Graphic novel, che fastidio!

Francesco Pelosi | Fuori tempo |

Ho sempre mal sopportato i graphic novel. Non tanto il concetto in sé di “romanzo grafico”, quanto la pretesa – affibbiatagli, va detto, da certi autori e certi editori, non certo da lui stesso (IL graphic novel: sì, è al maschile) – di essere qualcosa di diverso e qualcosa di più del “semplice” fumetto.

Questa sensazione di fastidio, che sto cercando di indagare da un bel po’, non accettando di darmi ragione per partito preso, credo si possa ricondurre al “tempo”.

Ho già scritto qualcosa in proposito (qui: “Il fumetto ha bisogno di tempo. Un elogio della serialità”) ma vorrei tornare sull’argomento, con qualche altra considerazione, nata da una rilettura di Comanche di Hermann e Greg, fumetto western franco-belga, che ha colonizzato la mia infanzia e che ho ripreso in mano in occasione della morte del suo disegnatore, il grande Hermann, appunto. Rileggere Comanche, mi ha nuovamente messo di fronte a qualcosa di inconfutabile e chiarissimo per ogni lettore di fumetti, ovvero a come lo spazio bianco, la closure – quelle colonnine bianche tra una vignetta e l’altra – e il suo uso siano radicalmente differenti nel fumetto popolare e nel graphic novel.

Se nel fumetto popolare, quella closure fa salti impazziti di minuti, ore, giorni, spesso senza soluzione di continuità (e senza didascalie), nel graphic novel, quello spazio fecondo di possibilità narrative e immaginarie (è bene ricordarlo: è nella closure che si compie la magia del fumetto, quando autori e lettori si incontrano in un patto segreto che fa sì che disegni immobili prendano vita), viene spesso ridotto a pochi istanti, a frammenti di tempo disintegrati, per rispondere a una supposta esigenza di verosimiglianza con il tempo della realtà, di cui il fumetto non ha assolutamente bisogno. Il fumetto – nemmeno quello storico o “di realtà” – non ha nulla a che fare con la realtà materiale. Ha a che fare, invece, totalmente, con la realtà immaginaria.

Il fumetto popolare e seriale (da “Topolino” a One Piece) cuce il tempo, così come fa la nostra coscienza. Lo riannoda. Lo comprime. Lo fa esplodere nello spazio di una vignetta, due, tre, una manciata di pagine. Mette tutto insieme. Compatta il tempo in un modo che, mi pare, è ancora oggi, a quasi un secolo e mezzo dalla sua nascita canonica, moderno. Veloce. Istantaneo.

Il graphic novel invece, fa l’esatto contrario: scioglie il tempo, lo annacqua, lo diluisce. Centinaia di pagine per dire una sola cosa. Per provare a rendere, spesso senza successo, silenzi abnormi e concetti complessi: gli stessi silenzi e concetti che il fumetto popolare sa già dire nella sua immediatezza. Il graphic novel immobilizza il tempo, lo impantana. Il fumetto popolare – quello che necessita una lettura veloce, 2/3 minuti a episodio, un “Diabolik” da Cairoli a Cadorna – il tempo invece lo velocizza, lo rende eterno nell’immobilità concitata del tempo non lineare, quello che la nostra mente non percepisce, ma la nostra coscienza sì. 

Lo so, sembra una contraddizione: come può un fumetto spalmato su una quantità enorme di pagine, episodi, volumetti, come le serie manga, o come “Topolino”, appunto (composto per lo più da storie slegate tra loro, i cui protagonisti, però, sono sempre gli stessi, con residenza ormai eterna nel nostro immaginario) essere veloce e istantaneo? Mentre, al contrario, come può un fumetto compatto, tutto in un libro unico, come un graphic novel, essere invece lento, diluito, in una parola, immobile? 

La motivazione sta tutta nel loro proseguimento all’interno del nostro immaginario, nell’estensione che quelle opere riescono ad avere nel nostro mondo interiore, che risponde a regole diverse (spesso, esattamente contrarie) a quelle del mondo esteriore. Qualcosa di compatto nel mondo materiale, risulta prolisso e sfilacciato nel mondo immaginario (“troppo poco” per aver presa) e rischia di perdersi; qualcosa di complesso e sfaccettato, risulta invece istantaneo, “completo” o “in continuità di completamento”, e prosegue, con fertilità, nel mondo immaginario. 

Ma le narrazioni (i fumetti, come tutte le altre) vivono e si amplificano nella coscienza, nel mondo immaginario, mentre in quello materiale muoiono, soffocano, sotto il peso del tempo per fruirle, del denaro per averle, della concentrazione per viverle.

