock si rafforza per la personalità del disegnatore, per la sua conoscenza degli illustratori della Golden Age e per la sua idea di fumetto. Da qui, inizia ad accarezzare l’idea di proporgli di lavorare insieme, che si concretizza in un soggetto dettagliato e strutturato, in cui lascia completa autonomia all’americano. Questa impostazione libera è dovuta al fatto che ha capito che Chaykin, frustrato dai suoi lavori quotidiani, avrebbe dato il meglio di sé se non fosse stato ingabbiato da richieste soffocanti. Da questo approccio iniziale, si sviluppa tra i due un continuo scambio di idee su come far procedere la storia.

Quando Chaykin e Moorcock decidono di lavorare assieme, il ciclo dedicato a Erekosë si è già concluso e, invece di pensare a una nuova storia che continuasse le gesta del protagonista, lo scrittore preferisce realizzare una storia che si inserisca negli interstizi del ciclo già delineato. Di conseguenza, questo graphic novel di 64 pagine si pone tra il secondo e il terzo romanzo: nelle prime pagine del fumetto la versione del campione eterno è Ulrik Skarsol, il guerriero protagonista del secondo romanzo e che, all’inizio del terzo libro, avrebbe lasciato il posto al principe Flamadin. Qui però non è ancora passato nell’altra Terra parallela presente nell’ultimo romanzo e si incarna in un nuovo personaggio che appare esclusivamente in questo graphic novel: Clen di Clen Gar, sovrano delle Marche dei Sogni. Il fumetto è, a tutti gli effetti, una storia di Moorcock, non solo nella trama, ma anche nei dialoghi (a un certo punto c’è addirittura una considerazione sulla razza umana che riecheggia una analoga presente nel Drago nella spada). Forse il limite di questo racconto è che funziona più per accumulo che per uno sviluppo organico della trama; inoltre, potrebbe essere apprezzato più da un conoscitore delle storie di Moorcock, visto che sono presenti tutti gli elementi chiave dei suoi romanzi, senza che vengano fornite spiegazioni che sarebbero utili per i lettori poco avvezzi a quei concetti. Allo stesso tempo, però, questo limite rappresenta la sua forza perché c’è tutto quello che rende interessanti i testi dello scrittore inglese: le fazioni della Legge e del Caos che si fronteggiano; il Bene e il Male che non hanno più significato; una popolazione umana decadente che, dal punto di vista morale, tocca il fondo; razze aliene le cui logiche trascendono quelle degli uomini; una commistione tra ambientazione fantasy ed elementi fantascientifici; infine, il Campione Eterno che è costretto sempre e comunque a fare da ago della bilancia per riportare l’equilibrio in ogni mondo, realtà o dimensione che si trova a visitare. Anche la conclusione rispecchia tutto questo, con Clen che, rassegnato, sale sulla nave del capitano cieco per recarsi verso terre sconosciute.

Per quanto riguarda il lavoro realizzato da Chaykin, è senza alcun dubbio una delle cose migliori che ha disegnato sia in quel periodo che, in generale, nella sua intera carriera. Anche questo graphic novel “pittorico” presenta le caratteristiche evidenziate in precedenza: vignette, didascalie e balloon che si rincorrono all’interno della tavola, pagine in cui le vignette si scompongono e perdono la rigida divisione grazie alla sovrapposizione di personaggi o elementi diversi; un uso quasi ossessivo delle doppie pagine in cui la lettura corre veloce da sinistra verso destra. Se l’idea del fumetto pittorico statunitense di fine anni Settanta-inizio anni Ottanta è quella di avere un’impostazione canonica, tradizionale e piuttosto rigida, Chaykin infrange quelle convenzioni portando un approccio innovativo.

Il libro esce per Heavy Metal, l’editore dell’omonima rivista che abbiamo incrociato di sfuggita quando ho parlato di Bloodstar e che si avvale dell’apporto di Chaykin anche per il film di animazione Heavy Metal, uscito due anni dopo. A differenza dei due libri precedenti, in questo caso i lettori contemporanei sono fortunati visto che il volume è stato ristampato nel 2018 da Titan Comics, la casa editrice britannica che ripropone da oltre un decennio le versioni a fumetti delle opere di Michael Moorcock pubblicate negli Stati Uniti e in Francia.

Conclusa la collaborazione con lo scrittore inglese, Chaykin si allontana dal mondo del fumetto per un paio d’anni e si dedica esclusivamente alla realizzazione delle copertine dei romanzi tascabili. Questa esperienza si rivela molto utile, permettendo al disegnatore di misurarsi con nuove sfide. Ne esce rinvigorito e pronto ad ascoltare la richiesta da parte della neonata casa editrice First di realizzare per loro un nuovo fumetto. Da questa conversazione, nasce American Flagg ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Giunti alla fine di questo percorso, possiamo affermare che queste ricorrenze siano utili a celebrare la storia del graphic novel? Probabilmente sì. Abbiamo parlato di passione, fatica, sacrificio per riuscire a concretizzare un’idea: storie a fumetti che vogliono allargare il proprio pubblico e ambiscono a raccontare qualunque cosa. È vero che queste aspirazioni sono comuni a tutto il fumetto, non solo a quello etichettato, per ragioni di marketing, come “graphic novel”. Ma questa carrellata attraverso una serie di libri usciti lungo un periodo di quasi quarant’anni ci fa comprendere due cose. La prima è che la storia del fumetto non è qualcosa di prestabilito, di immutato e immutabile. La seconda è la comprensione di quanto sia semplice dimenticare oppure perdere di vista opere uscite in un periodo nemmeno tanto distante dal nostro. Abbiamo parlato di dieci libri, ma sono pochi quelli che si possono recuperare senza rivolgersi al mercato dell’usato e spendere cifre importanti. È un indicatore che dimostra come, nonostante la tecnologia che ci circonda e che ci dovrebbe aiutare ad accedere a più informazioni e a più fonti, la perdita della conoscenza (in questo caso, dei libri a fumetti) è inesorabile e sempre più veloce. Tocca a tutti noi, quindi, preservare la storia degli autori e dei libri, e continuare a tramandarla.

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