Luigi

Paolo Interdonato | QUASI |

Estate 1982, ultima vacanza a casa dei nonni a Messina prima del liceo. In edicola incontro Luigi Bernardi.

È il direttore di una rivista che si chiama “Pilot” e che viene pubblicata da Nuova Frontiera, una casa editrice romana. È una rivista strana, propone cicli di quattro numeri che, presi tutti insieme, raccolgono fumetti brevi e lunghi, tutti completi, che sono stati originariamente pubblicati sulla rivista francese “Pilote”. Su quelle pagine imparerò ad amare Gerard Lauzier, Pierre Christin, Enki Bilal, Annie Goetzinger, Jean Claude Mezieres, Regis Franc, Wolinski e soprattutto Luigi.

Sono passati pochi mesi. Il mio liceo è a Saronno. Ci arrivo con un autobus di linea malsano e malguidato. Quel mezzo rumoroso e troppo pieno mi lascia davanti alla stazione. Altri tempi: in stazione c’è un’edicola fornitissima, colma di quotidiani, straordinariamente l’uno diverso dall’altro, e riviste rivolte alle pulsioni di ogni singolo lettore. In quell’edicola trovo una rivista bellissima. Si chiama “Orient Express”. Ci sono Magnus, Massimo Cavezzali, Vittorio Giardino, Daniele Panebarco, Attilio Micheluzzi, Giancarlo Berardi, Renzo Caligari, Roberto Baldazzini e un sacco di altri autori. Mi parla di uno sguardo italiano alla narrativa di genere. Mi inizia a un poliziesco maturo. Il direttore è Luigi.

La casa editrice che pubblica la rivista, L’Isola Trovata, affianca al periodico alcuni albi in brossura che devo avere. Rinuncio a tutto pur di leggere L’ispettore Coke di Dino Battaglia, Il Collezionista di Sergio Toppi e soprattutto le avventure rimontate su grandi pagine dei tascabili dello Sconosciuto di Magnus (e Full moon in Dendera, e L’uomo che uccise Ernesto Che Guevara). Mentre capisco che non raggiungerò mai una condizione agiata e maledico la mia onesta povertà, leggo e rileggo quegli albi. Anche le prefazioni. Sono spesso firmate da Luigi.

Passano altri mesi. La rivista cambia grafica e formato. Mi pare, se possibile, anche più bella. Compaiono Rebecca di Renato Queirolo e Anna Brandoli, Porfiri di Franco Saudelli, Jodorowsky e Silvio Cadelo con un dio geloso, Ken Parker a colori con una rinarrazione shakespeariana, Nico Macchia di Carlo Ambrosini, Le 7 vite dello sparviero di Cothias e Juillard, Moebius, Ferrandino… E poi la rivista dedica grande spazio alle notizie intorno al fumetto, all’illustrazione e alla grafica. Quando, con il trentesimo numero, quella corsa si interrompe, maledico, per la prima volta, Luigi.

Siamo al 1985 e Bernardi si è spostato su “Comic Art”. All’inizio firma una rubrica che leggo senza notare il suo nome. Poi, col passare dei mesi (e anche di qualche anno), conquista uno spazio che all’inizio si chiama “Parole vere” e poi avrà un titolo che resterà attaccato a lui (e a me, e a tutti i suoi lettori) per un sacco di tempo: “Parola di Gaijin”. Lì esplode la sua verve da straordinario polemista. Lì si capisce quanto può essere stronzo. Lì capisco quanto amo Luigi.

Manco mi accorgo che sta dirigendo un’altra casa editrice. Si chiama Glénat Italia e pubblica “Lupo Alberto” di Silver e un po’ di cose bellissime. Perramus in volume, per esempio, o Sambre di Yslaire, o, ancora, Milady nel 3000 di Magnus. Intanto sono diventato maggiorenne. Ho pure iniziato a lavorare. Leggo di questa straordinaria edizione statunitense di Akira di Katsuhiro Otomo, occidentalizzata e colorata da Steve Oliff. Capisco che Luigi ha diretto Glénat per un po’ quando ormai non c’è più. Compro l’edizione italiana di Akira dal primo numero. Ne godo tantissimo. Guardo con attenzione il colophon e, dannazione!, non c’è il nome di Luigi.

I miei anni Novanta sono segnati da Granata press. Una casa editrice che mi costringe a comprare un sacco di libri (saggi costosissimi e illustrati, gialli e fumetti) e a prestare attenzione spasmodica agli espositori dell’edicola. Granata pubblica riviste grandi come “Nova Express” o “Kaos” o piccole come “Nero”, tascabili come “La Bionda”, “Lo Sconosciuto”, progetti strani come “Dark” o “Dinamite”, fumetti americani come “Teenage Mutant Ninja Turtles”, e “Give me Liberty”. È quella la casa editrice che costringe gli edicolanti a ridefinire gli spazi espositivi, per dedicare un’area specifica al manga. Arrivano Rumiko Takahashi, Sanpei Shirato, Masamune Shirow, Kazuo Koike, Rioychi Ikegami, Yokinobu Hoshino, Naoki Urasawa, Leiji Matsumoto, Buronson, Tetsuo Hara, … E poi in libreria ci sono i gialli e i giallisti: Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Nicoletta Vallorani, Ivan Della Mea, Cesare Battisti, Paco Ignacio Taibo II, Andreu Martin, Léo Malet, Jean-Patrick Manchette, Didier Daeninckk, Patrick Raynall, Carlos Sampayo, e lo straordinario Nicola Calata. Dietro ognuna di quelle pubblicazioni, di quelle scelte occulate, c’è Luigi.