Quindi, mi sembra strano, o forse ingenuo, l’aver pensato che quella forma di fumetto, il graphic novel (snob, intellettualoide, radical chic e piena di pretese, in una parola, immobile, molto lontana dalle regole poliedriche del nostro immaginario) avrebbe salvato il fumetto dalla perdita di lettori. Oppure che gli avrebbe regalato maggior considerazione da parte del pubblico generalista (questo era il sogno di Will Eisner, certo, ma anche lui, non faceva altro che creare fumetti popolari sotto le mentite spoglie di graphic novel). Il fatto è che il fumetto non si salva e non ha bisogno di essere salvato.Tanto meno tramite un suo utilizzo depotenziato, come quello del graphic novel. Forse, l’errore, il passo falso, è stato tutto nel pretendere un riconoscimento dal “mondo degli adulti” e della “letteratura seria”, invece che dedicarsi a far crescere i ragazzi coi fumetti e a fare, pensare, immaginare, fumetti per loro, molti dei quali, una volta adulti avrebbero continuato – continuano? – a leggerli.

I più giovani, quelli nati dieci/quindici anni fa (poco meno o poco più) non se li filano minimamente i graphic novel. Anche loro, come in fondo tutti noi, ricercano, rabdomanticamente, senza un intento cosciente, un filo che li porti, un qualcosa che leghi, rileghi, ricucia insieme le esperienze della vita (reale) e delle vite (immaginarie): in questo momento, tale funzione la svolgono quasi interamente i dispositivi elettronici, promettendo una vita immaginaria innestata nella vita reale e spacciandola per tale. I fumetti, mi pare, pur andando a morire, hanno però ancora qualche chance. E quella chance, sono convinto, sta nella serialità.

Così, quali sono i graphic novel che vanno di più in quella fascia d’età? Quelli che fanno parte di una serie, quelli che promettono continuità, sviluppo orizzontale. Quindi, quei graphic novel che non sono graphic novel, ma fumetti seriali, “popolari” (cito a caso, nel mucchio di pubblicazioni odierne per ragazzi: Dog Man, Ariol, Adele crudele, InvestiGators, Il club delle baby-sitter, Le Sorelle Gremillet, Avatar – The Last Airbender…). I manga, poi, nel loro essere orgogliosamente e coscientemente popolari, stravincono su tutti. I giapponesi hanno capito bene cosa serve per appassionare i lettori: coinvolgimento emotivo (al centro dei manga non ci sono le storie, ma i personaggi) e lunghe saghe che li facciano vivere in un mondo “altro”, immaginario (le cui regole, lo ribadisco, sono le stesse del nostro mondo interiore, reali quanto quelle del mondo materiale).

Pensandoci, in fondo, è così anche per gli adulti: Zerocalcare, anche se nessuno sembra accorgersene, fa fumetti seriali, il protagonista è sempre la sua versione a fumetti, gli ambienti e i personaggi di contorno, pur variando, sono sempre gli stessi. Il suo mondo immaginario prosegue nel nostro. Si espande, continua. Ci fa vivere molte altre vite, come accadeva con “Tex” o con “Dylan Dog”.

Un’ultima considerazione: il romanzo (quello scritto solo con le parole) può proseguire e si espande nel nostro immaginario perché, non avendo immagini, viene riempito direttamente dal nostro immaginario. E le immagini create da noi, le nostre immagini private, pur se nate da un suggerimento esterno, hanno più peso specifico, riverberano in altro modo dentro di noi. Le immagini degli altri, invece, per quanto, forse, maggiormente impattanti sull’inconscio in un primo momento, sono anche più fragili, più veloci a entrare e uscire. Abbiamo bisogno di contemplarle a lungo – come si fa con i dipinti – o di contemplarne molte – come si fa, o si dovrebbe fare, appunto, coi fumetti.

Comanche di Hermann e Greg, è un grande fumetto popolare. Forse non più adatto ai nostri tempi, forse “vecchio” o invecchiato male, non lo so, non riesco a dirlo. Ma la storia tiene, i disegni sono splendidi e la narrazione, lo spezzettamento e ricongiungimento del tempo sulla pagina, è magistrale. Siamo dalle parti di certo Magnus, altro maestro della closure.

Detto questo, non consiglierei Comanche a un ragazzino, non parla la sua lingua, non dice le sue immagini (anche se, magari, potrebbe comunque piacergli). Lo consiglierei, però, a un autore adulto di graphic novel, questo sì. Perché la storia, in Comanche, funziona, va dritta come un fuso, i personaggi ci sono, ti ci affezioni, li conosci già dopo poche battute. E nello spazio di 46 pagine, ti fa prendere residenza in quel western immaginario, eterno, come la nostra immaginazione.

E poi, in Cielo rosso su Laramie, quarto episodio della serie, c’è uno dei duelli più belli, tragici e spietati dell’intera rappresentazione romanzesca del western. Ma questa è un’altra storia.


Nota: scrivo questo pezzo in occasione del sesto compleanno di (Quasi), questa “nostra” rivista che non legge nessuno. Sono felice che questo luogo immaginario esista ancora, e che ancora dica la sua, sprezzante e senza mezzi termini. In piccolo, piccolissimo, ma con peso specifico. Sono felice che sia nato il 25 aprile di 6 anni fa, che continui a essere festeggiato in quella data bellissima e che, a suo modo, anche solo come il ronzio ripetitivo di una mosca – che fa da sfondo, ma che da qualche parte lo senti sempre continui a dar fastidio.

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