Negli anni successivi la chiusura di Granata Press, Luigi diventa una presenza polverizzata. Dirige collane per DeriveApprodi, Hobby & Work, Einaudi e soprattutto Perdisa Pop. In una di queste collane trova spazio perfino per un mio libro. Trovare le sue cose è più difficile, ma ce la si fa. Lo seguo ovunque. Amo molto di quello che fa. Ascolto storie che lo riguardano. È un tipo che scatena ammirazione o critiche feroci. È al centro di tantissimi pettegolezzi. Di certo non lascia indifferenti, Luigi.

Sempre in questo periodo, inizia a pubblicare racconti e romanzi. Alcuni li amo molto. In particolar modo Complicità, ma anche La foresta dei coccodrilli, Senza luce, e la trilogia costituita da Vittima facile, Rosa piccola e Musica finita. È sempre Luigi.

Il 16 ottobre 2013, Matteo Stefanelli mi telefona e, con il consueto tatto per il quale ho imparato ad amarlo, mi chiede di scrivere il necrologio di Luigi per “Fumettologica”. Non sapevo neanche che fosse morto. Lo mando a fare in culo, attacco e scoppio in lacrime. Poi, però, devo gestirmi il dolore. E allora scrivo. Un paio di settimane dopo, fingendo di parlare di quisquilie accadute durante un’edizione di Lucca comics che, pur trovando spazio per la presentazione del mortifero olezzo di ogni scoreggia editoriale, non aveva dedicato a Bernardi neanche un minuto di silenzio, ho scritto questa cosa. Non è niente di che, ma la ripropongo perché mi manca Luigi.

«Donatella mi dice che lei legge fumetti perché dagli otto ai quattordici anni è stata abbonata al settimanale Disney. Proprio così. È una donna lucida, la mia amica, e sa che quell’abbonamento non è un punto di partenza, ma una causa scatenante. I suoi amici che non leggono fumetti, mi dice, non hanno letto le storie dei paperi e dei topi. Adesso, senza quell’innesco, sono incapaci di leggere fumetti, anche se glieli chiami graphic novel. Quando lei glieli presta o regala, loro la guardano inquieti, di sottecchi, e cambiano discorso.
È strano. Anche Luigi Bernardi, uno specialista dello sguardo di sottecchi, diceva che leggere fumetti richiedeva un sistema complesso di competenze che bisognava acquisire da bambini. Diceva che l’assenza di fumetti specificamente indirizzati all’infanzia avrebbe portato progressivamente alla scomparsa di quegli strani oggetti fatti di parole e immagini. Da sempre ossessionato dalla capacità di adattamento, mi è capitato di rispondere a Luigi che non era vero e che eravamo solo di fronte a una trasformazione e non avevamo ancora le parole per dirlo. La mia saggezza mi aveva fatto guadagnare uno dei proverbiali lunghi silenzi di Luigi, accompagnato dal solito sguardo.
Donatella, oggi, è una donna interessante e interessata: lavora, educa, legge, danza, gioca e, soprattutto, sa sedere al tavolo dell’osteria, dove beve birra e chiacchiera con gli amici. Legge anche fumetti, qualche volta, e quando te li racconta, ti spiega cose difficili con parole semplici. Mi parla dell’Intervista di Manuele Fior e mi spiega che io non l’ho capito fino in fondo. Infastidito, cerco di spostare la sua attenzione sulla struttura, sul segno e sulla pagina. Non funziona. Cincischio attorno al racconto, gonfiandomi di Propp. Anche lì, niente. Quando sto ormai convincendomi dell’impossibilità di comunicare con la mia interlocutrice, lei mi tira uno scossone, sbilanciandomi completamente e facendomi crollare dal piedistallo da meschino monomaniaco del fumetto. Mi dice:

“Sai? Quando ho finito di leggere L’intervista, mi sono sentita come quando la persona che ami esce di casa e tu resti a letto. Sei un po’ triste, ma sei anche felice. Tutto insieme.”

Una lettura emotiva, che si tinge di sinestesie e mi ricorda, ancora una volta, Luigi Bernardi. Il suo modo di fare critica era lontanissimo da tutto ciò che noi, i più attenti in classe, avevamo capito dovesse fare un intellettuale. Quando lo incontravi, con il suo sguardo e i suoi silenzi, poteva sembrarti un tipo un po’ anaffettivo, ma era sensibilissimo alle emozioni e stringeva le sue letture in un nodo di ansia, stizza, malinconia, gioia, angoscia, rabbia, struggimento, eccitazione, terrore, furore, disperazione, estasi…
La lettura di Donatella mi ha fatto ripensare a una raccolta di racconti intitolata semplicemente Complicità. Su quelle pagine Luigi, parlando di relazioni umane, mi ha spiegato il patto segreto della lettura:

“Sì, complicità. Né amore, né interesse, due sentimenti che si corrompono in fretta, ma piacere e sintonia, un equilibrio molto delicato. (…) Un’amicizia con un patto speciale. (…) La segretezza. La complicità ha bisogno di segretezza, si nutre del suo essere nascosta agli occhi di tutti.”

Grazie, Donatella.
Ciao, Luigi.»

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